Tornare a casa nel mio corpo. Scoprirsi come persona non-binaria in India
Testimonianza* pubblicata sul sito queerbeat.org (India) il 3 dicembre 2025. Liberamente tradotta e adattata dai volontari del progetto Gionata
Credevo che essere “normale”, fingendo di essere una persona cisgender, fosse il modo più semplice per vivere la mia vita. Accettare la mia identità “non-binaria” invece mi ha dato una via d’uscita da quella trappola.
Recentemente stavo rileggendo le mie vecchie pagine di diario sparse – tutti i quaderni e i taccuini – che avevo riempito durante l’adolescenza. Mia madre li aveva meticolosamente ordinati in una piccola pila ordinata nella mia stanza.
Non sono sicura del perché volessi rivivere i pensieri e le sensazioni di quel periodo turbolento. Forse volevo arrivare al fondo di quel disagio che ancora a volte provo – ora che ho 22 anni e sono una studentessa che cerca di districarsi nelle profondità del mio essere queer.
Eppure, nessuna pagina di diario mi ha dato risposte chiare. Avevo dimenticato che usavo un linguaggio in codice, che solo io potevo capire, per eludere le continue intrusioni di mia madre. Tuttavia, ho scoperto qualcosa.
Questa tristezza – il desiderio di piangere senza sapere perché, sentire il peso della disperazione, la paura di affrontare cose nuove – non è nuova per me. Così come non lo è lo stato di confusione con cui ho lottato riguardo alla mia identità – per riconoscere e comprendere il mio senso “corretto” o “vero” di me stessa.
Leggere quei diari mi ha solo ricordato i sentimenti di solitudine e alienazione che ho provato per tutta la crescita. E come mi hanno seguito nell’età adulta.
Dolori della crescita
Da quando ho memoria, ho vissuto la mia vita – se non in confronto, sicuramente in competizione – con le altre persone. È cominciato a casa. I miei genitori si aspettavano sempre che fossi la migliore in tutto ciò che facevo – dagli studi alle attività extrascolastiche – fin dalla più tenera età. Il martedì e il sabato andavo a lezione di Kathak e Bharatnatyam; il giovedì erano per le mie lezioni di canto; e la domenica la passavo con la mia insegnante d’arte.
I miei genitori avevano questa aspettativa non detta, ma sempre evidente: che eccellessi in tutte queste cose. In qualche modo, ho lasciato che quelle aspettative mi penetrassero così a fondo che diventarono l’unico pensiero prima di iniziare qualcosa di nuovo.
Per esempio, cancellavo e ricancellavo i miei disegni, correggendo ogni minimo errore finché non sembravano “perfetti”. Non prendere i voti migliori e non arrivare prima a scuola significava subire il silenzio di disappunto dei miei genitori per settimane.
Nella mia testa si sviluppò una logica semplice. I miei genitori stavano facendo tutto il possibile e anche di più per me. Avevano rinunciato a opportunità personali, fatto straordinari, venduto il loro piccolo pezzo di terra e spinto le loro finanze oltre i nostri mezzi di classe medio-bassa, per la mia istruzione e crescita. L’unico modo, per me, per ripagarli era essere la migliore in tutto.
Allo stesso tempo, alle scuole medie subivo anche il bullismo da parte dei coetanei. Ricordo un compagno di classe – per cui avevo una cotta – sussurrarmi che non avrebbe mai frequentato qualcuno di ripugnante come me. Avevo solo 13 anni allora. E non sorprende che quei commenti abbiano avuto un profondo impatto sulla mia immagine di me.
La mia “femminilità” era una domanda costante tra i miei coetanei. Alcuni amici mi dicevano che quando mi guardavano non vedevano una “ragazza”. Mi chiamavano “dalla forma strana”. Ero troppo alta, troppo grossa, troppo “mascolina” per essere classificata come ragazza ai loro occhi.
Mia madre mi diceva che andava bene essere “diversa”. Diceva che ad alcune ragazze è data la bellezza, ad altre l’intelligenza. E io ero chiaramente la seconda. Ma anche quando cercavo di fare pace con il mio aspetto e con come gli altri mi percepivano, i compagni e gli insegnanti spesso mi chiedevano: “Cosa c’è che non va in te? Perché non puoi essere una ragazza normale come le altre?”.
A volte me lo chiedevo anch’io. Quando guardavo le ragazze in TV e nei film, mi chiedevo perché non potessi essere come loro. Ricordo di aver guardato le attrici nei programmi Disney – erano magre, avevano capelli lisci e pelle liscia, e soprattutto un certo tipo di grazia che mi sembrava irraggiungibile.
Ad un certo punto, sentivo di potermi identificare più con i ragazzi che con le ragazze intorno a me. E questa domanda mi colpì come mai prima: “Perché non assomigliavo neanche ai ragazzi?”.
Volevo confondermi, in un modo o nell’altro. Volevo appartenere, come pensavo facessero gli altri, legati a un genere. Credetemi, ci ho provato. Ci ho provato davvero tanto.
Per alcuni mesi, decisi di vestirmi in modo molto femminile – relegandomi a kurti [tuniche] e abiti lunghi. Cercavo di imitare le ragazze che avevo visto sullo schermo – alzando il tono della voce più del necessario, comportandomi in modo “timido” per attirare l’attenzione e mettendo chili di rossetto.
Col senno di poi, nulla di tutto ciò aiutò. Ero più alta delle altre ragazze. Un metro e settanta quando mi è arrivata la pubertà. Poi altri cinque centimetri intorno ai 18 anni. Avevo anche peli in eccesso sul corpo, contrariamente all’immagine di femminilità che avevo idealizzato.
Così, quando comportarmi come le altre ragazze non funzionò, e io spiccavo ancora come un dito, pensai: “Proviamo a sembrare un ragazzo”.
Mi tagliai i capelli corti e indossai vestiti più larghi, a volte rubavo le camicie di mio padre, e premevo sul mio seno (a volte con le mani, a volte con congegni fatti in casa che fungevano da binder) finché non scompariva sotto la pressione. Nonostante tutti questi sforzi, non assomigliavo neanche ai ragazzi intorno a me.
Ma continuai con questa sperimentazione – una specie di performance artistica davanti a tutti gli spettatori della mia vita. Era terrificante.
Ogni giorno, piegavo il mio corpo in forme diverse per sembrare più femminile o mascolina. Come serrare la mascella e tirare le guance verso l’interno per far assomigliare il mio viso a quelli dei ragazzi che vedevo in film e TV.
A volte, provavo diverse tonalità di voce per imitare altre persone e fallivo. Ripetutamente.
Quando nulla funzionava, immaginavo di aprire la cerniera lampo della mia pelle e lasciare che tutta la carne cadesse dal mio corpo. Pensavo di tagliarmi a pezzi e riassemblarmi in qualcosa che potessi capire. Che il mondo potesse accettare.
Tutti sembravano aver letto un libro di cui io ignoravo persino l’esistenza. Avevano già le loro risposte su chi fossero. Sembravano tutti così a loro agio.
Ciò che era naturale per loro – il loro genere, la loro identità, il modo di portarsi nel mondo – sembrava impossibile per me. Ogni volta che prendevo il treno e mi sedeva nello scompartimento femminile, guardavo i loro capelli fluenti in ogni direzione e pensavo: come fanno queste donne a vivere la loro giornata?
Guardando il ragazzo che mi piaceva a scuola, mi chiedevo come facesse a camminare con tanta sicurezza. Perché le camicie gli stavano così casuali e morbide sulla schiena, come se fossero sempre state sue? E perché non su di me? Perché loro sapevano tutti qualcosa che io non sapevo?
La voce della queerness dentro di me
Non ricordo esattamente quando ho capito di essere queer. La mia posizione privilegiata di classe e casta significava che appartenevo già a cerchie in cui si parlava di queerness con relativa facilità.
Avevo letto i libri della filosofa femminista Judith Butler sulla queerness molto prima di molte persone. Tuttavia, non mi sono mai impegnata seriamente con la mia identità di genere. Penso di avere avuto questa paura costante che, se fossi andata troppo a fondo, avrebbe scatenato qualcosa. Qualcosa che non avrei potuto sopportare nella mia vita già stressante.
Non riuscivo a scrollarmi di dosso la paura di essere percepita come qualcosa che non rientrava nei binari netti – questo o quello, uomo o donna.
Sapevo che c’erano limiti alla gentilezza di mia madre nell’accettare i tratti della personalità che mi rendevano diversa da molti altri della mia età.
Credo che forse lei avesse già sentore della mia queerness, ancora prima che diventasse evidente a me. Non so quando e come abbia avuto il primo sospetto. Forse aveva a che fare con i miei vestiti eccentrici e casuali, che spesso trasgredivano il binarismo di genere.
Durante la mia adolescenza, senza alcuna provocazione, a volte mi diceva che si sarebbe uccisa se mai avessi frequentato una donna. Questo è successo molteplici volte. Io rispondevo soprattutto con il silenzio.
Ma un giorno le dissi che era inutilmente drammatica. Nella sua risposta, disse semplicemente che se fosse mai successo, cioè se fossi risultata queer, mi avrebbe cacciata di casa e disconosciuta.
Quindi, anche se la voce della queerness esisteva dentro di me, avevo paura di cosa significasse riconoscerla a casa. Soprattutto per quanto riguardava la mia relazione con la famiglia.
Il costo del silenzio
Le cose rimasero complicate quando andai all’università a Delhi, a migliaia di chilometri da casa mia, nel Bengala Occidentale. Dai confini di una piccola città a una grande metropoli, ero persa.
Le persone intorno a me all’università parlavano con codici adatti alle loro lingue metropolitane che io non capivo, frequentavano posti che non potevo permettermi e si vestivano in modi che cercavo disperatamente di imitare ma non riuscivo mai a raggiungere. Cercavo costantemente di assimilarmi. E di diventare come loro.
Seguì un periodo di imitazione, come durante l’adolescenza, quando cercavo di essere come le altre ragazze e gli altri ragazzi a scuola. Di nuovo, guardavo i ragazzi e le ragazze intorno a me che trovavo attraenti, li misuravo e mi chiedevo: come posso diventare come loro? Quali potrebbero essere i passi possibili?
Era particolarmente disorientante a causa del mio deterioramento della salute mentale e della continua lotta con la mia identità. Un giorno mi sentivo a mio agio e persino contenta per una linea di baffi visibile, effetto collaterale del mio lungo rapporto con la Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS). Altri giorni, avevo voglia di spellarmi la faccia.
Quando ne parlavo con alcuni amici, mi dicevano che loro non si erano mai sentiti così. A differenza di me, la loro adolescenza non era stata passata a destreggiarsi nel labirinto del genere.
La paura profonda e l’imbarazzo di non essere normale (o di non essere percepita come tale) mi allontanarono anche dal creare amicizie queer significative.
Non credo che le persone cisgender e eterosessuali intorno a me fossero odiose od omofobe. Trattavano solo la queerness come una realtà lontana, distante, dove la disforia di genere era un costrutto teorico di cui potevano twittare. Non era qualcosa di reale per loro, qualcosa che io sentivo costantemente nello stomaco.
Con i pochi amici queer che trovai all’università, parlavo dei miei sentimenti di disforia solo a livello superficiale. A volte li evitavo del tutto, sostituendoli con argomenti più facili come gli appuntamenti, i ragazzi e la prospettiva del sesso.
Sebbene vedessi spesso post su internet che celebravano le reti di sicurezza e le amicizie queer, ero stranamente restia a interagire con quei post e a condividere più di me stessa. Forse era in parte dovuto alla mia omofobia interiorizzata e alla paura di non essere abbastanza queer.
Avevo questa paura persistente: e se non fossi stata queer, e tutto il mio disagio nel mio corpo riguardasse qualcos’altro? E se fossi stata queer, ma non nel modo giusto, non nel modo che contava.
Sentendomi alienata da tutti e sola in questa lotta, caddi in una spirale depressiva – affamandomi al punto da sviluppare sintomi temporanei come l’incapacità di mangiare. Quando mettevo il cibo in bocca, non riuscivo a far muovere i muscoli della mascella, masticare o deglutire. I muscoli diventavano rigidi e atrofizzati, e mi ritrovavo incapace di muovermi. Praticavo anche l’autolesionismo.
Allontanai i miei amici. Quelli che cercavano di contattarmi, non li lasciavo entrare, convinta che non potessi spiegare cosa stava succedendo.
Non avevo energie per spiegarmi. Dato che non riuscivo più nemmeno a comportarmi in modo “normale”, decisi di tornare nella mia città natale, prendendo una breve pausa di due settimane dall’università.
Chiusa nella stanza dove sono cresciuta, mi lasciai andare. Smettei di fare qualsiasi cosa. Ero troppo esausta per apparire come qualcuno che non ero, per architettare e strutturarmi in modi che potessero essere visti come normali. Per la prima volta nella mia vita, ero troppo stanca persino per confrontarmi con gli altri.
I miei genitori, sentendosi impotenti per la mia situazione, consultarono il nostro medico di famiglia, che mi indirizzò a uno psicoterapeuta. Prima mi sarei opposta ad andarci. Questa volta, invece, accettai.
L’emergere dell’accettazione di sé
Quando iniziai a cercare aiuto medico per la mia salute mentale, qualcosa cambiò. Qualcosa si aprì in me. Credo che fu più o meno in quel periodo che emerse semplicemente la consapevolezza – che forse ero non-binaria.
Ero troppo esausta per avere paura di cosa potesse significare e di come avrei affrontato questi territori inesplorati.
Per tutti quegli anni, avevo creduto che interpretare la “normalità” fingendo di essere cis e negando la mia queerness sarebbe stato il modo più semplice di vivere la mia vita – senza deludere i miei genitori e senza distinguermi nella società eteronormativa.
Ma dopo essermi esaurita e aver comunque fallito nel soddisfare queste aspettative, capii che quella non era la strada per vivere. Ci potevano essere molti, molti modi di vivere. Ma questa continua evirazione di chi ero non era uno di questi.
Questa nuova consapevolezza fu simile all’accettazione. “Non-binario” si rivelò essere il pezzo del puzzle mancante, a portata di mano – in attesa di essere afferrato e messo al suo posto.
Non volevo più lottare contro il mio vero io, contro ciò che mi rendeva diversa in questo mondo. Che senso aveva combattere me stessa e resistere a chi ero, se mi ritrovavo sempre persa? Avevo passato anni a dibattere sull’anormalità e a cercare di diventare qualcuno che non ero. Cosa mi aveva dato? Ero ancora disperatamente infelice, costretta a letto e soffocata dalle mie paure di rifiuto.
Lasciarmi uscire allo scoperto come non-binaria, prima di tutto con me stessa, fu come tornare a casa, nel mio corpo. Dopo un’intera vita passata in uno stato di confusione, potei finalmente, liberamente, respirare di nuovo. Mi sentii liberata. Una persona più completa di quanto non fossi mai stata prima.
Essere non-binaria mi permise di superare i limiti imposti dalla società. Potevo ora esplorare le possibilità radicali del mio corpo e del mio essere, superando la pressione di dover apparire, agire e vivere in un certo modo.
Guardando avanti
Col tempo, ho smesso di interrogare le richieste del mio corpo e ho iniziato ad accettarle. Ho lasciato che il mio corpo sentisse il disagio dell’idea di sembrare femme o masc in giorni specifici.
Ho anche smesso di punirmi forzando l’eteronormatività nel mio comportamento e nel mio modo di essere. Ho iniziato a seguire i miei bisogni e a fare piccoli aggiustamenti per la mia convenienza, per una presentazione di genere più onesta. Mi concedo di giocare con la voce, i vestiti, l’andatura – modificandoli in base a come mi sento in un determinato giorno.
Sapete una cosa? A volte sento di avere un mio genere, qualcosa che è solo mio. Da qualche parte sotto l’ombrello non-binario. Ma plasmato dai miei bisogni e dalle mie richieste. Il genere è performance, il genere è vivere, il genere è essere chi sei, in fondo. Ed è così che cerco di vivere la mia espressione di genere.
Recentemente, quando un’amica mi ha offerto una kurti da indossare per uscire, ho rifiutato. Invece, le ho chiesto qualcosa che non fosse “tradizionalmente femminile”.
Non è sempre facile. Il mio senso di identità non è sempre netto. E non sono diventata qualcuno completamente libero dai confini imposti dalla società. Ma questa accettazione mi ha reso gentile. Verso me stessa e verso gli altri. Mi ha anche reso fiduciosa in un futuro più benevolo.
Non ho rinunciato a spiegarmi alla mia famiglia e ai miei cari.
Finora, non sono riuscita a creare quel ponte di comprensione – per far capire loro chi sono e cosa significa la mia queerness. Ma sto facendo piccoli passi.
All’inizio di quest’anno, ho chiuso via tutti i miei reggiseni imbottiti a causa di quanto mi facessero sentire marcatamente femminile. Ho anche detto a un’amica di scuola di essere non-binaria. Quando mi ha chiesto se mai avrei fatto una transizione medica, le ho risposto che non lo sapevo. Non ancora. Era una sensazione spaventosa, ma non mi sembrava terribile – non sapere tutto di me stessa, per una volta.
Forse posso continuare a esplorare cosa significhi tutto questo. Forse posso esistere nel grigio ancora per un po’, invece di rinchiudermi di nuovo in qualche aspettativa: di essere un certo tipo di persona queer, di essere una persona non-binaria “organizzata”.
Ora sono disposta a vivere l’intero viaggio – di tutto ciò che mi aspetta.
* Testimoninaza scritta da una studentessa indiana non-binaria di 23 anni, che è interessata alla politica, alla musica e ai gatti; persta testimonianza parte della campagna Stories Within di It’s Ok To Talk e queerbeat.
Testo originale: “Coming home to my body: Finding my nonbinary self”

