Tra fede e dolore. Come le nostre chiese feriscono le persone LGBTQ+
Articolo di Adriana Toon*, pubblicato sul sito The Christian Closet (Stati Uniti) il 7 settembre 2021. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Se sei cresciuto in una chiesa cristiana, che fosse una denominazione storica o una chiesa evangelica, e sei una persona LGBTQ+, è molto probabile che tu abbia vissuto, in qualche forma, un trauma ecclesiale.
Non sempre lo si riconosce subito… a volte arriva piano, si insinua nelle parole ascoltate da piccoli, negli sguardi, nei silenzi. E poi resta. Si manifesta con sensi di colpa che non se ne vanno, con incubi, con difficoltà nelle relazioni, con quella sensazione costante di non essere mai abbastanza.
Il punto più difficile è questo: quando il dolore si mescola a Dio. Quando ciò che ci ha ferito porta il suo nome. Così finisce che non è più chiaro dove finisca la responsabilità della chiesa e dove inizi quella di Dio. E questo lascia segni profondi, nella fede e nella vita.
La psicoterapeuta Sheri Heller descrive il trauma religioso come “una forma di abuso psicologico e di manipolazione mentale che inculca il messaggio carico di vergogna secondo cui siamo peccatori e dobbiamo vivere in uno stato continuo di penitenza ed espiazione per sfuggire alle devastazioni dell’inferno e alla punizione di Dio”.
Forse aiuta partire da una storia. Quando avevo sette anni mi dissero che anche solo pensare a una parolaccia mi avrebbe fatto finire all’inferno. Così, per anni, ho continuato a chiedere a Gesù di entrare nel mio cuore, nel timore di non essere “abbastanza salva”. Era già lì… ma io non riuscivo a crederlo.
Col tempo ho capito che alla radice di questo dolore ci sono alcune menzogne, ripetute così tante volte da sembrare verità.
- La menzogna che dobbiamo perdonare sempre e comunque, anche chi ci ha fatto del male
- La menzogna che alcuni responsabili nella chiesa siano più vicini a Dio di noi
- La menzogna che non possiamo amare liberamente
- La menzogna che non possiamo fidarci di ciò che sentiamo e di ciò che siamo
Sono parole che si infilano dentro… e fanno strada.
La menzogna che devi perdonare tutti, anche chi ti ha ferito profondamente
Non si tratta di piccoli torti o di parole dette male. Qui si parla di abuso, di ferite vere, profonde. Eppure, in tanti contesti religiosi, la risposta è sempre la stessa: prega, perdona.
Quando avevo otto anni sono stata abusata da un cugino. Per anni, ogni volta che ne parlavo, mi veniva detto di perdonarlo. Non solo mi ha confusa… è stato l’inizio di qualcosa che avrebbe segnato a lungo la mia fede.
Perché il messaggio era chiaro: la pace dell’altro conta più della tua. E non basta perdonare. Ti viene chiesto anche di riaprire la porta, di dare una seconda possibilità.
Ma chi ha vissuto queste esperienze lo sa… non è così semplice. Il trauma resta nel corpo, nella memoria. Anche solo l’idea di rivedere chi ti ha fatto del male può riattivare tutto.
Oggi sto lavorando su quelle ferite. Ma questo non significa che debba rimettere quelle persone nella mia vita. E, a dirla tutta, ci sono giorni in cui nemmeno ci penso. Se torna, è perché mi è stato insegnato che dovrei sentirmi in colpa.
La menzogna che alcuni responsabili nella chiesa siano più vicini a Dio
Sono cresciuta cercando di fare tutto “bene”. Studi biblici, matrimonio, lavoro, impegno… anche quando dentro qualcosa non tornava.
Mi è stato insegnato che dovevo migliorare, correggermi, diventare una versione più “giusta” di me. E così ho provato a entrare in quel modello del “buon cristiano”… anche quando non mi somigliava.
Succede questo: inizi a pensare che non sei abbastanza vicino a Dio. E che altri lo siano più di te. Allora ti sforzi di arrivare lì, come se fosse una meta da raggiungere.
E invece ti perdi.
Perché dentro di te qualcosa continua a dire altro. E quella tensione… stanca. Così, per smettere di lottare, ti adegui. Segui pratiche, regole, schemi. Ma non sempre questo avvicina davvero a Dio.
La menzogna che non possiamo fidarci di noi stessi
Se gli altri sono più vicini a Dio, allora noi no. E quindi non possiamo fidarci di quello che sentiamo.
Crescendo, ho ascoltato tante volte che l’essere umano è peccatore, che non può essere davvero “giusto”. E insieme, nello stesso tempo, che siamo creati a immagine di Dio.
Come si tengono insieme queste due cose?
Così ho imparato a dubitare di me. Dei miei desideri, del mio corpo, delle mie emozioni. Ogni attrazione diventava qualcosa da correggere.
Quando ho incontrato quella che oggi è mia moglie e ho scelto di stare con lei, molti mi hanno detto: “Non è possibile. Tu non sei così”. Come se conoscessero la mia vita meglio di me.
E invece lo sapevo. Lo sentivo. Ma per anni mi era stato insegnato a non fidarmi di quella voce.
La menzogna che non possiamo amare
Prima di incontrarci, io e mia moglie eravamo già state definite dagli altri. Io la ragazza perfetta della chiesa. Lei quella che “nascondeva qualcosa”.
Nessuna di queste etichette era vera.
E quando non abbiamo rispettato il copione, è cambiato tutto. Quella grazia promessa… è sembrata sparire. Perché amare una persona dello stesso sesso, secondo certe letture, non è accettabile.
Il trauma nasce anche così: quando alcuni versetti vengono estrapolati e usati per dire che il tuo amore è sbagliato.
Ricordo ancora certe scene, certe parole dette davanti a ragazzi e ragazze… come se fosse normale ridicolizzare o negare l’amore tra persone dello stesso sesso.
Eppure io lo so: il Dio in cui credo non mi rifiuta. Ma quel dubbio… ogni tanto torna.
La religione spesso ci dice che tutto si aggiusterà se preghiamo di più, se leggiamo di più, se ci impegniamo di più. Ma non è sempre così.
A volte servirebbe solo un’altra frase: “Mi dispiace. Come posso aiutarti?”
Per una persona LGBTQ+, questa domanda arriva raramente. Perché ci è stato insegnato che l’aiuto è correggere, pregare, cambiare.
Ma qui non si tratta di essere perdonati. Si tratta di essere accolti.
Queste sono le menzogne. Quelle che, poco alla volta, scavano dentro e ci fanno credere di non essere abbastanza, di non poter amare, di dover sempre rincorrere qualcosa per essere felici.
E allora forse il primo passo è proprio questo: riconoscerle. Dare loro un nome.
Per iniziare, piano, un cammino diverso. Un cammino di libertà… e di guarigione.
* Adriana Toon è una blogger e collaboratrice di The Christian Closet, una realtà statunitense che offre supporto e risorse alle persone LGBTQ+ cresciute in contesti cristiani.
Testo originale: 4 Ways Church Trauma Has Affected LGBTQ+ Individuals

