Transizioni. Essere come siamo senza nasconderci dagli altri
Riflessioni di Susannah Clark* pubblicate sul blog ViaMedia.News (Regno Unito) il 19 giugno 2024.
Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata
Fu S. Agostino a scrivere: “Tu eri dentro di me, ma io ero fuori”. Quante persone si ritrovano a vivere, almeno in parte, fuori da sé stesse: recitando sempre una parte davanti ai colleghi per ottenere approvazione, o conformandosi agli altri – al lavoro o in chiesa – per sentirsi accettati e parte del loro gruppo?
Quanto è triste quando perdiamo il contatto con noi stessi. Forse conosci quella sensazione: lavori senza sosta, poi ti fermi e ti chiedi: “Sì, ma io dove sono in tutto questo? Nella vita che conduco?”. E ti accorgi di essere fuori sincronia con te stesso.
Ci capita così facilmente di smarrirci, di allontanarci da ciò che realmente siamo, creature uniche e amate da Dio. A volte ci sentiamo frammentati, pieni di fili sparsi, e ci perseguita un senso di non autenticità. “Come stai?” “Bene”, spesso rispondiamo anche quando non è vero. In queste vite “esterne”, quando indossiamo una maschera davanti agli altri, è facile alienarci anche da Dio, che invece abita dentro di noi e ci chiama continuamente a ritrovare quel contatto, a riaprirci, a crescere, a riprendere il cammino e la nostra vocazione a diventare la totalità di ciò che siamo.
Nella pratica contemplativa carmelitana, questo ritrovare Dio che ci conosce e ci ama si chiama “raccolta”: un raccogliersi di nuovo, un richiamare alla mente la realtà più profonda di chi siamo nella relazione con Dio. Quel Dio che ci conosce con tenerezza, che ci chiama all’essere e al divenire, che ci ama senza ritorno e ci invita a conoscerci aprendo il cuore e donandogli la nostra anima.
Aprirsi in questo modo può essere doloroso, persino spaventoso. Tutti abbiamo porte chiuse nell’anima che temiamo di aprire: vecchie ferite, antiche vergogne, o la paura di ciò che potrebbe accadere se lo facessimo. Eppure, nell’amore di Dio c’è una dolcezza che guarisce: aprirsi al suo flusso d’amore è l’inizio del diventare se stessi. È l’aprirsi, spesso con passi tremanti, alla totalità di ciò che siamo. Tutti sappiamo, almeno in teoria, che l’amore è il grande comandamento, il primo imperativo per essere autentici davanti a Dio. Ma aprirsi davvero significa qualcosa di più che lasciarsi amare.
Il flusso dell’amore di Dio nella nostra vita è come un torrente di compassione: come disse Gesù, “fiumi di acqua viva scaturiranno dal suo seno”. Non è una pozza ferma in cui compiacersi da soli. Certo, Dio irriga la nostra anima come un giardino, vuole che riceviamo e fioriamo. Ma la pienezza del nostro essere non è solo per noi.
L’amore di Dio è un flusso che desidera raggiungere gli altri attraverso di noi, perché è questo che fa l’amore: scorre, dà vita, e ci trasforma nell’atto stesso di aprirci agli altri. Quando ci doniamo così, diventiamo canali di misericordia, e in questo cominciamo a conoscere il meglio di noi stessi. Ci ritroviamo, e incontriamo l’autenticità che possiamo avere in Dio.
Per decenni mi sono fatta del male. L’immagine che gli altri avevano di me non coincideva con ciò che ero dentro. Ho sorvegliato, difeso e represso quella parte di me per paura di essere scoperta. Ho cercato di interpretare una mascolinità coerente con le aspettative altrui, ma dentro di me ciò che provavo, ciò che desideravo diventare, era in doloroso conflitto con il mio corpo.
Così ho cercato di chiudere tutte le porte, di mettere la mia persona integrale in una scatola, di sigillarla e nasconderla. Ma la repressione è come una diga: più trattieni, più la pressione cresce, fino a esplodere in modi distruttivi. Nel mio caso, in un terribile autolesionismo. Era il prezzo di quella “recita” esteriore, lontana dal mio vero io. Non stavo agitando la mano, stavo annegando.
Poi, a volte, la diga si rompe. Non parlo solo dell’esperienza trans: accade a molte persone. Nel mio caso, credo che si sia spezzata perché desideravo Dio con tutto il cuore. Desideravo essere vera. E una volta che la diga si è rotta, non potevo più tornare indietro. Ho intrapreso la transizione. Non è stata una “scelta di vita” superficiale. Ho perso amici che sono spariti senza una parola. Il mio datore di lavoro mi ha detto che dovevo andarmene. Ho perso la casa. Per un periodo ho perso anche i miei figli. In chiesa mi dicevano che stavo rovinando la mia vita.
Eppure, Dio non mi ha abbandonata. Al contrario, mi sono sentita accolta, confortata, viva spiritualmente. Ho iniziato la terapia ormonale e, nel giro di poche settimane, gli anni di autolesionismo sono cessati. Ho affrontato l’intervento chirurgico. Una straordinaria comunità anglicana di suore – la stessa che in seguito sarebbe stata raccontata nella serie Call the Midwife (Chiamate la levatrice) – mi accolse, mi amò e mi curò per dieci settimane dopo l’operazione. “La tua è proprio come la nostra”, mi dissero con dolcezza mentre medicavano le ferite. Questa è l’inclusione cristiana.
La mia vita contemplativa si approfondì e si accese di nuova luce, grazie anche a un’altra comunità: le suore delle Sisters of the Love of God di Oxford. Furono meravigliose e mi incoraggiarono lungo il cammino della contemplazione. Ho imparato la fiducia nel Dio che c’è, anche attraverso la “nube della non conoscenza”.
Ho osato aprire porte chiuse da anni, ho affrontato me stessa, ho aperto il mio essere a Dio. La mia vita è diventata coerente, non più lacerata dalla disforia. Ho trovato una serenità profonda, una quotidianità più concreta e feconda. Sono passati quindici anni. Mi sono riqualificata come infermiera, e non potevo fare scelta migliore: nel prendermi cura degli altri ho trovato la mia guarigione interiore. La mia vita – e il mio cammino verso la totalità di ciò che sono – si è ampliata, aperta, liberata in piccoli gesti quotidiani nei reparti ospedalieri. La vita contemplativa non è solo interiore: pervade e trasforma anche la nostra vita pratica.
In chiesa, alcuni amici mi avevano avvertita: “Finirà male”. Ancora oggi c’è chi afferma: “La transizione è sbagliata, è contro la volontà di Dio”. Alcuni chiamano la mia vagina una “mutilazione” e considerano la mia femminilità una finzione. Politici e, purtroppo, anche certi cristiani si spingono oltre, politicizzando la mia semplice vita e ciò che sono, dipingendo le persone come me come “minacce” o “predatori”. È doloroso e, a volte, pieno d’odio.
Dicono di combattere un’“ideologia”, ma in realtà sono loro ad averne una. Il loro linguaggio mette in pericolo le vite delle persone trans per strada, alimentando la retorica delle guerre culturali e legittimando chi sputa, minaccia o insulta dicendo: “Sei un pervertito, un uomo in un vestito”. È triste e vergognoso vedere la nostra umanità usata come arma politica. Per la maggior parte delle persone trans, la vita è ordinaria come quella di chiunque altro: alzarsi, andare al lavoro, fare la spesa, lavare, stirare, preparare la cena. È la stessa “vita quotidiana” di chiunque è un essere umano.
I miei figli – tutti e tre cristiani convinti – hanno ricominciato ad amarmi con tenerezza. Sono immensamente orgogliosa di loro e della loro vita dedicata. Non sono felice per il dolore che hanno dovuto affrontare, ma oggi siamo uniti e affettuosi, e questo mi riempie di umiltà.
Uno dei miei ultimi incarichi, prima del pensionamento nel 2022, è stato come infermiera scolastica per 1200 adolescenti in una grande scuola secondaria. Lì ho incontrato – senza fare proselitismo – quattro adolescenti trans che cercavano di capire la totalità di chi erano. La scuola aveva un grande spirito: offrire loro tempo, spazio e rispetto, lo stesso rispetto che veniva dato ai ragazzi gay o lesbiche. Tutti gli studenti venivano da me per un taglio, un inalazione, un’emicrania, una reazione allergica, o semplicemente per parlare. E già dalla prima settimana ero semplicemente “l’infermiera”. I ragazzi sanno essere meravigliosamente semplici.
Ma non si tratta solo di singole persone, vero? Non riguarda solo me. Io sono infinitamente piccola nel grande disegno delle cose – e per fortuna! Il senso della transizione è proprio questo: poter vivere la propria vita, con maggiore serenità interiore, più coerenza, più sintonia con se stessi. E lo stesso vale per la chiesa: Dio ci chiama ad aprirci alla totalità di ciò che siamo e possiamo diventare.
Non a escludere, né a pretendere che tutti si conformino a un unico modello dominante, ma a comprendere che quando una chiesa accoglie la persona neurodivergente, la straniera, la persona gay, bisessuale, disabile, trans, o chi è ferito nella mente e nel cuore… ognuno di loro è creato da Dio in modo unico, e porta un dono alla comunità di Dio, che sarebbe impoverita senza di loro.
Sì, come chiesa, dovremmo pregare perché, aprendoci al flusso dell’amore di Dio, ci apriamo sempre più alla totalità di ciò che siamo.
* Susannah Clark è una donna trans e infermiera britannica in pensione. È membro della Fellowship of the Love of God (Oxford), dove segue una vita di preghiera contemplativa. Nella sua testimonianza intreccia la propria esperienza di fede, transizione e vocazione al servizio degli altri.
Testo originale: The Whole of Who We Are

