Tre direzioni per prendere il largo, un anno dopo il pellegrinaggio giubilare LGBTQ+
Riflessioni di Luigi Testa*
A un anno dal pellegrinaggio giubilare della Tenda di Gionata e di altre associazioni a Roma (il 5-6 settembre 2025) forse vale la pena recuperare il tesoro di quei giorni, non certo per indugiare su toni autocelebrativi o nostalgici, ma per ri-aderire al senso del nostro cammino.
Quei giorni di grazia sono stati, finalmente, una carezza per tante e tanti. Ci restano impressi nei volti i canti, i volti, i sorrisi, le lacrime, le parole. Ma ogni occasione di grazia ci chiede di prendere il largo, per ricentrarsi ascoltando la voce dello Spirito che ci accompagna nella storia.
La prima responsabilità che nasce dalla grazia giubilare di un anno fa, quindi, è forse proprio quella di aprirsi ad un ascolto autentico perché lo Spirito ci chiami per nome, aiutandoci a riscoprire la nostra identità.
Questo vale non solo per ciascuno di noi nella propria personalità, ma è vero anche per i gruppi di cui facciamo parte, e, più in generale, per il movimento di cristiani LGBT+ cui, a vario titolo, partecipiamo.
Serve sempre tornare a ricevere quella pietruzza bianca sui cui è scritto un nome nuovo (cfr. Ap 2,17) – il nome non solo di ciascuno di noi, ma anche il nome dei nostri gruppi e del nostro movimento, perché questo nome nuovo ci riconsegni l’identità cui aderire e da cui ripartire.
Questo cammino di discernimento e di riappropriazione potrà essere compiuto da ciascun gruppo locale secondo la propria storia, e gli approdi saranno quelli che lo Spirito suggerirà se l’ascolto sarà sincero e libero. Qui non si intende anticipare nulla, dunque, ma solo proporre personalissime considerazioni, nella forma quasi di una provocazione.
Forse, la grazia giubilare dello scorso anno – e la responsabilità che ne deriva – ci chiede, come cristiani LGBT+ impegnati nei nostri gruppi, di prendere il largo in tre direzioni.
La prima è quella di una riaffermazione della centralità del rapporto personale con Cristo. Le persone cristiane LGBT+ più di altre possono, infatti, testimoniare con verità come il contenuto della fede non sia una morale e neanche un’etica, ma l’incontro con una persona.
La testimonianza di chi lotta corpo a corpo con le strettoie di una malintesa morale o addirittura di un moralismo non evangelico pur di continuare a restare abbracciato a Cristo, pur di continuare ad aderire a Lui, può essere nella Chiesa efficacissimo antidoto contro quell’«occulto e orrendo veleno del vostro errore» di cui parla Agostino: «il volere che la grazia di Cristo consista nel suo esempio e non nel dono della sua persona» (Contra Iulianum. Opus imperfectum).
La seconda direzione verso cui prendere il largo è forse quella di una riaffermata adesione alla Chiesa, uscendo da ogni reticenza, timidezza, o rispetto umano. Eliot si chiedeva se «è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa» (Cori da «La Rocca»). Con onestà intellettuale, dovremmo dire che l’una ha abbondano l’altra, per reciproche incomprensioni. Ma la nostra scelta deve essere chiara, se è quella di rimanere nella Chiesa come si rimane in una famiglia: senza smettere di essere noi stessi, ma senza pretendere immediate e facili comprensioni.
Qualche settimana fa, mi ha intristito molto il video di un’intervista circolata in rete su fede e cristianesimo. Tra gli usurati argomenti tirati in ballo, non vi è stato neanche il minimo cenno allo spazio occupato all’interno della Chiesa cattolica dal lavoro di gruppi e associazioni di cristiani LGBT+, che pure i due interlocutori del video certamente conoscono, più o meno direttamente.
Occorre forse che da parte nostra arrivi anche una testimonianza di controtendenza rispetto alla facile narrazione anti-cattolica, ancora troppo mediaticamente vincente, e a cui spesso, purtroppo, finiamo per prestare il fianco, se non altro con un complice silenzio.
L’ultima direzione verso cui prendere il largo è essenzialmente connessa alle prime due, e soprattutto alla seconda. La grazia giubilare, infatti, forse chiede di uscire dalla comfort zone dei nostri gruppi per testimoniare la nostra fede (anzitutto) all’interno nella nostra Chiesa.
Si tratta di immaginare forme, personali e di gruppo, di presenza negli ambienti ordinari del nostro cattolicesimo – parrocchie, associazioni, movimenti – presentando lì la nostra testimonianza di cristiani impegnati, appassionati, seri, radicali, innamorati di Cristo, affezionati alla Chiesa, e magari – laddove possibile – anche la nostra testimonianza di amore coniugale felice e fecondo.
Si tratta, naturalmente, di un impegno che richiede un certo grado di maturità spirituale, uno sforzo umano non da poco, e che talvolta è impedito da situazioni contingenti non facilmente superabili. Dunque, è un impegno che non a tutte e tutti può essere richiesto nella stessa misura; ma che va richiesto a tutte e tutti nella misura possibile.
I nostri gruppi non possono infatti stabilmente supplire a quella forma di compagnia ecclesiale cui la realtà – o la nostra vocazione – ci chiama. Si tratta invece di oasi dove sostare, riposare, nutrirsi, curarsi, rinvigorirsi, prima di tornare ad uscire per aiutare la Chiesa ad essere più fedele al Vangelo e il mondo ad appassionarsi di Cristo.
Nella sua omelia nella Chiesa del Gesù, Monsignor Savino ci invitava a far camminare la speranza «osando l’aurora, osando l’alba, nonostante il tempo notturno». Osare l’alba significa prendere il largo, per essere sempre più all’altezza del nome nuovo che ci ha dato il Signore. Le direzioni e le forme le suggerirà lo Spirito, e probabilmente saranno diverse da quelle qui proposte. Non importa; l’importante è essere suoi.
* Luigi Testa è autore di testi a carattere giuridico e scrive su alcuni quotidiani nazionali. Ha pubblicato i testi di natura spirituale “Via crucis di un ragazzo gay” (Castelvecchi, 2024) e da “Ti condurrò da mia madre. Parole per un Rosario” (Editore Sanpino, 2026), altre sue riflessioni sono pubblicate anche su Gionata.org

