Un’Epifania Queer. Nessuno è straniero alla mangiatoia
Care amiche e amici di cammino, sediamoci idealmente davanti al presepe, accanto a quella capanna che ancora risplende della luce del Natale, e osserviamo quelle tre figure affascinanti, un po’ misteriose, che la tradizione chiama i Re Magi. Il Vangelo di Matteo (al capitolo 2) è l’unico che li nomina, e non ci dice nemmeno il loro numero né il loro titolo regale: li chiama Magoi dall’Oriente, ovvero sapienti, astrologi, cercatori di segni.
E già qui, la teologia queer ci sussurra una prima, potente verità: la santità della ricerca e del cammino (Patrick S. Cheng, Radical Love: An Introduction to Queer Theology, 2011). Questi uomini non erano del “popolo eletto”, non conoscevano la Legge mosaica, forse avevano credi e pratiche differenti. Erano, in una parola, stranieri, diversi.
Eppure, Dio scelse di rivelare a loro la nascita del Salvatore, attraverso un linguaggio che potevano comprendere: una stella, il linguaggio del cosmo. La loro identità “altra”, “queer” rispetto all’ortodossia religiosa del tempo, non è stata un ostacolo, ma il canale stesso della chiamata. Questo ci dice che Dio parla anche ai margini, alle periferie esistenziali e spirituali, a chi cerca fuori dai sentieri tracciati.
La loro importanza è enorme, perché ci ricorda che l’Epifania è la rivelazione dell’Universale. Il Bambino non è venuto solo per un popolo, ma per ogni popolo. I Magi, con il loro aspetto esotico, i loro doni simbolici, la loro lingua probabilmente incomprensibile a Maria e Giuseppe, incarnano l’umanità intera che giunge a Betlemme. È il momento in cui il “cristianesimo” (ancora in germe) si dichiara, per sua natura, trans-nazionale, trans-culturale, trans-identitario.
In Dio, in Cristo, non c’è più straniero, non c’è più un “dentro” e un “fuori” definitivi. La salvezza è un invito rivolto a ogni ricerca sincera, a ogni cammino verso la Luce, ovunque esso sia iniziato.
I Magi sono i primi ad adorare, non a imporre. Giungono potenti (la tradizione li fa re), ma si inginocchiano. Non portano leggi, dogmi o precetti. Portano doni: oro per il Re, incenso per il Dio, mirra per l’Uomo che morirà. La teologia queer ci invita a valorizzare i doni che ogni persona, nella sua unica e spesso non normata identità, porta alla mangiatoia (James Alison, Fede oltre il risentimento. Coscienza cattolica e coscienza gay, 2006). Portano la loro sapienza “altra”, la loro intelligenza del cosmo, il loro lungo viaggio. Ci insegnano che l’incontro con Dio non è la standardizzazione delle identità, ma l’offerta gioiosa e umile della propria verità più autentica.
Dopo aver incontrato il Bambino, i Magi “per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2,12). Questo è forse il dettaglio più profondamente “queer” di tutta la storia. L’incontro con Cristo non li ha resi “ebrei” o “normati” secondo le attese del potere (infatti deludono Erode). Li ha resi liberi. Liberi di disobbedire al potere ingiusto, liberi di scegliere una strada nuova, un ritorno differente. La fede autentica non è un recinto che uniforma, ma una liberazione che permette di vivere la propria identità, anche straniera, anche diversa, su sentieri di giustizia e verità.
Cosa significa per noi, oggi?
Questi tre stranieri, questi cercatori “queer” (strani) del Divino, ci ricordano che la fede non è un fortino da difendere, ma una tenda con le porte aperte (Lumen Gentium, 1964), dove c’è posto per ogni saggezza e ogni storia. Ci suggeriscono che l’identità cristiana stessa è, in fondo, un’identità queer: siamo tutti pellegrini, cercatori, chiamati a seguire una stella, non a costruire muri.
L’Epifania è dunque l’invito quotidiano a riconoscere Dio in ogni volto “straniero”, in ogni ricerca spirituale diversa dalla nostra. Ed è la certezza che anche noi, con le nostre singolarità e i nostri cammini a volte tortuosi, siamo attesi lì, per adorare e per essere trasformati, trovando poi il coraggio di tornare alla nostra vita per una strada nuova, la nostra.
Che la luce di quella Stella guidi anche i nostri passi, nella gioia di una fraternità e sororità ampia come il mondo.

