Vannacci, il reazionario in nome di Dio
Riflessioni di Massimo Battaglio
Mentre la sinistra si trastulla sulla bontà o meno del “pensiero woke” (che a me sa tanto di “gender 2.0” cioè di nuovo nemico immaginario per tacitare gli avversari e racimolare i voti degli allocchi), il partito dell’ex generale Vannacci, pubblica il suo programma. Anzi: pubblica la “B.I.P. – Base Ideologica e Programmatica di Futuro Nazionazle”.
Né Progetto Gionata né nessuna associazione LGBT+ cristiana e non ha mai dato indicazioni elettorali. E sarebbe tristissimo farlo ora. Tuttavia, le antenne dritte, le abbiamo anche noi. E, quando vediamo un documento pubblico, pensato appositamente per ottenere adesioni o critiche, non rinunciamo al nostro diritto di critica. Se poi ci leggiamo robe che non stanno né in cielo né in terra o sono pericolose, lo diciamo senza peli sulla lingua.
Vannacci e i suoi tirano in ballo Dio in diversi punti del documento. Come a dire che Dio sta dalla loro parte, che Dio è di destra. Dio, il Dio dei cattolici, secondo loro è il principale fondamento della propria politica. E quindi, la loro politica è l’unica legittima. Cito alcuni passaggi:
- È giunto il momento che la “Destra divina che è dentro di noi, nel sonno” (…) venga finalmente risvegliata.
- Il partito si propone come forza di destra patriottica e identitaria (…) fondata (…) sull’eroismo della cristianità (…) e, sopra tutto, sulla sintesi (…) operata dalla civiltà cattolica.
- Futuro Nazionale (…) intende riconoscere e promuovere la dignità del popolo italiano, sostenendone e rinnovandone la fierezza e mettendo al centro (…) quell’anima che è la Roma cristiana.
Già nelle premesse, si legge un tentativo di appropriazione del sacro che nemmeno la Democrazia Cristiana osò mai fare. All’epoca, i politici di cultura cattolica che sentivano il bisogno di riunirsi in un unico partito erano più cauti. Sapevano bene che la loro era un’opzione tra le tante. Aldo Moro, oltre a ragionare con Enrico Berlinguer di “compromesso storico”, si servì più volte di collaboratori comunisti (penso al maestro Manzi o a Rodari nei libri per la scuola elementare). Sapeva che il bene comune non è un bene di partito.
Vannacci si propone invece come unico legittimo interprete della volontà di Dio in politica. Arriva a definire San Paolo “camerata”.
A questa questione ha già risposto un gruppo di undici preti con una propria lettera aperta. La riportiamo per intero.
<< Egregio Generale Vannacci, Le scriviamo come sacerdoti, quotidianamente impegnati a servire il Vangelo, per esprimere il nostro profondo dissenso e sconcerto di fronte alle sue recenti dichiarazioni. Ci riferiamo, nello specifico, alla conferenza stampa tenutasi alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi, per presentare le proposte politiche ed energetiche del movimento “Futuro Nazionale”, durante la quale Lei ha esplicitamente definito l’apostolo Paolo come un “camerata”, richiamando un fantomatico “principio economico paolino” che troverebbe fondamento sulle parole dell’apostolo delle genti: “chi non vuol lavorare neppure mangi”, per giustificare l‘abolizione o il forte ridimensionamento dei sussidi sociali.
Orbene, associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte – per di più all’interno del programma di una fazione politica – rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede. Si tratta di una lettura anacronistica che nega la natura profonda della missione dell’apostolo. La citazione da Lei utilizzata – tratta dalla Seconda Lettera ai Tessalonicesi (3,10) – viene completamente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale.
San Paolo non stava dettando regole di economia politica per uno Stato, né invocava punizioni contro i poveri. Si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso agli altri, affinché la carità potesse risplendere. Piegare quel versetto per colpire chi si trova in condizioni di marginalità, significa dimenticare l’immenso corpus paolino sulla solidarietà.
San Paolo, che Lei maldestramente cita, è lo stesso che amava ripetere: “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35) e che esortava con forza i credenti a farsi carico dei bisognosi: “La vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza” (2 Corinzi 8,14).
San Paolo non è stato l’esponente di un pensiero politico, né il militante di una fazione contrapposta a qualsivoglia nemico umano. Egli è l’uomo dell’incontro, consapevole che la croce di Cristo ha abbattuto ogni muro di divisione del suo tempo (cfr. Ef 2,14), annunciando tra l’altro, che “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3,28).
Il suo messaggio è l’esatto contrario di qualsiasi ideologia basata sulla supremazia, sull’esclusione o sulla divisione in blocchi contrapposti. La parola “camerata” richiama dinamiche di appartenenza chiusa, cameratismo militare e militanza politica del Novecento a lei, evidentemente, molto congeniali. San Paolo, al contrario, parlava di “fratelli” e “sorelle”, estendendo questa dignità a ogni essere umano, senza distinzione di razza, cultura o ceto sociale.
La sua unica sottomissione era rivolta a Cristo, il suo unico e quotidiano impegno era il servizio umile ed efficace della carità che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Corinzi 13,7).
Come sacerdoti non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale, né di vederli accostati a slogan di partito pronunciati nelle aule delle istituzioni. La figura di San Paolo appartiene a tutti ed è un patrimonio di salvezza universale che scuote le coscienze, non un simbolo da piegare alle retoriche di parte.
La invitiamo, pertanto, a rispettare la sacralità delle Scritture e la storia della Chiesa, ricordando le parole stesse dell’apostolo: “nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri” (1 Corinzi 10,24). Le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico >>.
Chiaro e condivisibile. Viene però da domandarsi dove stiano gli altri quarantaquattromila sacerdoti italiani. Perché non hanno mosso critiche? Lo faranno in seguito? O si lasceranno inbambolare da tutte le espressioni del generale a proposito di “valori non negoziabili” e armamentario cattolicante vario?
Nel documento del generale Vannacci, in effetti, compaiono paro paro frasi estrapolate dai discorsi del fu cardinal Ruini:
- È importante (…) una netta consapevolezza di quali siano i valori non negoziabili (a cominciare dalla difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, della famiglia naturale e dell’identità cristiana).
E i “valori non negoziabili”, in politica, si traducono in poche cose. Primo: abolizione della legge 194. Secondo: stop ai disegni di legge sul fine vita. Terzo: abolizione delle Unioni Civili.
Poco importa se la legge 194 non favorisce affatto gli aobrti (anzi, li contiene). Poco importa se lo stesso san Giovanni Paolo II scelse di rifiutare l’accanimento terapeutico. Nulla importa delle coppie same sex e delle loro famiglie. Maltrattare le donne, i morenti e i froci fa scena. Fa uomo forte ispirato da qualche dio (non dal mio).
Vannacci non lo dice esplicitamente, è ovvio. Ma è molto chiaro quando usa per ben due volte la locuzione “famiglia naturale” e lo è ancora di più quando, al punto 13 del suo discorso, parla di “demografia, vita, famiglia e identità cristiana”. Dice:
- Il partito ritiene che la cellula fondamentale della società sia la famiglia composta da un uomo e una donna, (…) fondata sulla differenza sessuale
- Futuro Nazionale si oppone a qualsiasi equiparazione della famiglia naturale ad altre forme di convivenza e ad istituti giuridici di coppia ideologicamente propugnati dalla cultura cosiddetta “woke” per giungere alla seudogenitorialità contraria alla natura
- Il matrimonio (da matris munus, ovvero dono, compito, ufficio della madre) esiste se vi è la madre (…). E’ quindi necessario che vi sia anche il padre. Non vi è dunque matrimonio al di fuori della promessa leale tra un uomo e una donna.
Questo significa, operativamente, abolire le Unioni Civili. Di più: significa abolizione con effetto retroattivo, ovvero: coloro che in questi dieci anni si sono uniti civilmente non verranno più considerati coniugati. Piazza pulita.
Ma non è tutto. Il delirio vannacciano prosegue infatti così:
- il partito è contrario a leggi che possano introdurre il reato di cosiddetta “omotransfobia”, “omofobia” e simili.
- L’Italia dovrà rifiutarsi di accettare ed applicare qualsiasi direttiva internazionale (…) volta alla promozione dell’ideologia woke della cosiddetta “agenda LGBT”
- Proponiamo il divieto alla diffusione di programmi, scene tv, spot pubblicitari ecc. di contenuto genderista/omosessualista
- Parate, esibizioni e analoghi eventi di “orgoglio delle minoranze” dovranno, come ogni altra iniziativa, rispettare le norme dello Stato.
Ancora un passo e si torna ai roghi.
Non ci riuscirà mai perché nemmeno i sui alleati più “naturali” lo appoggeranno mai in un provvedimento così impopolare, ma l’intento è quello. Ma facciamo attenzione.

