Veglie antiomotransfobia. La sfida nelle chiese di accogliere chiunque è diverso




Articolo di Gianni Geraci* pubblicato sul quindicinale Adista Segni Nuovi n° 20 del 30 maggio 2026, pp.8-9
Inizio riportando un breve stralcio del comunicato con cui, nel 2007, veniva data la notizia delle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia che si sarebbero svolte il 28 giugno a Firenze, a Milano, a Roma e a Rimini.
«Il 28 giugno 2007, in diverse città italiane, varie veglie di preghiera ricorderanno le vittime dell’omofobia, ovvero della paura e della violenza irrazionale contro gli omosessuali. Questa iniziativa, lanciata dal gruppo Kairòs di Firenze, è stata subito accolta e fatta propria da altri gruppi di cristiani omosessuali, una realtà non molto conosciuta che però esiste da tanto tempo in Italia».
La genesi di questa iniziativa viene spiegata bene nelle locandine con cui i vari gruppi invitavano le persone: «Proprio nei giorni in cui si celebravano le esequie di Matteo (il giovane di Torino che, il 4 aprile di quest’anno, si è ucciso perché tormentato dai compagni di scuola a causa di una sua presunta omosessualità) alcuni ragazzi del gruppo di omosessuali cristiani di Firenze, si sono riuniti in una piccola chiesa del centro storico della città per pregare.
Durante l’incontro è emersa una domanda: “È mai possibile che i nostri pastori, di solito così loquaci quando si parla di omosessualità, non abbiano detto una sola parola per commentare la morte di questo adolescente disperato?”.
Occorreva fare qualche cosa! Da questa esigenza è nata l’idea di proporre alle comunità cristiane della città una veglia di preghiera in cui ricordare quelli che, come Matteo, sono vittima dell’atteggiamento di disprezzo e di violenza che circonda le persone omosessuali».
Nei primi anni le comunità cattoliche hanno guardato con sospetto queste iniziative: è vero che la data di riferimento non faceva più riferimento a quella del Pride, ma a quella della giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia; è vero anche che il magistero insegna che «va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente»; era però anche vero che l’idea di appoggiare in qualunque modo delle iniziative che prendessero in considerazione l’idea che, di queste espressioni malevole e di queste azioni violente, la causa fosse più la visibilità omosessuale che i pregiudizi di cui è oggetto.
D’altra parte, il Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche pubblicato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, alla voce “omosessualità e omofobia” sostiene che: «L’omofobia è un argomento di malafede e un prodotto dell’ansietà della psicologia omosessuale. In nome dell’omofobia, dei militanti vogliono soprattutto colpevolizzare gli eterosessuali» (cfr. 693).
E con queste premesse l’atteggiamento diffuso tra i responsabili delle nostre comunità cristiane poteva essere riassunto con queste parole: “Ogni violenza ed espressione malevola va biasimata, ma non vanno appoggiate iniziative che parlano di omofobia, perché questo termine è un ‘argomento’ che serve per colpevolizzare chi ribadisce il fatto che nell’omosessualità ci sia qualcosa di ‘intrinsecamente disordinato”, come recitano diversi documenti del Magistero.
È stato un lavoro lungo e faticoso quello di farsi accettare dalle varie comunità cattoliche. In alcuni casi si è arrivati a situazioni paradossali come a Palermo, nel 2011, quando il parroco della chiesa di Santa Lucia all’Ucciardone, informato all’ultimo momento del no della curia, ha affisso sul portone della chiesa questo avviso: «La curia di Palermo, venuta a conoscenza dell’iniziativa, mi ha invitato al pieno rispetto delle norme date dalla Santa Sede al n. 17 del documento Homosexualitatis Problema sulla cura pastorale delle persone omosessuali del primo ottobre 1986 e mi ha chiesto di annullare l’incontro di preghiera del giorno 12 p.v. nella parrocchia di Santa Lucia», ma con una sensibilità e una finezza rare, partecipò alla veglia che si è poi svolta nella piazza davanti alla chiesa di cui aveva dovuto chiudere la porta.
Sembrano passati davvero secoli, perché negli ultimi anni le veglie che si sono svolte in chiese cattoliche con il permesso delle varie diocesi e, in alcuni casi, con la partecipazione del vescovo sono diventate davvero tante e quest’anno, più di venti diocesi hanno partecipato all’organizzazione di veglie ecumeniche e le adesioni di movimenti come l’AGESCI, l’Azione Cattolica e i Focolarini sono state tante.
D’altra parte, se la Chiesa italiana vuole essere coerente con se stessa non può ignorare quanto afferma il documento di sintesi del suo Cammino sinodale, pubblicato nel mese di ottobre dell’anno scorso, dove l’assemblea propone che: «la CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.)» (cfr. 30).
Ma c’è un altro aspetto importante che è progressivamente emerso nel cammino che è stato fatto in questi vent’anni. Si tratta di quell’ecumenismo dal basso che lo ha caratterizzato. Un ecumenismo che ha spinto la Chiesa cattolica e le Chiese riformate a scoprire la dimensione della preghiera comune fatta principalmente di ascolto: l’ascolto della vita di chi vive una condizione di marginalità e l’ascolto della Parola che, pur rimanendo sempre la stessa, letta in circostanze nuove, per l’azione misteriosa dello Spirito, ci dice cose completamente nuove.
Chi organizzava le veglie l’aveva già scoperto nel 2008, quando ebbe l’intuizione di collegare la loro esperienza a quanto aveva detto Martin Luther King il 4 aprile del 1968: «Io ho sempre davanti a me un sogno! Che un giorno questa Nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. É questa la nostra speranza!».
Una continuità che la stessa Coretta King aveva sottolineato più di una volta ricordando che «che qualunque forma di ingiustizia è una minaccia per qualsiasi forma di giustizia».
Ed è per questo che, riprendendo il verso di Martin Luther King, vorrei confidare a chi mi legge quello che sto vivendo come un sogno: quello di un mondo in cui nessuno si senta escluso per quello che è e ciascuno venga accolto con un abbraccio così come raccomanda la Lettera agli Ebrei: «Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo». (13,1-2).
Sembra un caso, ma il riferimento all’episodio della distruzione di Sodoma, riletto seguendo le indicazioni che la Pontificia Commissione Biblica dà nel documento Che cosa è l’uomo. Un itinerario di antropologia biblica, quando afferma che: «dobbiamo dunque dire che il racconto riguardante la città di Sodoma illustra un peccato che consiste nella mancanza di ospitalità, con ostilità e violenza nei confronti del forestiero, comportamento giudicato gravissimo e meritevole perciò di essere sanzionato con la massima severità, perché il rifiuto del diverso, dello straniero bisognoso e indifeso è principio di disgregazione sociale, avendo in se stesso una violenza mortifera che merita una pena adeguata» (cfr. 188).
In sostanza, attraverso le veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia, siamo chiamati a farci carico di una conversione più vasta: quella di superare l’atteggiamento con cui molti uomini e molte donne si sentono autorizzati a discriminare, ad attaccare e a escludere chiunque è diverso.
* Gianni Geraci è fondatore dell’Associazione Il Guado di Milano e socio de “La Tenda di Gionata”, è uno storico attivista cattolico dei diritti della comunità LGBT. Ha curato articoli e saggi su fede e omosessualità

