“Viðrar vel til loftárása” dei Sigur Rós: quando l’amore arriva prima delle regole
Ho incontrato quasi per caso il video di Viðrar vel til loftárása dei Sigur Rós. E alcune immagini mi sono rimaste dentro. Forse perché le ho guardate non solo da uomo gay, ma da gay cristiano.
I Sigur Rós sono un gruppo islandese nato a Reykjavík negli anni Novanta, conosciuto per una musica sospesa, fatta di lunghi crescendo, archi e della voce inconfondibile di Jónsi Birgisson. Viðrar vel til loftárása è uno dei brani più intensi di Ágætis byrjun, il loro secondo album, pubblicato nel 1999 (Sigur Rós, sito ufficiale, Islanda).
Il titolo significa più o meno “Bel tempo per gli attacchi aerei”. Nasce dal terribile contrasto tra la bellezza di una giornata e la possibilità che proprio quel cielo sereno diventi favorevole a un bombardamento (Sigur Rós, sito ufficiale, Islanda).
Il video, diretto da Árni & Kinski nel 2001, sembra ambientato nell’Islanda degli anni Cinquanta. C’è una partita di calcio tra ragazzi, gli adulti a bordo campo, le famiglie, un sacerdote. Tutto appare ordinato, quasi immobile.
Poi, dopo un gol, due ragazzi si abbracciano e si baciano. Non c’è provocazione. Non c’è una dichiarazione. C’è soltanto qualcosa di spontaneo e innocente: due ragazzi che per qualche secondo dimenticano il mondo intorno e si riconoscono.
Poi arrivano gli adulti e li separano. È lì che il video mi ha colpito. Perché conosco quel passaggio.
Prima provi qualcosa di bello, magari ancora senza nome. Poi arrivano le parole degli altri, le battute, le regole, i silenzi. E se sei cristiano può insinuarsi una paura ancora più profonda: che anche Dio sia dalla parte di chi entra nel campo per separarti da ciò che ami.
Guardando quelle immagini mi sono chiesto: dov’è Dio in quella scena? Oggi faccio fatica a cercarlo negli adulti che interrompono quel bacio. Lo cerco piuttosto nei secondi precedenti: nel sorriso, nell’abbraccio, nella felicità improvvisa di quei due ragazzi.
La canzone dice: «Við áttum okkur draum, áttum allt», “avevamo un sogno, avevamo tutto”. Forse è proprio questo che vedo in loro. Per pochi istanti hanno tutto. Poi arriva la paura degli altri. E penso alle parole della Prima lettera di Giovanni: «Nell’amore non c’è timore» (1 Giovanni 4,18)
Mi torna in mente anche l’incontro tra Pietro e Cornelio negli Atti degli Apostoli (Atti 10,1-48). Cornelio è un pagano, uno di quelli che Pietro aveva imparato a considerare fuori dai confini del popolo di Dio. Eppure, quando entra nella sua casa, Pietro vede lo Spirito Santo scendere su Cornelio e sulla sua famiglia prima ancora che siano battezzati. Dio è già arrivato là dove Pietro non pensava potesse arrivare.
Per questo esclama: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?» (Atti 10,47).
Ogni volta che riguardo quei due ragazzi penso alla stessa domanda: Chi può impedire il loro bacio? Se in una relazione vediamo tenerezza, cura, fedeltà, desiderio del bene dell’altro, siamo così sicuri di poter dire che Dio non sia già passato di lì?
Forse anche la Chiesa, qualche volta, dovrebbe imparare quello che Pietro ha dovuto imparare: Dio può arrivare prima delle nostre categorie e delle nostre regole.
Ed ecco che il titolo della canzone acquista per me un significato ancora più doloroso. Il cielo è bellissimo e proprio allora qualcuno decide di bombardare imponendo dolore e violenza.
Nella vita di tante persone gay cristiane è accaduto qualcosa di simile. Stavamo scoprendo l’affetto, il desiderio, forse l’amore, e proprio allora sono cadute parole pesanti: peccato, vergogna, disordine, impossibilità. A volte pronunciate persino in nome di Dio.
Ma il video lascia un’immagine che nessuno può più cancellare. Il bacio è avvenuto. Gli adulti possono intervenire, dividerli, ristabilire l’ordine. Ma noi abbiamo visto quei due ragazzi felici.
E forse è questo che oggi porto con me. Dio non era nella paura che provavo quando cercavo di non essere me stesso. Dio era già nel desiderio di poter amare senza nascondermi.
La mia preghiera, guardando quelle immagini, è semplice: che le nostre comunità cristiane smettano di essere gli adulti che corrono sul campo per separare. E imparino invece a fermarsi, guardare e riconoscere, con stupore, quando l’amore è già arrivato prima di noi.

