Come la mia identità queer si intreccia con la mia fede cristiana?
Testo del pastore Brandan J. Robertson* pubblicato su Salzburg Global Seminar (Austria) il 27 ottobre 2020.
Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Come pastore gay e cristiano ho dedicato molto tempo a riflettere su come la mia identità queer si intrecci con la mia fede cristiana. All’inizio del mio percorso spirituale, cresciuto in un contesto evangelico americano a Baltimora, nel Maryland, non riuscivo proprio a vedere come queste due dimensioni così profonde della mia persona potessero mai conciliarsi. Credevo che, per essere autentico nella mia fede, avrei dovuto sacrificare la mia identità sessuale, così da restare in comunione con Dio e con la Chiesa.
In seguito, quando fui pubblicamente outato in un articolo del TIME Magazine, dopo che una casa editrice cristiana aveva rescisso un contratto editoriale con me a causa del mio orientamento sessuale, e quando fui poi duramente condannato dai media evangelici nazionali, ho capito che non ero più disposto a offrire quel sacrificio. Mi sono ritrovato a pormi la stessa domanda che tante persone LGBTQ+ si fanno: perché dovrei restare fedele a una tradizione religiosa che non sembra avere posto per me, così come sono stato creato?
È proprio nella tensione tra questi due momenti della mia vita che ho iniziato a comprendere quanto possa essere importante una religione progressista e inclusiva, capace di guarire ferite profonde e di contribuire all’avanzamento dei diritti umani per le persone LGBTQ+ in tutto il mondo.
Questa foto è stata scattata durante la “Sister Act Pride Mass” nella Grace Cathedral di San Francisco, dove nel 2019 ho predicato sull’importanza spirituale del coming out. È stato per me un momento trasformativo, di totale accoglienza e accettazione da parte della Chiesa.
Nonostante il racconto prevalente nei Paesi occidentali parli di un declino del legame con la religione, in realtà le adesioni alle religioni stanno aumentando nel Sud globale, dove migliaia di persone si convertono a tradizioni religiose come l’Islam, il cristianesimo pentecostale o il mormonismo a un ritmo mai visto prima. E anche in Occidente, sebbene la partecipazione alle religioni istituzionalizzate stia diminuendo, cresce invece il numero di persone che si interessano alla spiritualità in senso più ampio.
Le comunità religiose e spirituali fanno parte della nostra civiltà da quando abbiamo coscienza di noi stessi, e rappresentano uno degli strumenti più potenti per organizzare e orientare le persone verso obiettivi comuni.
In quasi tutti i più grandi movimenti per i diritti civili che si sono sviluppati nel mondo, la componente religiosa ha avuto un ruolo fondamentale: ha educato, dato forza e spinto le masse ad agire per abbattere sistemi e strutture ingiuste. Anche nel movimento globale per i diritti LGBTQ+, figure religiose come il vescovo Paul Colton, il reverendo Kapya John Kaoma, il vescovo Joseph Tolton e il vescovo Gene Robinson hanno avuto un ruolo cruciale come sostenitori della nostra causa, cercando di cambiare i cuori e le menti di coloro che, per motivi religiosi, si oppongono ancora oggi ai diritti delle persone queer.
Man mano che il movimento LGBTQ+ si espande nel mondo, dobbiamo sostenere le nostre sorelle e i nostri fratelli queer che guidano la lotta per la dignità e l’uguaglianza in Paesi dove la religione è ancora molto radicata, e spesso si accompagna a forme di fondamentalismo. Per farlo, è fondamentale che il nostro movimento globale si organizzi per coinvolgere e rafforzare il ruolo dei responsabili religiosi, di tutte le tradizioni, che vogliano agire da sostenitori, facendo sentire la propria voce a favore della giustizia e della piena umanità delle persone LGBTQ+, sia all’interno delle loro comunità religiose, sia nella società più ampia.
Ma non è solo la nostra comunità queer ad avere bisogno del sostegno di quella religiosa. Anche le religioni, senza la presenza delle persone queer, restano impoverite. Nel mio libro True Inclusion: Creating Communities of Radical Embrace (Vera inclusione: creare comunità dall’abbraccio radicale), affermo una verità teologica che non vale solo per la tradizione cristiana, ma per tutte le religioni abramitiche:
> “La vera inclusione esige che riconosciamo che solo nella nostra diversità possiamo rispecchiare più pienamente la divinità del nostro Creatore, che è espansivo e creativo. Ogni volta che ci sentiamo costretti a dichiarare che qualcuno non appartiene – per via della sua sessualità, etnia, provenienza, fede, idee politiche, per il suo comportamento, i suoi bisogni, le sue fragilità o difficoltà – stiamo disumanizzando non solo quella persona, ma anche noi stessi.”
Le tradizioni religiose abramitiche affermano che tutti gli esseri umani sono stati creati a immagine e somiglianza del Creatore. Queste stesse tradizioni riconoscono che Dio è per sua natura infinito, vario e creativo. Nella tradizione islamica, ad esempio, uno dei sei nomi di Dio è “Al-Badi”, che significa “l’Indescrivibile”. La scrittrice musulmana Haya Muhammad Eid lo descrive così:
“Dio crea tutte le sue creature con una varietà e una unicità travolgenti, così che nessuna creatura sia perfettamente identica a un’altra. Questa varietà infinita nella creazione è la manifestazione fisica del potere creativo assoluto di Dio.”
Se le nostre comunità di fede vogliono riflettere questa unicità e creatività che fa parte stessa della nostra concezione di Dio, allora dobbiamo accogliere l’intera varietà dell’umanità. Quando escludiamo le persone LGBTQ+ dalle nostre chiese, non solo contribuiamo alla loro disumanizzazione, ma anche alla nostra. Perché essere pienamente umani significa riflettere Dio nella sua espansività creativa.
Come pastore cristiano, credo che le persone queer – e tutte le persone – siano create a immagine di Dio. Credo che i nostri doni, le nostre esperienze e prospettive siano fondamentali per aiutare le comunità di fede a comprendere meglio Dio e se stesse. La nostra presenza nei luoghi di fede offre loro uno sguardo nuovo, una voce profetica. Senza di noi, le chiese restano incomplete.
La mia vita dimostra che l’identità queer e la fede religiosa non devono essere in conflitto. E il mio cammino mostra che, quando vengono intrecciate, queste due dimensioni possono diventare uno strumento potente di rinnovamento spirituale e sociale per il mondo intero.
*Brandan J. Robertson è pastore evangelico responsabile della Missiongathering Christian Church di San Diego, California (Stati Uniti). Attivo nella promozione dei diritti LGBTQ+ e della giustizia sociale, è autore di diversi libri tra cui “True Inclusion: Creating Communities of Radical Embrace Inclusion”.
Testo originale: “As a Christian Minister, I Believe That Queer People (and All People) Are Created in the Image of God”

