Lettera di una madre cattolica al figlio gay
Testimonianza di una madre con figlio gay raccolta dalla Pastoral de la Diversidad Sexual (PADIS Cile), su Revista Mensaje (Cile), mensile dei gesuiti cileni, n. 642, settembre 2015, pp. 23-24. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Caro figlio, mi è difficile cominciare questa lettera, perché mi riporta a un periodo molto intimo e doloroso delle nostre vite. Nel 1995, quando avevi quindici anni, cominciasti ad avere dei comportamenti che non riuscivo a capire. Non sapevo cosa ti stesse succedendo.
Eri sempre stato un bambino allegro, affettuoso, pieno di voglia di parlare, uno studente brillante e attento alle persone più bisognose. All’improvviso eri diventato un adolescente triste, non avevi voglia di parlare, eri trasandato e sembravi non avere più motivazioni.
Smettesti di venire a Messa con noi e, quando ti chiedevo di accompagnarci, ti arrabbiavi moltissimo. Non ti riconoscevo più. Ti dichiarasti «ateo». Durante i pranzi di famiglia rimanevi cupo e in silenzio.
Quando ti domandavo cosa avessi, te ne andavi senza rispondere. Avevo tanta paura di quel giovane che ormai mi sembrava di non conoscere. Non eri più lo stesso e io non capivo cosa ti stesse accadendo. Perché non mi raccontasti le tue angosce e le tue sofferenze? Perché non riuscii a riconoscere, dietro il tuo comportamento, tutto il dolore che provavi per il fatto di sentirti «diverso»?
Ti portammo da una psicologa per cercare di capire cosa ti stesse succedendo, con l’intenzione di aiutarti e di aiutare anche noi stessi a comprenderti. La scelta di quella professionista non fu delle migliori. Oggi penso che non ti abbia aiutato a orientarti e a prendere le decisioni giuste davanti alla situazione che stavi affrontando.
Parlasti a scuola del tuo orientamento sessuale — era stata lei a consigliartelo — e per questo fummo respinti. Quando la psicologa ci disse che eri omosessuale, per me fu un colpo terribile. Non fu così per tuo padre, che continuava semplicemente a ripetermi che dovevo accettarti e volerti bene.
Ho sofferto moltissimo, per molti anni, perché non capivo cosa significasse essere «omosessuale». Io ero cattolica e sentivo che la mia Chiesa ci rifiutava, perché considerava l’omosessualità una malattia, quasi una perversione. Ogni sacerdote al quale chiedevo aiuto mi diceva che avresti potuto «guarire».
Pregavo moltissimo. Chiedevo continuamente a Dio un miracolo. Conservo ancora dei quaderni pieni delle richieste e delle preghiere di quel periodo. Partecipavo ai ritiri, andavo a Messa ogni giorno… Cercavo nella mia Chiesa una risposta e un sostegno, ma non li trovavo.
Ogni volta che nelle mie comunità o in parrocchia si parlava di questo tema, ne uscivo ancora più depressa e angosciata. Tutti rifiutavano questo genere di «malati»: in altre parole rifiutavano te e, insieme a te, anche me. Perché quando si rifiuta un figlio, si rifiuta anche sua madre.
Facevo sacrifici. Ricordo che un giorno andai al Santuario della Vergine di Lourdes ed entrai in ginocchio fino all’altare. Le ginocchia mi facevano malissimo e sanguinavano, ma mentre avanzavo immaginavo già il miracolo della tua guarigione. Continuavo a chiedere a Dio, alla Vergine e a Gesù Bambino di compiere quel miracolo di cui credevo di avere disperatamente bisogno. Oggi, guardando indietro a quei giorni senza speranza, mi accorgo invece che Lui era sempre lì. Mi sosteneva. Non aveva mai smesso di amare né me né te.
Adesso mi domando come devi esserti sentito, figlio mio, pensando che anch’io ti rifiutassi. Ma non eri tu che rifiutavo. Non capivo, non sapevo, ignoravo tutto ciò che riguardava l’omosessualità. Quando parlavo con tuo padre di quello che stavamo vivendo, lui mi diceva che non c’era nulla da capire: «Limitati a volergli bene e ad accoglierlo. Non cercare di razionalizzare tutto. Amalo e basta».
Mi riempie di tristezza pensare a quanto devi aver sofferto, figlio mio. Se io stavo così male, credo che la tua sofferenza sia stata molto più grande.
Durante tutti quegli anni avevo paura anche per la tua sicurezza. Temevo che qualcuno potesse farti del male, aggredirti per strada o all’università, oppure all’uscita dei locali che frequentavi con i tuoi amici. Avevo paura anche per il tuo lavoro. Temevo che potessi essere nuovamente respinto, come lo eravamo stati nella scuola cattolica che avevi frequentato da bambino.
Sono ormai trascorsi vent’anni da quando ho saputo che eri omosessuale, figlio mio.
Qualche tempo fa ho scoperto che all’interno della CVX (Comunidad de Vida Cristiana, Comunità di Vita Cristiana) si stava formando una pastorale per i genitori di persone omosessuali. Questa pastorale è diventata un’oasi nella mia vita. Finalmente ho trovato le risposte alle tante domande che mi portavo dentro e la pace di cui avevo bisogno per comprendere quello che era successo a te e a me.
Durante il tempo trascorso nella pastorale ho imparato moltissimo sull’omosessualità. Le persone che l’hanno organizzata lo hanno fatto con grande amore, entusiasmo e umiltà. Mi hanno mostrato il vero Gesù: quello che non discrimina, quello che ci ama così come il Padre ci ha creati.
Mi hanno aiutato a comprendere che l’omosessualità non è una malattia, ma un’altra espressione della sessualità umana.
Siamo proprio noi padri e madri che, attraverso le nostre testimonianze, possiamo mostrare agli altri che non siamo soli; che tu e tutti i nostri figli e le nostre figlie siete creature di Dio; che non si tratta di una scelta e che tu non hai scelto di essere omosessuale, così come io non ho scelto di essere eterosessuale.
Ringrazio il Signore per averti come figlio, il mio primogenito. Se tu, figlio mio, non fossi omosessuale, non saresti tu. E io non sarei la persona che sono diventata. Forse non avrei cercato Dio come lo cerco oggi, forse non lo conoscerei nel modo in cui lo conosco e forse non avrei questo desiderio di continuare a conoscerlo per tutto il tempo che mi rimane da vivere in questo meraviglioso mondo che ci ha donato.
Sei una persona buona, adulta e responsabile, un professionista intelligente e, soprattutto, porti con te i valori che abbiamo cercato di trasmetterti nella nostra famiglia. Hai accanto, come compagno e amico, un uomo buono, con valori simili ai tuoi. Ti vedo felice per tutto quello che sei riuscito a costruire nella vita.
Continuo a pregare per voi, perché Dio vi protegga e perché la nostra Chiesa apra le porte a coloro che un giorno ha respinto o che si sono sentiti emarginati a causa del loro orientamento sessuale.
Alla fine, il miracolo che avevo tanto chiesto a Dio è avvenuto. Ma il miracolo non è stato che tu, figlio mio, cambiassi la tua natura. Il miracolo è stato che io comprendessi e accettassi la tua natura, così come sei, come Dio ti ha creato, come ti ha formato nel mio grembo.
Dio non sbaglia. Dio ci crea con Amore, ciascuno con le proprie differenze. Ti amo con tutto il cuore…
Mamma
Testo originale: Testimonios: Carta de una madre católica a su hijo homosexual

