Dalla Porta Santa a Torino: il popolo dei cristiani LGBTQ+ in cammino su nuove strade
Riflessioni di Nazareno
C’è un’immagine che mi piace ricordare spesso e che attraversa tutta la Scrittura — dal Salmo 118 al Vangelo di Luca, fino alla prima lettera di Pietro — “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo”. È l’immagine che, un anno fa, migliaia di pellegrini LGBT+ hanno portato con sé attraversando la Porta Santa a San Pietro.
Oggi quella stessa immagine ci indica una direzione precisa: quella di Torino, dove nel 2027 arriverà l’EuroPride, e dove intanto la comunità cristiana LGBT+ è già chiamata a costruire, passo dopo passo, la propria presenza su nuove strade.
Un anno fa eravamo alla Porta Santa
Nel settembre 2025, più di 1.400 cristiani LGBTQ+ da oltre venti paesi hanno camminato fino a Roma. Alcuni a piedi, lungo la via Francigena da Terracina, portando una croce che sarebbe poi passata di mano in mano fino alla Basilica di San Pietro. Il 6 settembre, insieme ai loro genitori, ai loro alleati e agli operatori pastorali che li accompagnano da anni, hanno varcato la Porta Santa.
Non una rivendicazione, non uno slogan: un pellegrinaggio. Un atto di fede pubblico, compiuto nel cuore della Chiesa cattolica, in un Anno Santo che per molti sembrava un luogo impossibile da attraversare da protagonisti e non da ospiti tollerati.
Chi ha vissuto quei giorni racconta la stessa cosa: l’epifania che si può essere pienamente cristiani e pienamente sé stessi, senza dover scegliere, senza dover nascondere una parte per salvare l’altra.
Padre Pino Piva, gesuita che da anni accompagna le persone LGBT+ e le loro famiglie, lo ha detto con chiarezza in quei giorni: quel pellegrinaggio è stato “un punto d’arrivo di un cammino molto grande, molto largo, molto lungo, molto difficile. Ma è anche un punto di partenza”.
Ecco perché oggi ha senso parlare di EuroPride. Perché quel cammino, che a Roma ha attraversato una porta, ora deve continuare a camminare per le strade del mondo.
Il talento che portiamo con noi
Val la pena rileggere in quest’ottica anche la parabola dei talenti in un modo che dovrebbe essere, con orgoglio, mostrato in un Pride: il nostro orientamento, la nostra identità, il modo in cui abbiamo vissuto e attraversato la nostra storia con Dio, non sono un peso da nascondere sottoterra per paura. Sono un dono da mettere in circolo, per noi stessi e per gli altri.
Nascondere quel talento, dice la parabola, è l’unico vero fallimento possibile. E per troppo tempo, dentro e fuori dalla Chiesa, a molti cristiani LGBT+ è stato chiesto proprio questo: seppellire, tacere, dividersi in due per essere accettati da entrambi i mondi.
Partecipare a un Pride portando la propria fede alla luce del sole — non lasciandola a casa, non travestendola — è un modo concreto di rifiutare quella sepoltura. È dire, con il corpo prima ancora che con le parole: questo talento non lo nascondo più.
Perché Torino, e perché proprio ora
Torino non è una tappa qualunque. È la città dove, dal 2012, un vescovo ha affidato a un prete — Gian Luca Carrega — il compito di seguire stabilmente la pastorale con le persone LGBT+ e i loro genitori. È una diocesi che ha scelto, da oltre dieci anni, di camminare “con” le persone LGBT+ prima ancora che la parola inclusione diventasse un tema di attualità ecclesiale. E nel 2027 sarà anche la città che ospiterà l’EuroPride, dopo che il Torino Pride ha appena festeggiato, a giugno 2026, i suoi primi vent’anni.
Non è un caso che una città con questa storia pastorale sia oggi anche una capitale europea dei diritti. Le due cose si intrecciano a vicenda. Dove qualcuno ha avuto il coraggio di aprire un dialogo dentro la comunità cristiana, la città intera ne ha ricevuto un frutto di maggiore apertura.
Ed è per questo che la strada verso l’EuroPride di Torino non riguarda solo le associazioni LGBT+ laiche: riguarda anche noi in tutta Italia, che a quella Diocesi, a quei gruppi come Il Pozzo di Sicar, Briciole d’Amore, Maranathà, dobbiamo tanto del cammino fatto finora.
Il tempo è maturo. Dopo un pellegrinaggio giubilare che ha mostrato al mondo che si può attraversare una Porta Santa restando pienamente sé stessi, la tappa naturale successiva è mostrarsi, con la stessa dignità e la stessa pace, per le strade di una città che si prepara a diventare il centro dell’orgoglio LGBTQIA+ europeo.
Esserci come cristiani, non nonostante la fede ma grazie ad essa
Partecipare al Pride portando croci, magliette di gruppi cristiani, rosari, non è un compromesso tra due identità in tensione. Non andiamo a un Pride “nonostante” siamo cristiani, né ci confessiamo cristiani “nonostante” siamo lì. Ci andiamo perché la nostra fede stessa ci chiede di testimoniare pubblicamente la dignità che Dio ci ha dato — la stessa dignità, non una versione ridotta, di ogni altro figlio, figlia e figl* di Dio.
Chi ha vissuto il pellegrinaggio a Roma lo ha raccontato con parole molto simili: partecipare significa “essere Chiesa nella Chiesa”. Lo stesso vale per un Pride. Esserci come cristiani a Torino significa mostrare — a chi crede e a chi non crede, a chi ci sostiene e a chi ancora fatica ad accettarci — che la fede e l’identità LGBT+ non sono due strade parallele che non si incontrano mai, ma un unico cammino, spesso faticoso, a volte doloroso, ma autentico.
Significa anche qualcosa di molto pratico: farsi vedere. Per un ragazzo o una ragazza che sta ancora lottando con l’idea di poter essere insieme fedele e libero, vedere una delegazione di cristiani — preti, religiosi, laici, famiglie — camminare a un Pride può essere l’unica prova concreta che quella “nuova” strada esiste davvero, e che non è necessario scegliere tra Dio e sé stessi.
Una pietra alla volta
Al recente incontro degli operatori pastorali che accompagnano le persone LGBT+ si è parlato di esperienze diverse — Bologna, Chiavari, Firenze, Torino — che non seguono un modello unico. Ognuna ha trovato la propria strada, secondo i propri tempi e le proprie possibilità. Ed è proprio questa varietà di percorsi il segno che lo Spirito lavora con una creatività che non si lascia ingabbiare in un solo schema.
Anche la nostra presenza all’EuroPride di Torino sarà fatta di tanti modi diversi di esserci: chi sfilerà, chi pregherà a distanza, chi organizzerà momenti di spiritualità durante la settimana dell’evento, chi porterà semplicemente la propria testimonianza in una parrocchia.
Non conta la forma, conta la sostanza: essere presenti, essere visibili, essere una pietra tra le tante che, messe insieme, costruiscono nuove strade.
La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo. Lo è stata a Roma, davanti alla Porta Santa. Lo può essere di nuovo a Torino, davanti a una città e a un continente secolarizzato che guardano — con curiosità, a volte anche con diffidenza — a cosa significhi essere, insieme, cristiani e orgogliosi di sé stessi.
Il cammino non è finito. Ma oggi possiamo dire che qualcosa è nato, qualcosa è cambiato. E vale la pena continuare a camminarci dentro, un passo alla volta, fino a Torino.

