Il principio di Pastoralità, il gruppo di studio 9 del Sinodo universale e la pastorale con le persone omoaffettive e transgender
Intervento tenuto da Luca Lunardon* al primo Convegno nazionale degli operatori di pastorale “Buone pratiche di pastorale con persone omoaffettive e transgender” (Roma, Curia generalizia della Compagnia di Gesù, 4 settembre 2026)
In quest’ultimo anno sono stati pubblicati due documenti rilevanti per la pastorale con persone omoaffettive e transgender. Il primo, che riguarda il nostro paese, è il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese italiane Lievito di pace e di speranza (25 ottobre 2025, poi recepito dai vescovi della Conferenza Episcopale Italiana). In particolare, i nn. 30-31 sulla cura delle relazioni e l’attenzione alla dimensione affettiva.
Il secondo, al quale dedicherò il mio intervento, è di un Gruppo di studio del Sinodo. Oggi ci troviamo nella terza fase del Sinodo della Chiesa universale, che è quella dell’implementazione. La prima (dal 2021 al 2023) era stata la Consultazione del Popolo di Dio con una tappa a livello diocesano e nazionale, e un’altra a livello continentale. Non dimentichiamo che proprio quella consultazione aveva permesso alle persone omosessuali e transgender, ai loro genitori, agli operatori pastorali, di avere voce in modo qualificato.
Si era giunti poi alla seconda fase del Discernimento dei Pastori con la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si è tenuta in due sessioni: nel 2023 (4-29 ottobre) e nel 2024 (2-27 ottobre).
La Relazione finale della prima sessione (2023) aveva affrontato il tema del discernimento ecclesiale nelle questioni aperte al n. 15, affermando che
Le pagine del Vangelo mostrano che Gesù incontra le persone nella unicità della loro storia e situazione. Egli non parte mai da pregiudizi o etichette, ma da una relazione autentica in cui si coinvolge con tutto se stesso, anche al prezzo di esporsi all’incomprensione e al rifiuto.
Gesù ascolta sempre il grido di aiuto di chi ha bisogno, anche quando rimane inespresso; compie gesti che trasmettono amore e restituiscono fiducia; rende possibile con la sua presenza una nuova vita: chi lo incontra ne esce trasformato[1].
Tuttavia, l’Assemblea dei Vescovi continua così:
La difficoltà che incontriamo nel tradurre questa limpida visione evangelica in scelte pastorali è segno della nostra incapacità di vivere all’altezza del Vangelo e ci ricorda che non possiamo sostenere chi ha bisogno di aiuto se non attraverso la nostra conversione, personale e comunitaria[2].
E fa alcuni esempi, frutto della precedente fase di ascolto.
Alcune questioni, come quelle relative all’identità di genere e all’orientamento sessuale, al fine vita, alle situazioni matrimoniali difficili, alle problematiche etiche connesse all’intelligenza artificiale, risultano controverse non solo nella società, ma anche nella Chiesa, perché pongono domande nuove.
Talora le categorie antropologiche che abbiamo elaborato non sono sufficienti a cogliere la complessità degli elementi che emergono dall’esperienza o dal sapere delle scienze e richiedono affinamento e ulteriore studio.
È importante prendere il tempo necessario per questa riflessione e investirvi le energie migliori, senza cedere a giudizi semplificatori che feriscono le persone e il Corpo della Chiesa[3].
E chiede che, in vista della sessione dell’anno successivo, vengano avviate iniziative di discernimento condiviso su questi temi. Alla fine, le questioni teologiche ed ecclesiali emerse in quella assemblea sono ancora di più, e nel febbraio successivo vengono costituiti da papa Francesco 10 Gruppi di studio su altrettanti temi, ai quali papa Leone XIV ne aggiungerà altri due l’anno successivo.
Il Gruppo di Studio n. 9 fu chiamato ad approfondire Criteri teologici e metodologie sinodali per un discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse. Coordinato da Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, Arcivescovo di Lima (Peru), era composto da persone di diversa provenienza, competenza e tipo di approccio. Si tratta di un gruppo che, oltre ad approfondire il tema, ha dovuto compiere un paziente lavoro di esplicitazione e armonizzazione dei loro diversi punti di vista e di partenza.
Il Gruppo di studio ha pubblicato un primo rapporto per la seconda sessione del 2024[4], un rapporto intermedio nel settembre 2025[5] e il Rapporto finale uscito lo scorso 5 maggio. Questa è una delle risorse che il Sinodo Universale ci consegna per la sua terza fase, che come dicevo all’inizio è quella dell’Implementazione, cioè di attuazione di quanto emerso nella Consultazione del Popolo di Dio e nel Discernimento dei Pastori.
Questo processo, nei prossimi due anni, sarà verificato da una serie di assemblee che, partendo a livello locale nel 2027, culmineranno in una Assemblea ecclesiale in Vaticano nell’ottobre 2028.
Entriamo ora nel contenuto del Rapporto finale. Cominciamo dal titolo. Il Gruppo di studio, a mano a mano che proseguiva il proprio lavoro, ha deciso di cambiare il termine “questioni controverse” in “questioni emergenti”. Mentre, infatti, “controverse” rimanda alla “soluzione di un problema”, l’espressione “questioni emergenti” rimanda invece alle disposizioni e al dialogo, nella prospettiva di una “conversione relazionale” che l’intero Popolo di Dio è chiamato ad assumere nel cammino della Chiesa sinodale[6]. Il documento elaborato dal Gruppo si compone di tre parti:
I. Un cambio di paradigma nella missione della Chiesa e le dinamiche del processo sinodale che lo promuovono
II. Il principio di pastoralità e le sue pratiche in una Chiesa sinodale
III. Per un esercizio sinodale del discernimento nelle Chiese locali: due questioni oggi emergenti
Parto dalla terza, poi andrò alla prima e infine alla seconda sul principio di pastoralità (che è il tema principale del mio intervento).
La terza parte del documento propone due esercizi di discernimento sinodale attorno ad altrettante questioni emergenti: l’esperienza delle persone omosessuali credenti e l’esperienza di non violenza attiva da parte di persone e associazioni in situazioni di guerra. Si tratta di due situazioni emerse nei contributi che da tutto il mondo erano stati inviati alla segreteria del Sinodo. Il documento dà voce a queste esperienze, senza voler concludere il processo di ascolto e di riflessione con un pronunciamento finale, ma lasciando alcune piste per un discernimento etico-teologico. Dato che è quello che stiamo già facendo insieme oggi, mi soffermo sulle altre due parti del documento.
Prima, però, parto dall’introduzione con l’icona biblica che viene presa come riferimento, ossia i capitoli 10-15 degli Atti degli Apostoli dove la Chiesa che si apre al mondo dei Gentili e in esso prende a germogliare. C’era la domanda se anche coloro che non provenivano dalla religione giudaica dovessero stare sotto la Legge mosaica, e anche la questione di come armonizzare nella stessa comunità chi proveniva dall’ebraismo e chi invece da altre culture.
Si tratta della “questione emergente” allora: se e come possono coesistere due forme diverse dell’esperienza della fede in Gesù che, proprio nella decifrazione del loro reciproco rapporto, sono invitate a cogliere ed esprimere la novità e la portata non solo religiosa ma anche socio-culturale del Vangelo[7].
Gli Atti degli Apostoli ci narrano che di fronte a quella “questione emergente” la Chiesa imparò a discernere, interpretando sotto l’azione dello Spirito l’esperienza che si vive, ciò che ha significato permanente (e trova compimento in Gesù), e ciò che invece ha valore solo provvisorio. E così si apre a un’evangelizzazione capace di rivolgersi a tutti i popoli, avviando un processo creativo d’inculturazione della fede nei diversi contesti e nelle diverse epoche storiche. E il documento afferma:
Il riconoscimento delle questioni che oggi consideriamo come “controverse” può rappresentare, in positivo, l’emergere di esperienze che sollecitano la Chiesa a cogliere ed esprimere, a un livello inedito e più profondo, il suo stesso appropriarsi e declinare nell’oggi della storia, e nella diversità dei contesti e delle situazioni, il messaggio di sempre del Vangelo a tutti destinato[8].
Questo modo di procedere, che pure ci viene narrato all’inizio della storia della Chiesa, ancora oggi non lo capiamo e non lo condividiamo tutti fino in fondo. Per questo, la prima parte del documento afferma la necessità di un “cambio di paradigma”, cioè di modelli, di modi di pensare, di essere Chiesa… rispetto all’approccio che ha prevalso nella vita ecclesiale negli ultimi secoli. Questo cambio, necessario per vivere oggi la missione, è nel solco del concilio Vaticano II e della nuova tappa dell’evangelizzazione indicata da Evangelii gaudium (Francesco, 2013). Il Gruppo di studio lo descrive così:
Nella missione della Chiesa non si tratta di proclamare astrattamente e applicare deduttivamente principi immutabilmente e rigidamente enunciati, ma di promuovere l’incontro vivo con la persona del Signore Gesù risorto, abitando l’esperienza della fede vissuta dal Popolo di Dio nella sua rilevanza personale e sociale, in rapporto alle diverse situazioni d’esistenza e ai molteplici contesti culturali.
Solo la feconda tensione tra ciò che risulta acquisito nella dottrina e nella prassi pastorale della Chiesa e le pratiche di vita in cui quanto acquisito viene verificato nell’esercizio della vita personale e comunitaria alla luce del Vangelo, esprime il dinamismo generativo della Tradizione: contro la tentazione della sclerotizzazione sterile e involutiva dei principi e degli enunciati, delle norme e delle regole a prescindere dall’esperienza delle persone e delle comunità[9].
E il documento riprende a proposito un passaggio da un discorso di Papa Leone in riferimento alla “dottrina sociale della Chiesa”.
Ogni dottrina si riconosce frutto di ricerca e quindi di ipotesi, di voci, di avanzamenti e insuccessi, attraverso i quali cerca di trasmettere una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica su una determinata questione. […]
L’indottrinamento è immorale, impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà della propria coscienza – anche se erronea – e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi. Al contrario, la dottrina in quanto riflessione seria, serena e rigorosa, intende insegnarci, in primo luogo, a saperci avvicinare alle situazioni e prima ancora alle persone[10].
Per attuare questo cambio di paradigma, vengono indicate tre dinamiche e un orizzonte. Le dinamiche, riprese dal n. 50 del Documento finale della Seconda Assemblea (2024) sono la conversione relazionale, l’apprendimento comune e la trasparenza. La conversione relazionale riguarda principalmente i processi in cui tutti i battezzati e le battezzate sono in grado di apprendere attraverso le pratiche (ecclesiali, liturgiche, sociali). Si tratta, quindi, non solo di ciò che si può esprimere attraverso le parole e le narrazioni, ma delle azioni attraverso le quali ci formiamo, cerchiamo di stare al mondo in maniera sensata, nominiamo ed elaboriamo insieme i problemi. Parlare di “pratiche” significa riconoscere che esse non sono neutre, ma esprimono un pensiero. Che non sono solo l’applicazione di una teoria, ma allo stesso tempo generano pensiero. La teoria illumina le pratiche così come le pratiche illuminano la teoria.
L’apprendimento comune è quella dinamica in cui, alla luce delle parole e i segni operati da Gesù, impariamo a leggere e interpretare la vita odierna aprendoci alla voce dello Spirito. E questo è un atto ecclesiale, proprio perché nessuno può avere la presunzione di farlo da solo, indipendentemente dal confronto con gli altri.
Infine, una cultura della trasparenza permette di vivere relazioni di fiducia reciproca, è espressione di quel “dire e fare la verità” richiesto dal Vangelo, e chiede di essere vissuta nella formazione e nella ricerca.
L’orizzonte che istituisce e permette di interpretare il cambio di paradigma in atto – ed entro nella seconda parte del documento del Gruppo di studio – è il principio di pastoralità. Su questo mi soffermo un po’ più a lungo, perché è davvero il punto centrale di quando abbiamo detto finora.
Qui dobbiamo fare una piccola opera di pulizia. Se dico “pastorale”, ci viene spontaneo associare questo termine a qualcosa che si organizza. Oppure, al prendersi cura avendo già in mente di cosa possa esserci bisogno, e cercando le modalità più efficaci per realizzarlo. Questo modo di pensare e di procedere, però, non ci aiuta ad accostare le situazioni emergenti, perché di fronte ad esse sentiamo di non avere risposte o strumenti adatti e collaudati, e questo genera fatica, frustrazione, o silenzi che feriscono.
Se invece ci poniamo l’obiettivo di permettere a ogni persona di sperimentare la salvezza, perché possa desiderare di conformarsi a Cristo, allora è diverso. La pastoralità diventa la creazione di ambienti dove incontrarsi portando la propria esperienza di vita e di fede, arricchendo anche il resto della Chiesa.
Il concilio Vaticano II (1962-1965) aveva indicato quest’ultimo significato di “pastoralità”, considerandolo un atteggiamento, un modo di incontrare la realtà e le persone lasciandosi reciprocamente trasformare da ciò che vivono. È così che Giovanni XXIII (1881-1963), nel suo discorso di apertura del Concilio, parlò di un “carattere pastorale” che dovrebbe caratterizzare il magistero.
Lo spirito cristiano, cattolico ed apostolico del mondo intero, attende un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze, in corrispondenza più perfetta di fedeltà all’autentica dottrina, anche questa però studiata ed esposta attraverso le forme della indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno.
Altra è la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei, ed altra è la formulazione del suo rivestimento: ed è di questo che devesi – con pazienza se occorre – tener gran conto, tutto misurando nelle forme e proporzioni di un magistero a carattere prevalentemente pastorale[11].
Cioè, la pastoralità del Vaticano II non riguarda l’applicazione della dottrina, ma il modo di considerarla, senza far coincidere la sua sostanza con il modo in cui viene formulata, cioè senza fermarsi alla sua lettera, elaborata in una certa cultura e in una certa epoca storica. Proprio la ricerca della migliore formulazione per esprimere la sostanza della dottrina permette di dialogare con il pensiero contemporaneo, condividendone il linguaggio e i metodi di indagine.
Ricordiamo uno dei temi ricorrenti nell’insegnamento di Giovanni XXIII, connesso al termine “aggiornamento”, e cioè che non è il Vangelo che cambia, siamo noi che impariamo a conoscerlo sempre meglio.
Il Vaticano II ci ha permesso di riscoprire la concezione biblica della verità di Dio che si rivela nella storia, promuovendo processi di apprendimento condiviso nella comunità cristiana. Ma siamo anche consapevoli che, nonostante siano passati più di 60 anni da allora, facciamo ancora fatica ad entrare in questo modo “pastorale” di pensare. Anche Christoph Theobald, osservando i dibattiti nei Sinodi della famiglia (2014 e 2015) rilevava che
una parte dei vescovi e dei loro fedeli continua in effetti a distinguere una dottrina cattolica, ritenuta immutabile, da una «pastorale» che la applica qui e ora in funzione della situazione dei fedeli. Ora, la novità del concilio Vaticano II consiste nell’aver stabilito la «pastoralità» della dottrina stessa.
Essa obbliga la Chiesa a riconoscere la sua relazionalità costitutiva – poiché la dottrina esiste soltanto nella relazione pastorale, sempre situata storicamente, tra coloro che annunciano il vangelo e coloro che lo accolgono[12].
Mostrando le sue possibilità per l’avvenire, inoltre, Theobald sostiene che il Vaticano II abbia indicato una forma particolare di trasmissione del Vangelo, caratterizzata dal principio di pastoralità. Esso non considera la Tradizione come un insieme di dati dottrinali, morali e rituali sacralizzati in modo indifferenziato, ma come un processo vivo che coinvolge radicalmente coloro che vi sono implicati[13].
La pastoralità, quindi, diventa un modo di essere Chiesa, un orizzonte interpretativo e generativo che permetta di dire la fede e di illuminare situazioni di vita inedite. Theobald lo formula con queste parole: «non c’è annuncio del Vangelo di Dio senza farsi carico del destinatario; e, per precisare il ruolo di quest’ultimo, si deve aggiungere che “ciò” di cui si tratta nell’annuncio è già operativo in lui, dal momento che può aderirvi in piena libertà»[14].
Da questo consegue che la dottrina è al servizio di questa relazione pastorale, storicamente e culturalmente connotata. Se la dottrina non permette, in particolare alle persone credenti, di fare esperienza di salvezza, vuol dire che è formulata male, e bisogna stare nelle relazioni pastorali ascoltando e imparando insieme. Qui non si tratta di cercare semplicemente nuove forme per concretizzare un dogmatico-dottrinale che resterebbe fermo nel suo luogo determinante e giudicante, non si tratta neanche solo di comunicare cercando il massimo della “gentilezza e tolleranza” continuando a porsi dall’alto al basso, da chi sa a chi non sa[15]. Si tratta di assumere ciò che avviene nella pastorale, senza considerarlo qualcosa di irrilevante rispetto alla dottrina.
Le “buone pratiche” che stiamo raccogliendo insieme non vanno in un binario parallelo rispetto alla dottrina, non sono qualcosa che non la tocca, ma devono continuamente verificarla. Non dimentichiamo che, nel corso della grande tradizione morale cattolica (come in Alfonso Maria de’ Liguori), le norme morali sono sempre state trattate a stretto contatto con l’ascolto e l’accompagnamento delle persone.
Ogni relazione pastorale, quindi, non è solo un luogo di applicazione o di organizzazione, ma un vero e proprio luogo teologico che permette di comprendere meglio il Vangelo e (se necessario) di formulare meglio la dottrina alla luce dell’esperienza diretta di coloro che ne sono implicati. Si tratta, in altri termini, di passare dal «cosa devo spiegarti che tu ancora non sai?» (e la pastorale mi dice come) alla domanda «quale parola Dio mi sta dicendo attraverso di te, perché io comprenda meglio il Vangelo che annuncio?». È così che le situazioni di vita diventano un segno dei tempi, e il Vangelo non qualcosa da possedere o da gestire, ma il criterio di verifica che contesta ogni unidirezionalità e autoreferenzialità.
Il Rapporto finale del Gruppo di Studio n. 9 descrive così il percorso da continuare insieme.
Il soggetto che agisce il principio di pastoralità è il Popolo di Dio nel suo insieme, nella diversità dei ministeri, dei carismi e dei ruoli, ma anche delle diverse forme di partecipazione che consentono di attivare le dinamiche di conversione relazionale, apprendimento comune e trasparenza.
Poiché il soggetto del cammino sinodale è il Popolo di Dio, occorre anzitutto riconoscere e promuovere il carattere performativo del sensus fidei fidelium, punto di partenza indispensabile per giungere a un qualificato e fecondo consensus in ordine al discernimento delle questioni emergenti[16].
Cioè, il Popolo di Dio ha un “fiuto” che gli permette di aderire a ciò che è conforme alla verità della fede e di evitare ciò che vi si oppone, di riconoscere se nelle indicazioni di chi lo guida c’è la voce del suo unico pastore, che è il Signore. Questo è il punto di partenza per costruire un con-senso nelle questioni emergenti, un sentire insieme frutto dell’ascolto. Ricordiamo, qui, che solitamente le norme morali vengono indicate dal Magistero a tutta la Chiesa quando c’è un sufficiente consenso intorno ad esse. In teologia morale non avviene (come in ambito giuridico) che prima vengano scritte le norme e poi la realtà vada di conseguenza.
Sottolineo che il Gruppo di studio nomina tre tipi di ascolto: l’ascolto di sé (in particolare, delle resistenze che possiamo avere di fronte ad alcuni temi o situazioni), l’ascolto della realtà, e la convocazione dei saperi che ci permettono di conoscerla e di interpretarla.
Poiché abbiamo a che fare non con problemi da risolvere, ma con la costruzione del bene comune, il primato non va attribuito alla correzione (a livello dottrinale, pastorale, etico) di eventuali situazioni valutate come problematiche nell’esperienza credente concreta, ma al riconoscimento e al discernimento delle istanze che le pratiche credenti esprimono e mostrano in atto, spesso attraverso un sapere atematico[17].
Il Gruppo di studio, quindi, ci avverte che il sapere espresso dalle pratiche credenti spesso è atematico, non si esprime a parole, magari le stesse persone lo agiscono senza esserne pienamente consapevoli. Questo sottolinea ancora una volta l’importanza di uno spazio in cui anche questa elaborazione personale possa avvenire.
Infine, il Rapporto finale ci dà qualche indicazione sul servizio dell’autorità.
In questa linea, ha senz’altro da svolgere un ruolo specifico l’autorità: innanzi tutto quello di ascoltare, mettere in moto il processo di discernimento e accompagnarlo per giungere all’espressione di un consenso, anche differenziato, quando ciò contribuisce alla costruzione del bene comune[18].
Non, quindi, un “lasciare parlare” di facciata, magari con la presunzione di poter comunque dire l’ultima parola sull’esperienza degli altri. Piuttosto, un vero ascolto che permetta a ciò che si vive, ed è già accompagnato dalla presenza di Dio, di emergere, di riformare linguaggi, pratiche e norme, di farci conoscere meglio il Vangelo e la sua forza in ogni situazione.
In questa “cornice teologica” che la Chiesa sta promuovendo (pur con qualche resistenza) possiamo riconoscere il valore delle “buone pratiche” raccontate nel convegno di oggi e l’importanza del nostro incontrarci.
* Luca Lunardon (1984) è presbitero della diocesi di Vicenza e docente di etica teologica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Vicenza e la Pontificia Università Gregoriana. Le sue ricerche, nella prospettiva dell’etica pubblica, sono intorno ai temi della bioetica, della corporeità e delle relazioni. Tra le sue pubblicazioni segnaliamo il suo volume “Incontri che trasformano. Teologia dell’accompagnamento e pratiche di vita, Marcianum Press, 2026.
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[1] Sinodo dei Vescovi, Relazione di sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Una Chiesa sinodale in missione (28 ottobre 2023), n. 15/e, in
[2] Sinodo dei Vescovi, Relazione di sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Una Chiesa sinodale in missione (28 ottobre 2023), n. 15/f.
[3] Sinodo dei Vescovi, Relazione di sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Una Chiesa sinodale in missione (28 ottobre 2023), n. 15/g.
[4] https://www.synod.va/content/dam/synod/assembly2024/workinggroups/group9/2024_10-02_CONGREGAZIONE-1_GRUPPO-9-ITA-ORIGINALE.pdf
[5] https://www.synod.va/it/il-processo-sinodale/fase-3-l-implementazione/i-gruppi-di-studio/rapporti-intermedi/gruppo-9.html
[6] Cf. Gruppo di Studio n. 9, Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Rapporto finale (5 maggio 2026), p. 6, in
[7] Gruppo di Studio n. 9, Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Rapporto finale (5 maggio 2026), p. 5.
[8] Gruppo di Studio n. 9, Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Rapporto finale, 5 maggio 2026, p. 6.
[9] Gruppo di Studio n. 9, Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Rapporto finale, 5 maggio 2026, p. 9.
[10] Leone XIV, Discorso ai membri della Fondazione Centesimus annus Pro Pontifice, 17 maggio 2025.
[11] L’odierna Allocuzione Pontificia nel testo italiano, in «L’Osservatore Romano» (12/10/1962), p. 3.
[12] C. Theobald, Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma, EDB, Bologna 2019, p. 59.
[13] Cf. C. Theobald, La regola è il discernimento, in «Il Regno-attualità», XII, 2012, p. 389.
[14] C. Theobald, Nodi ermeneutici dei dibattiti sulla storia del Vaticano II, in Chi ha paura del Vaticano II?, a cura di A. Melloni-G. Alberigo, Carocci, Roma 2009, p. 56.
[15] Cf. S. Morra, La misericordia, (ri-)forma della Chiesa. Una prospettiva strutturale, in «Concilium» LIII, 2017, p. 61.
[16] Gruppo di Studio n. 9, Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Rapporto finale, 5 maggio 2026, 17.
[17] Gruppo di Studio n. 9, Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Rapporto finale, 5 maggio 2026, 17.
[18] Gruppo di Studio n. 9, Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Rapporto finale, 5 maggio 2026, 17-18.

