Al Convegno sulla pastorale con le persone LGBT+ ho visto una Chiesa cattolica in cammino
Riflessioni inviateci da Corrado Contini di Parma
Con mia moglie Michela abbiamo partecipato venerdì 4 settembre al Convegno nazionale “Buone Pratiche di Pastorale con Persone Omoaffettive e Transgender”, come corresponsabili, insieme ad altri amici ed amiche, del Comitato di collegamento, della Rete 3VolteGenitori, che in Italia raccoglie in 19 gruppi, l’esperienza di 300 genitori cristiani con figli LGBT+.
Altri prima di me (Avvenire e il Progetto Gionata), hanno ripreso il cammino svolto e i punti salienti del Convegno, io vorrei condividerne i sentimenti e le riflessioni che ha suscitato in me.
Quello per cui mi sento di ringraziare il Signore, è di aver visto, toccato e udito, il Popolo di Dio camminare insieme: persone LGBT+, genitori, sacerdoti, vescovi, religiosi e religiose parlare con franchezza ed ascoltarsi con cuore aperto con l’unico intento di seguire il Maestro sulle strade che oggi vuole indicarci. Il racconto delle vite e delle esperienze sono stati accolti come semi che lo Spirito sparge affinché possiamo vivere sempre meglio il Vangelo.
E il racconto delle “Buone Pratiche” messe in campo nelle Diocesi di Cremona, Bari, Firenze, Chiavari, portate dai volti, dalle parole, dalle persone dei rispettivi vescovi, ci hanno detto che questi semi sono già all’opera!
Quello che tredici anni fa mi sembrava impossibile, l’ho visto con i miei occhi: l’incontro con le persone LGBT+, con le loro storie e con i loro volti sono diventati, per chi ha saputo ascoltare con il cuore del Padre, una grazia, una conversione del cuore! Questo è stato detto.
Le “Ǫuestioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti” come le definisce il Gruppo di studio 9 del Sinodo universale, ci dicono che la Chiesa è in un periodo di “TRAVAGLIO”: questa la parola è stata detta dal vescovo Giampaolo Dianin di Gorizia e noi genitori sappiamo bene cosa significhi travaglio ma sappiamo anche molto bene che il frutto di questo travaglio è una “vita nuova”!
Mi pare centrale in questo travaglio passare da una pastorale organizzativa ad una pastorale “generativa” come ci ha ricordato il vescovo Francesco Savino, fatta di incontri, relazioni e volti.
Per la costruzione del bene comune, si tratta di cambiare la domanda:
Dal «Cosa devo spiegarti che tu ancora non sai?» (e la pastorale mi dice come, e mi fornisce le tecniche) alla domanda «Ǫuale parola Dio mi sta dicendo attraverso di te, perché io comprenda meglio il Vangelo che annuncio?», “per giungere all’espressione di un consenso, anche differenziato, quando ciò contribuisce alla costruzione del bene comune”
Questo ci ha ricordato don Luca Lunardon nella sua relazione sul “Principio di pastoralità e il Gruppo di studio S del Sinodo universale”.
Allora due parole mi risuonano dentro e vorrei affidarle al vescovo Giampaolo e al “gruppo di studio” della CEI sulle “linee guida” per la pastorale con persone omoaffettive e transgender: RESTITUIRE e RICONOSCERE.
Lui stesso ci ha ricordato come fare giustizia significhi “restituire ciò che è stato tolto”:
“ai prigionieri la liberazione, e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-1S)
Allora occorre restituire alle persone LGBT+ la possibilità di esistere, la dignità che è stata loro tolta rendendoli invisibili, togliendo loro la parola e dando loro la possibilità di dire “io esisto, sono qua con la mia vita e la mia storia, alla ricerca del Signore”.
Occorre restituire gli incarichi tolti.
Occorre restituire la verità del loro amore: mio figlio Simone sempre ci ripete “come potete dire di accogliere una persona se non accogliete e riconoscete la dignità del suo amore?”. Questo mi pare oggi il “travaglio” maggiore.
Allora la seconda parola ci può venire in aiuto è: RICONOSCERE.
Riconoscere è conoscere di nuovo; conoscere in profondità; svelare cose nascoste; è dare atto; è guardare con uno sguardo nuovo e con gli occhi del cuore; è affermare una verità.
Riconoscere inoltre, per noi cristiani, è una conversione del cuore, un cambiamento di rotta e di orizzonte: è incontrare nella nostra storia, nella nostra vita, il Risorto.
“Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”
Questa esperienza così intima, eppure così forte, fa vibrare le corde più profonde e piangere.
“Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino”
Questa esperienza ci dà forza, ci dà coraggio, ci spinge ad incontrare altri.
“E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”.
Ci fa raccontare quanto è successo in noi, le meraviglie del suo amore.
“Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.”
Occorre riconoscere il bene, il bello, il buono che esiste in questi nostri figli e figlie, fratelli e sorelle, quanto in loro “lo Spirito va dicendo alle Chiese”.
Personalmente ho potuto seguire in questi anni con mia moglie, decine di coppie omoaffettive che dapprima decidevano di iniziare questo loro cammino e ci chiedevano di essere accompagnate nella scoperta dell’altro o dell’altra e poi maturavano la convinzione di unire le loro vite in un progetto di vita comune.
Posso raccontare di aver visto vite fiorire, di aver visto occhi brillare, di aver visto mani aprirsi ai bisogni di chi bussava a quelle porte. E se le vite fioriscono, come può il Dio della vita non gioirne?
Nei loro incontri, nei ritiri di spiritualità, nei momenti forti di preghiera, ho potuto riconoscere la presenza del Signore in mezzo a loro che mi diceva di una fede ostinata, di un desiderio incrollabile di appartenenza.
Allora mi sono tornate alla mente le parole di Paolo:
“Egli [Abramo] credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli” (Rm 4,18)
e credo che questa speranza sia uno dei doni che le coppie LGBT+ cristiane possono fare alla Chiesa.
Tanti di noi genitori hanno già maturato la gioia di questo amore che ha allargato le nostre famiglie vedendo i nostri figli e figlie finalmente felici, realizzati nel loro desiderio più profondo di essere amati per quello che sono e di poter riamare “l’altro/a da me”.
Come Chiesa ci aspetta il “travaglio” di riconoscere anche nella realtà dell’amore omoaffettivo la presenza del Risorto che ci parla e ci spiega le scritture perché tutti siamo invitati già qui e ora alla Festa del suo Regno che non ha confini.

