La trappola del Gender? Il rischio di definirsi
Riflessioni di Nazareno
C’è un’idea che continua a tornare, in ogni discorso serio sull’identità: quella di un percorso, non di un punto d’arrivo. L’identità non è ciò che siamo una volta per tutte, ma ciò che attraversiamo, ciò da cui veniamo e verso cui andiamo. L’identità, prima di essere una dichiarazione, è un movimento. Una definizione “mutevole”, si potrebbe dire, e per questo scomoda: perché sfugge alle caselle, alle etichette rassicuranti, ai documenti d’identità dell’anima che vorremmo compilare una volta sola e non toccare più.
Eppure è proprio questa mutevolezza a essere la forza dell’identità, non la sua debolezza. Un’identità blindata, fatta di certezze granitiche e di bastioni dietro cui rintanarsi, è un’identità che ha smesso di vivere. Le screpolature, le incrinature, i dubbi non sono difetti da correggere: sono il segno che qualcosa è ancora vivo, ancora in cammino. Un’identità perfettamente definita, immobile, somiglia più a un’oca da foie gras inchiodata su un’asse perché s’ingrassi secondo il volere di altri, che a una persona libera.
Non un museo, ma un ponte
Questa è forse l’immagine più utile per chi vive la propria fede e il proprio orientamento come due fiumi che si cercano, spesso in un contesto che pretende di doverli separare per forza: l’identità non è un museo. Non è una teca in cui una volta esposta una definizione, quella resta lì, intoccabile, per sempre visitabile e sempre uguale a se stessa. L’identità è piuttosto un passaggio, qualcosa che va ripensato e riprogettato continuamente, lontano da ogni pretesa di stabilità definitiva.
Un ponte, per sua natura, non è la destinazione. Nessuno vive su un ponte: lo si attraversa. Serve a mettere in comunicazione due rive che altrimenti resterebbero separate, e la sua funzione non è quella di trattenere chi lo percorre, ma di lasciarlo passare, di renderlo capace di andare oltre. Pensare all’identità (anche quella di genere) in questi termini significa liberarla dal peso di dover essere una conclusione, un verdetto, un’etichetta definitiva da difendere o da subire. Significa restituirle il suo compito naturale: quello di far comunicare mondi che sembravano incompatibili, il mondo del sé e quello della fede, per esempio, o quello del corpo e quello dello spirito.
Biografie mobili, non biologie immobili
C’è chi crede che l’identità — e in particolare l’identità di genere — sia un dato acquisito, scientificamente certo, leggibile in un prelievo di sangue o in un cromosoma. È una scorciatoia comoda, ma anche un poco meschina: pretende di far coincidere il destino di una persona con un dettaglio biologico, come se bastasse un dato di laboratorio a dire chi si è o chi si diventa. Già Simone de Beauvoir, nel suo Il secondo sesso del 1949, aveva scardinato questa illusione ricordando che «Donna non si nasce, lo si diventa»… un’affermazione che vale ben oltre il genere biologico, ed è oggi più che mai un invito a guardare alle “biografie mobili” delle persone, invece che lasciarsi imprigionare dagli apparati genitali o dai cromosomi.
Per chi vive la propria fede accanto al proprio percorso di genere, questa distinzione non è un dettaglio filosofico: è una liberazione. Se l’identità fosse davvero scritta una volta per tutte in un dato biologico, non ci sarebbe spazio per la trasformazione, per il cammino, per la Grazia Attuale. E invece la vita, anche quella spirituale, è fatta esattamente di questo: di un divenire continuo, di una biografia che si scrive giorno dopo giorno, non di un’iscrizione anagrafica scolpita nella pietra.
Il recinto lessicale e la claustrofobia dell’etichetta
Vivere dentro un recinto lessicale pensato da altri — un armamentario di pregiudizi che stabilisce a priori chi si deve essere — genera claustrofobia. È un’esperienza che molte persone omoaffettive credenti conoscono bene: la sensazione di dover scegliere tra due gabbie, quella della propria comunità di fede e quella della propria esperienza sociale e laica, come se non potessero coesistere nella stessa persona.
Un disagio, questo, che ricomprende anche chi trova difficile collocarsi nelle etichette della classica galassia “dei diritti civili”. La stessa galassia che cerca sempre nuove definizioni in un acronimo, quello LGBTQIAPN+, che si allunga di anno in anno quasi come un lavorio incompiuto e, forse, superfluo: perché non si tratta di definire per sempre, ma si tratta di identificarsi con sé stessi e comunicarsi agli altri… in un percorso interminabile che forse è giusto non si fermi mai e duri una vita.
Allora se l’identità è per natura leggera, mobile, provvisoria, nessuna appartenenza ha il diritto di pretendere l’intera persona come proprio possesso esclusivo. Si può abitare più rive insieme, proprio perché si è un ponte e non un confine. Questo non significa superficialità, né volontà di sfuggire alla responsabilità di conoscersi. Significa piuttosto rifiutare le specializzazioni identitarie che tanti inseguono — la casella perfetta, il “sottopancia” che riassuma tutto in una didascalia — per accettare di essere, più semplicemente, un cammino: qualcuno che ha superato alcune boe e continua a navigare, senza che questo debba bastare a chi pretende definizioni granitiche.
Un’identità che include, non che classifica
Chi costruisce la propria identità sulla presunta superiorità di una categoria — che sia il colore della pelle, il sesso, l’orientamento sessuale o la confessione religiosa — finisce sempre per trasformare l’identità in un grimaldello di potere, uno strumento per sentirsi migliori degli altri. Ma nessuna appartenenza, per quanto sentita, autorizza a giudicare chi sta dall’altra parte del ponte. Carisma e genialità non hanno un colore di pelle né un’appartenenza sessuale precisa, e nessuna fede può davvero pretendere di annoverare tra i propri fedeli persone migliori di chi crede diversamente, o di chi ama diversamente.
L’identità che vale la pena custodire, allora, non è quella che si dichiara con orgoglio difensivo in pubblico, ma quella più fragile e più vera che si porta dentro: fatta di fede, di amore, di ricerca, di fragilità e forza spirituale insieme. È un’identità immateriale, che naviga fuori e dentro ognuno, senza confini rigidi da difendere.
Il ponte come vocazione
Forse è proprio questa la vocazione più profonda di chi vive all’incrocio tra fede e identità queer: essere ponte, non muro. Essere passaggio tra due mondi che il pregiudizio vorrebbe tenere separati, e che invece possono — e forse devono — comunicare. Un ponte non tradisce nessuna delle due rive che collega: le mette semplicemente in relazione, permette il passaggio, rende possibile l’incontro.
La propria identità, vissuta così, non è la meta a cui arrivare e da difendere una volta raggiunta. È il ponte che si continua ad attraversare, ogni giorno, con la libertà di chi sa di essere in cammino — e con la fiducia che questo cammino, per chi crede, non si percorre da soli.
Fonti per approfondire:
- Simone de Beauvoir, Il secondo sesso (1949) Ed. Italiana (1961). La donna non nasce, lo diventa: anatomia di un’oppressione culturale e una via verso la libertà.
- Ines Testoni, Il terzo sesso. Perché Dio non è maschio e altre questioni di genere (2023). Oltre il binarismo e i dogmi patriarcali: riappropriarsi dell’identità fluida per liberare l’umanità.

