Nel Talmud non esistono soltanto maschio e femmina. I 7 generi conosciuti nell’ebraismo antico
Testo di Rachel Scheinerman*, pubblicato su My Jewish Learning (Stati Uniti). Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Pensavi che il genere non binario fosse un concetto moderno? È il momento di ripensarci. L’antica comprensione ebraica del genere era molto più articolata di quanto spesso immaginiamo.
Il Talmud, la vasta e autorevole raccolta delle tradizioni giuridiche ebraiche, contiene infatti almeno sette diverse definizioni legate al sesso e al genere:
- Zachar: maschio.
- Nekevah: femmina.
- Androgynos: persona con caratteristiche sessuali sia maschili sia femminili.
- Tumtum: persona le cui caratteristiche sessuali sono assenti, nascoste o difficili da riconoscere.
- Aylonit: persona identificata come femmina alla nascita che, durante la pubertà, non sviluppa i caratteri sessuali secondari femminili.
- Saris hamah: persona identificata come maschio alla nascita che non sviluppa naturalmente i caratteri sessuali secondari maschili durante la pubertà.
- Saris adam: persona identificata come maschio alla nascita che non sviluppa i caratteri sessuali secondari maschili a causa della castrazione o di un altro intervento umano.
Una realtà più complessa delle nostre categorie
Naturalmente, i rabbini non usavano la parola “genere” nel senso in cui la utilizziamo oggi, cioè come una costruzione culturale distinta dal sesso biologico. Le sette condizioni da loro descritte erano legate soprattutto a realtà fisiche e biologiche, e non a categorie determinate culturalmente.
Queste distinzioni avevano però conseguenze concrete. Poiché il sesso e il genere influivano su molti aspetti della legge ebraica, il modo in cui i rabbini comprendevano queste condizioni determinava i diritti e le responsabilità riconosciuti alle persone all’interno della società.
Il primo essere umano era maschio e femmina
La tradizione rabbinica conserva anche l’idea secondo cui il primo essere umano fosse, contemporaneamente, maschio e femmina. Diverse versioni di questo midrash, cioè di questa interpretazione narrativa delle Scritture, si trovano nella letteratura rabbinica, compreso il Talmud:
Rabbi Yirmeya ben Elazar disse inoltre: «Adamo fu inizialmente creato con due volti, uno maschile e l’altro femminile. Come è scritto: “Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano”» (Salmo 139,5). Eruvin 19a
Rabbi Yirmeya ben Elazar immagina quindi il primo essere umano come una creatura insieme maschile e femminile, dotata di due volti. Solo in un secondo momento questa persona originaria sarebbe stata separata, diventando due esseri umani distinti: Adamo ed Eva.
Con le parole di oggi, potremmo dire che il primo essere umano veniva immaginato come una persona non binaria.
Una versione leggermente diversa di questo insegnamento si trova in Genesis Rabbah 8,1:
Rabbi Yirmeya ben Elazar disse: «Nel momento in cui il Santo, benedetto Egli sia, creò il primo essere umano, lo creò come androgynos, una persona con caratteristiche sessuali sia maschili sia femminili, come è scritto: “Maschio e femmina li creò”» (Genesi 1,27).
Rabbi Shmuel bar Nachmani disse: «Nel momento in cui il Santo, benedetto Egli sia, creò il primo essere umano, lo creò con un doppio volto. Poi lo divise e gli fece due schiene: una da questa parte e una dall’altra, come è scritto: “Alle spalle e di fronte mi hai formato”» (Salmo 139,5). Genesis Rabbah 8,1
In questa versione, l’attenzione non è posta soltanto sul volto, o meglio sui volti, del primo essere umano, ma anche sul suo corpo. Questa persona originaria possedeva infatti caratteristiche sessuali sia maschili sia femminili.
Il midrash immagina quasi un uomo e una donna uniti per la schiena: da una parte si trovavano il volto e gli organi sessuali di una donna, dall’altra il volto e gli organi sessuali di un uomo. Dio avrebbe poi diviso questa creatura originaria, dando vita al primo uomo e alla prima donna.
Chi conosce la cultura antica può cogliere una somiglianza con il racconto attribuito ad Aristofane nel Symposium (Simposio) di Platone. Anche in quel racconto i primi esseri umani vengono descritti come creature insieme maschili e femminili, successivamente separate e destinate a cercare continuamente la propria metà perduta, nel desiderio di ricostituire la condizione originaria (Platone, Symposium [Simposio], 189 e seguenti).
L’androgynos non apparteneva soltanto al mito
Per i rabbini, tuttavia, l’androgynos non apparteneva soltanto a un passato mitico. Era una condizione concreta e riconosciuta anche nella società del loro tempo.
Non si trattava di una persona con due teste, ma di una persona con organi sessuali sia maschili sia femminili.
Il termine compare almeno 32 volte nella Mishnah e 283 volte nel Talmud. Nella maggior parte dei casi non viene usato per riprendere il racconto della creazione, ma per discutere come applicare la legge ebraica, la halakhah, a una persona con caratteristiche sessuali sia maschili sia femminili.
La Mishnah Bikkurim 4,1 afferma esplicitamente:
«L’androgynos è per alcuni aspetti simile agli uomini e per altri aspetti simile alle donne. Per alcuni aspetti è simile sia agli uomini sia alle donne, mentre per altri non è simile né agli uomini né alle donne». Mishnah Bikkurim 4,1
Poiché la lingua ebraica non possiede un pronome neutro, la Mishnah usa per l’androgynos un pronome maschile. È una scelta linguistica che, evidentemente, non riesce a restituire tutta la complessità con cui questa persona viene descritta.
Secondo i rabbini, per alcuni aspetti l’androgynos era simile a un uomo: indossava abiti maschili, era tenuto a osservare tutti i comandamenti prescritti agli uomini, poteva sposare una donna e le sue “emissioni bianche” determinavano una condizione di impurità rituale.
Per altri aspetti, invece, era simile a una donna: non partecipava all’eredità come un figlio maschio, non poteva mangiare i sacrifici riservati agli uomini e le sue “perdite rosse” determinavano una condizione di impurità rituale.
La Mishnah ricorda però anche ciò che rendeva l’androgynos uguale a qualsiasi altra persona:
«Chi lo colpisce o lo maledice è responsabile» (Bikkurim 4,3).
Allo stesso modo, chi uccide un androgynos è un assassino. La sua vita ha quindi lo stesso valore della vita di ogni altro essere umano.
In altri importanti ambiti giuridici, però, l’androgynos non veniva assimilato né a un uomo né a una donna. Per esempio, non era ritenuto responsabile dell’ingresso nel Tempio in stato di impurità rituale, come invece accadeva per uomini e donne.
Quando la legge non sa come classificare una persona
L’interesse dei rabbini per queste categorie era soprattutto giuridico. La halakhah era costruita per una società nella quale la maggior parte delle persone veniva considerata maschio oppure femmina. Quando qualcuno non rientrava chiaramente in una delle due categorie, applicare la legge diventava più difficile.
Come osserva Rabbi Yose nello stesso capitolo della Mishnah:
«L’androgynos è una creatura unica, e i sapienti non riuscirono a prendere una decisione su di lui» (Bikkurim 4,5).
In molti casi, l’androgynos viene accostato ad altre persone che non rientrano pienamente nelle categorie maschili o femminili e ad altri gruppi posti ai margini della società, tra cui le donne, le persone ridotte in schiavitù, le persone con disabilità e i minori.
A proposito della partecipazione alle tre feste di pellegrinaggio, Pesach, Shavuot e Sukkot, durante le quali gli ebrei dell’antichità si recavano al Tempio di Gerusalemme, la Mishnah Chagigah afferma:
«Tutti sono tenuti, durante le tre feste di pellegrinaggio, a presentarsi al Tempio e a offrire un sacrificio, tranne il sordomuto, la persona incapace di intendere e il minore; il tumtum, l’androgynos, le donne e gli schiavi non liberati; lo zoppo, il cieco, il malato, l’anziano e chi non è in grado di salire a Gerusalemme con le proprie gambe». Chagigah 1,1
Questo passo mostra che soltanto gli uomini adulti, liberi e in buona salute erano obbligati a recarsi al Tempio durante le feste di pellegrinaggio. Le persone che non erano uomini adulti, come pure gli uomini ridotti in schiavitù, troppo anziani o troppo malati per affrontare il viaggio, ne erano esentati.
Il tumtum, l’aylonit e il saris
L’androgynos non era l’unica condizione sessuale ambigua riconosciuta dai rabbini. Essi parlavano anche del tumtum, una persona le cui caratteristiche sessuali erano assenti, nascoste o difficili da determinare.
Nel passo della Mishnah Bikkurim citato in precedenza, Rabbi Yose afferma che l’androgynos rappresentava un caso giuridicamente complesso per i sapienti, mentre la condizione del tumtum risultava più semplice da interpretare.
I rabbini riconoscevano inoltre che le caratteristiche sessuali di alcune persone potevano cambiare durante la pubertà, naturalmente oppure in seguito a un intervento umano.
Meno frequenti dell’androgynos e del tumtum, ma comunque presenti in numerosi testi rabbinici, erano l’aylonit e il saris.
L’aylonit era una persona nata con organi identificati come femminili che, durante la crescita, non sviluppava caratteri sessuali secondari femminili oppure ne sviluppava di considerati maschili.
Il saris era invece una persona nata con organi identificati come maschili che non sviluppava caratteri sessuali secondari maschili oppure ne sviluppava di considerati femminili.
Quando questo cambiamento avveniva naturalmente, si parlava di saris hamah. Quando dipendeva da un intervento umano, si parlava invece di saris adam.
Per i rabbini, l’aspetto più significativo dell’aylonit e del saris era la loro presunta infertilità. Il termine saris viene infatti talvolta tradotto con “eunuco”.
La loro impossibilità di avere figli creava alcune conseguenze giuridiche. La Mishnah Niddah 5,9 afferma:
«Una donna che abbia compiuto vent’anni e non abbia sviluppato due peli pubici dovrà dimostrare di avere vent’anni. Da quel momento assumerà la condizione di aylonit. Se si sposa e il marito muore senza lasciare figli, non deve compiere la halitzah né contrarre matrimonio leviratico». Mishnah Niddah 5,9
Una donna che raggiungeva i vent’anni senza mostrare segni visibili della pubertà, in particolare la crescita dei peli pubici, veniva quindi considerata un’aylonit e ritenuta infertile.
Poteva comunque sposarsi, ma non ci si aspettava che avesse figli. Per questo, se il marito moriva e la coppia non aveva avuto discendenza, il fratello del defunto non era obbligato a sposarla, come sarebbe invece normalmente previsto dalla legge del levirato.
La realtà supera sempre le definizioni
Una persona che non possedeva lo stesso status giuridico di un maschio o di una femmina, ma si trovava in una condizione diversa, ambigua o intermedia, rappresentava dunque un problema per la halakhah. Non era però una situazione completamente estranea al modo in cui i rabbini osservavano il mondo.
Essi discutevano infatti condizioni simili anche nel mondo animale e vegetale.
Il koi, per esempio, veniva descritto come un animale collocato a metà strada tra un animale selvatico e uno domestico (Mishnah Bikkurim 2,8).
Anche l’etrog, il cedro usato durante la festa di Sukkot, veniva considerato qualcosa di intermedio tra un frutto e un ortaggio (Mishnah Bikkurim 2,6; si veda anche Rosh Hashanah 14).
Proprio perché non rientravano pienamente nelle categorie abituali, il koi e l’etrog richiedevano una valutazione specifica da parte della halakhah.
La visione rabbinica del mondo riconosceva, in fondo, che molte delle categorie attraverso cui descriviamo la realtà sono imperfette. Che si parli di persone, animali, piante o minerali, il mondo è spesso più complesso delle definizioni con cui cerchiamo di ordinarlo. (…)
Negli ultimi decenni, persone ebree queer e loro sostenitori hanno riletto i sette generi del Talmud come uno spazio da recuperare all’interno della tradizione per le persone ebree non binarie.
È vero che il Talmud comprende il sesso e il genere soprattutto attraverso una struttura binaria. Ma è altrettanto evidente che i rabbini sapevano bene che non tutte le persone rientravano pienamente nelle categorie di maschio e femmina.
* Rachel Scheinerman ja conseguito un master in Scripture & Interpretation (Scrittura e interpretazione) presso la Harvard Divinity School e un dottorato in Rabbinic Literature (Letteratura rabbinica) presso la Yale University. Si occupa in particolare di Talmud, letteratura rabbinica, Bibbia ebraica, preghiera, riti, storia e tradizioni ebraiche.
** Il rabbino David Seidenberg ha contribuito alla realizzazione dell’articolo.
Testo originale: The Seven Genders in the Talmud

