Come leggere la Bibbia con occhi queer ha arricchito la mia fede
Testo di Brian G. Murphy, pubblicato sul sito Queer Theology (Stati Uniti) nel marzo 2021. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
«Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino» (Prima lettera ai Corinzi 13,11).
Ho un’abitudine che mi porto dietro fin dai primi tempi della mia vita cristiana e che proprio non riesco a perdere: ogni volta che mi trovo a riflettere su qualche questione teologica, mi viene spontaneo andare a cercare nella Bibbia una frase che possa accompagnare quello che sto pensando.
È comprensibile. In fondo, la Bibbia è uno dei testi centrali della nostra fede e della nostra vita di cristiani.
Il problema nasce quando prendiamo un versetto, lo stacchiamo dalla pagina e dal suo contesto e lo usiamo per “dimostrare” quello che vogliamo sostenere. È un metodo che i cristiani hanno usato per molto tempo per giustificare o condannare praticamente qualsiasi cosa facesse loro comodo. Si chiama prooftexting e, secondo me, è stato usato in modo particolarmente scorretto contro le persone LGBT+, trasformando alcuni versetti biblici in vere e proprie armi.
A Queer Theology cerchiamo di fare qualcosa di molto diverso. Proviamo a confrontarci con la Scrittura nel suo insieme, mettendola accanto a tutto quello che sappiamo del contesto religioso, politico e storico in cui è nata. Guardiamo anche a come quei testi sono stati letti dai cristiani nel corso dei secoli e in diverse parti del mondo. E poi ci chiediamo – soprattutto – che cosa abbiano da dire alla nostra vita di oggi.
Perché, se il cristianesimo vuole essere davvero una fede viva, allora deve avere qualcosa da dire alle nostre vite reali, qui e adesso. (…)
Certo, c’è qualcosa di profondamente rassicurante nell’avere alcune frasi da ricordare, parole a cui tornare quando abbiamo bisogno di un consiglio o di un po’ di ispirazione. Il problema comincia quando pensiamo che il modo in cui noi comprendiamo un versetto sia l’unico possibile, l’unico “giusto”. Quando i nostri pregiudizi finiscono per irrigidirsi e diventano “teologia ortodossa”, “corretta esegesi” o “ermeneutica fedele”.
La versione del cristianesimo che trova più spazio nei media e sugli scaffali delle librerie è spesso quella che sembra avere La Risposta Giusta per qualsiasi cosa. Forse anche voi avete trascorso un periodo della vostra vita dentro quel tipo di cristianesimo. Magari ci siete ancora, almeno con un piede. Io ci sono stato.
Ma negli ultimi tredici anni ho capito qualcosa che per me è stato enorme: Dio non si lascia rinchiudere in scatole troppo piccole e non si trova nelle risposte troppo facili.
Quello che segue è ciò che ho imparato, come l’ho imparato e, soprattutto, il mio invito a scoprire quanto una lettura queer della Bibbia possa rendere più ricca la nostra fede e la nostra vita.
Mi piacciono i ragazzi. E quindi?
A un certo punto, durante l’adolescenza, cominciai a rendermi conto che mi piacevano i ragazzi. Ma mi piacevano proprio. Cominciai a capire che forse ero gay o bisessuale, ma non avevo la minima idea di cosa dovessi fare con questa scoperta. Così feci quello che, per me, sembrava più naturale: cercai di capire che cosa dicesse la Bibbia al riguardo.
Quello che era cominciato come uno studio solitario della Bibbia nella mia camera da letto, alla fine mi portò a studiare religione all’università. Ed è lì che comparve la prima crepa.
Ero al primo anno alla University of Southern California e, per soddisfare uno dei requisiti del mio corso di studi, avevo scelto un insegnamento intitolato Reading Scripture as a Skeptic and Believer (Leggere la Scrittura da scettico e da credente).
Un giorno stavamo parlando dell’esodo dall’Egitto e il professore disse, con la massima tranquillità: «L’esodo dall’Egitto non è realmente avvenuto. Non storicamente, almeno».
La cosa che mi mandava in confusione era che quell’uomo non era soltanto il mio professore. Era anche un rabbino e una persona dalla fede profonda.
C’è la verità storica di quello che è successo, o non è successo, migliaia di anni fa nel deserto egiziano. Su alcune cose possiamo essere abbastanza sicuri: nei documenti egiziani non troviamo traccia di un esodo di massa di schiavi e non ci sono prove archeologiche che facciano pensare a un intero popolo accampato nel deserto per decenni.
Insomma, probabilmente non è accaduto nel modo in cui lo avevo sempre immaginato. E poi, però, c’è la Verità di quel racconto.
Una volta, durante un seder di Pesach, un rabbino ortodosso disse a un mio amico gay: «Con mano potente e braccio teso, Dio ti tirerà fuori anche dal tuo Egitto personale». Ecco la Verità.
Dio è dalla parte di chi viene messo ai margini e privato dei propri diritti. Dio libera gli schiavi, anche quando questo significa scontrarsi con chi li opprime. Quando sei arrivato alla fine della strada, quando hai un esercito alle spalle e davanti a te c’è soltanto un mare, Dio può aprire una via.
L’impossibile può diventare possibile. Io, però, continuavo a chiedermi: se la Bibbia non è “vera”, allora perché dovrei crederle? E come posso continuare a essere cristiano?
Mi ci vollero anni prima di riuscire a farmi una domanda diversa: e se fossero le mie idee su che cosa significa “vero” a dover essere messe in discussione? Intanto la mia fede aveva cominciato a sgretolarsi.
Smisi di andare in chiesa. Smisi di leggere la Bibbia. Cercai, per quanto potevo, di non pensare più al cristianesimo.
Anche se il cristianesimo – o, meglio, la mia comprensione molto limitata del cristianesimo – continuava ogni tanto a tornare fuori, spesso sotto forma di una vergogna improvvisa che non sapevo nemmeno da dove arrivasse.
Sapevo benissimo in che cosa non credevo più. Il problema era che non sapevo ancora in che cosa credevo. E non avevo nulla con cui riempire quel vuoto.
Per fortuna, l’attivismo queer mi ha fatto incontrare di nuovo Gesù
Per due mesi partecipai ad azioni dirette nonviolente molto intense contro il cristianesimo anti-LGBT+ in alcuni dei campus cristiani più ostili alle persone queer degli Stati Uniti. E lì cominciai a vivere quella fede di cui, fino ad allora, avevo soprattutto sentito parlare.
Ricordo di essere rimasto sotto il vento e la pioggia, lungo una strada a due corsie in mezzo al nulla, nel Montana, cercando di essere «un esempio per i credenti» (Seconda lettera a Timoteo 4,12, così citato nel testo originale).
E fu allora che capii, davvero nelle mie ossa, che cosa poteva significare «offrire i vostri corpi come sacrificio vivente» (Lettera ai Romani 12,1). Lo sentivo nelle ossa anche in senso molto concreto: ero fradicio e congelato.
Portai quell’esperienza con me e continuai a impegnarmi nell’attivismo queer nella comunità in cui vivevo.
A New York vidi la mia comunità queer incarnare la Chiesa degli Atti degli Apostoli, quella in cui «non c’era fra loro alcun bisognoso» (Atti degli Apostoli 4,34), in un modo molto più reale di quanto avessi mai visto prima.
Quando Leo venne rapinato, gli ricomprammo i vestiti. Facemmo una colletta per l’intervento chirurgico di Micah. Sostenemmo l’attività di Asher. (…)
La mia fede non era più qualcosa di teorico. Non era più semplicemente quello che mi avevano detto che dovevo credere. Era diventata qualcosa dentro cui potevo camminare. Qualcosa che aveva carne e ossa, volti e cuori. Potevo vedere lo Spirito del Divino pulsare dentro tutti noi.
Poco alla volta ho cominciato a ritrovare la mia fede
Più cercavo, più scoprivo collegamenti. Prestare attenzione alla mia esperienza queer e metterla in relazione con il cristianesimo mi ha aiutato a ritrovare la mia fede, una storia alla volta, un insegnamento alla volta, un rito alla volta.
Le storie bibliche che avevo ascoltato crescendo e le idee teologiche che mi erano state insegnate improvvisamente cominciavano a diventare vive quando lasciavo che la mia esperienza queer entrasse in dialogo con esse. Ho imparato…
Ho ascoltato le mie amiche e i miei amici transgender e ho imparato dalle loro esperienze. E mi sono accorto che anche le loro storie arricchivano la mia fede. La queerness, infatti, ha qualcosa da insegnarci anche attraverso esperienze che non sono le nostre. Il Vangelo è più grande di ciascuno di noi.
Abbiamo bisogno gli uni degli altri per riuscire a vedere la nostra fede nella sua pienezza.
La prima volta che Father Shannon T. L. Kearns predicò su Ezechiele e sull’importanza della carne e dei corpi mi lasciò letteralmente a bocca aperta. Qualche settimana fa abbiamo registrato un video in cui parlava dell’apostolo Tommaso, delle ferite di Gesù e di quello che quelle cicatrici significano per lui come uomo transgender. Mi venne la pelle d’oca. Letteralmente. (…)
Trovare un legame tra la mia vita, il nostro tempo e la Bibbia è diventato una parte essenziale della mia fede
In fondo, questo è sempre stato il lavoro della fede. Lo facevano i profeti. Lo faceva Gesù. Lo faceva la Chiesa delle origini. Ed è quello che siamo chiamati a fare anche noi.
Creare un legame tra la mia testa e il mio cuore, tra un testo antico e il presente, persino tra ciò che consideriamo sacro e ciò che consideriamo sessuale, per me è stato qualcosa di elettrizzante.
Da quando ho cominciato a leggere la Bibbia con occhi queer, invece di passare il resto della mia vita a discutere sempre degli stessi sette clobber passages – quei versetti usati continuamente per colpire le persone LGBT+ – la mia fede è tornata viva.
Ho lasciato alle spalle le cose da bambino, per riprendere le parole della Prima lettera ai Corinzi. Adesso, finalmente, capisco.
Perché ho visto, assaggiato, sperimentato e incarnato una fede che prima mi sembrava arida, teorica, artificiale, fatta di prescrizioni e di cose che avrei dovuto credere semplicemente perché qualcuno mi diceva che erano quelle giuste. Oggi mi sento molto più sicuro.
So in che cosa credo e perché ci credo. E, cosa ancora più importante, ci credo davvero. Non sto semplicemente ripetendo quello che mi è stato insegnato che “dovrei” credere. Anche le mie relazioni sono cresciute.
Ho costruito una comunità, una famiglia scelta, nella quale ci sosteniamo gli uni gli altri. E sto vivendo la mia fede in modi reali, concreti, visibili. Modi che possono essere davvero buona notizia per il mondo.
Quando leggiamo il cristianesimo con occhi queer scopriamo qualcosa di nuovo e, nello stesso tempo, di antichissimo
La queerness getta una luce nuova sulla Bibbia e ci permette di vedere quei testi in modi che forse non avevamo mai immaginato. E, nello stesso tempo, può aiutarci a comprenderne ancora meglio il messaggio originario. Il cristianesimo, in fondo, è sempre stato queer!
Quando leggiamo così la Bibbia, accettiamo che possano esserci molti modi di comprendere lo stesso brano. E persino molti modi diversi di fare una lettura queer dello stesso testo.
E non è profondamente queer anche questo? La queerness è grande, bella, diversa. Ci sono innumerevoli modi di essere queer e, allo stesso modo, ci sono sempre nuovi modi di leggere la Bibbia con occhi queer, scoprendovi significati nuovi, profondi e persino profetici.
La queerness ci porta verso una fede cristiana che può continuare ad andare più in profondità, a interrogarsi e a trasformarsi.
E a te, che cosa può insegnare la tua esperienza queer?
Non penso di essere speciale. Non credo di aver fatto qualcosa che nessuno abbia mai fatto prima di me. Cammino sulle spalle di giganti. E soprattutto non penso di aver fatto qualcosa che tu non possa fare a tua volta. Gesù dice: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Vangelo di Giovanni 10,10).
Quell’abbondanza è disponibile anche per te. E io credo – anzi, l’ho visto con i miei occhi – che la queerness possa stare proprio nel cuore di quella vita abbondante. (…)
- Brian G. Murphy è un attivista ed educatore statunitense. Ha studiato religione alla University of Southern California e ha partecipato all’Equality Ride di Soulforce, una campagna di azione diretta nonviolenta contro le discriminazioni LGBT+ nei college cristiani degli Stati Uniti. Insieme a Father Shannon T. L. Kearns ha fondato Queer Theology, progetto che esplora attraverso articoli, podcast, video e percorsi comunitari l’incontro tra esperienza queer, cristianesimo e spiritualità (Queer Theology, Stati Uniti).
Testo originale: How queering the Bible enriched my faith

