Con la Croce al Pride di Roma perché la mia fede non rinnega la mia identità




Riflessioni di Tiziano Braga del gruppo Mosaiko Cristiani Arcobaleno di Roma
Sabato 20 giugno 2026 ho preso una decisione profonda, meditata e viscerale. Ho scelto di scendere in piazza, tra la marea umana e l’energia travolgente del Roma Pride, portando con me qualcosa che per molti rappresenta un paradosso, se non una provocazione: la Croce. Ma non una croce qualunque. Ho stretto tra le mani la Croce dell’Alleanza, il simbolo arcobaleno che accompagna da sempre i momenti di preghiera e meditazione del nostro gruppo Mosaiko.
Mentre camminavo a testa alta, sentivo il peso del legno e la leggerezza dello spirito. Intorno a me sfilavano i compagni di un cammino condiviso: Mosaiko Cristiani Arcobaleno, la REFO+ (Rete Evangelica Fede, Orientamenti e Generi) e la Chiesa Episcopale di San Paolo entro le Mura. Insieme a loro, la nostra luce più profonda e autentica si è riversata sull’asfalto di Roma. Non eravamo lì per provocare, ma per esistere. Eravamo lì fieri della fede che custodiamo gelosamente nel cuore e di ogni singolo colore che racconta la bellezza unica, voluta da Dio, di ciò che siamo.
Se in piazza la Croce ha raccolto sguardi lucidi e sorrisi, l’onda d’urto vera e propria si è riversata sui social nelle ore successive. Nel giro di pochissimo tempo, mi sono ritrovato al centro di una shitstorm violentissima e prepotente. Un oceano di fango digitale che ha superato i 900 commenti: una tempesta fatta di insulti feroci, minacce esplicite e volgarità gratuite.
La ferita più grande, però, non è arrivata da una generica intolleranza, ma dal fatto che a perpetrare questa violenza verbale siano state proprio persone che si definiscono cristiane. Tra la bacheca e i messaggi privati ho visto brandire versetti biblici usati come pietre, decontestualizzati, mal tradotti e interpretati con un letteralismo accecante, utile solo a giustificare il proprio odio.
Davanti a quella marea d’ira, la tentazione di cedere alla rabbia o di chiudermi nel silenzio è stata forte. Ma ho scelto un’altra via. Ho deciso di rispondere. L’ho fatto affrontando i commenti uno per uno, offrendo risposte precise, teologicamente fondate, ma rigorosamente cordiali ed educate. Non volevo vincere una discussione, volevo rimanere fedele al mandato evangelico: guardare anche l’interlocutore più ostile nell’ottica dell’aiuto del prossimo, provando a scardinare il pregiudizio con la pazienza e le parole dosate con carità.
Questo sforzo non è rimasto sterile. Accanto alla violenza degli “inquisitori da tastiera”, è emersa una controffensiva silenziosa e potentissima: un’incredibile ondata di vicinanza, affetto e solidarietà da parte di tantissimi altri cristiani. Sorelle e fratelli nella fede che, proprio come me, sentono l’urgenza e la spinta a una testimonianza che sia finalmente autentica, libera e coraggiosa. La loro voce mi ha ricordato che non sono solo e che la Chiesa viva è molto più grande delle sue storture.
In fondo, questa tempesta ha solo confermato l’urgenza del nostro cammino. Proprio in queste ore così dense, dentro di me risuonavano con una forza ancora più nitida le parole del Vangelo: “Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.
Per me, portare quella croce arcobaleno per le strade e difenderla dignitosamente sul web è stato esattamente questo: riconoscere Gesù davanti agli uomini. È stato dire al mondo che Cristo abita anche i corpi e le storie che la società, le istituzioni e persino certe frange religiose vorrebbero marginalizzare. Non mi stancherò mai di manifestare la mia fede, perché è una fede che non tollera compromessi al ribasso sulla pelle delle persone: è una fede che abbraccia ed esalta la mia identità, non la cancella.
La nostra presenza risponde a un duplice, fondamentale impegno che portiamo avanti senza sosta. Da un lato, c’è un dovere teologico e spirituale, come detto nel comunicato con la REFO: «vogliamo testimoniare con fermezza che né le Scritture, se lette con un approccio storico-critico rigoroso, né tantomeno Dio, condannano alcuna persona per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità di genere.» (https://www.nev.it/nev/2026/06/22/refo-al-roma-pride-2026-fede-diritti-e-testimonianza/)
Dall’altro lato, c’è un impegno civile inscindibile dal primo, come comunicato con voce unanime insieme alla REFO: «sosteniamo con forza tutte le rivendicazioni per i diritti civili che lo Stato italiano continua colpevolmente a negare, dal matrimonio egualitario alla genitorialità per tutte e tutti, fino al pieno e dignitoso riconoscimento di ogni identità.»
La mia partecipazione Pride non è un atto estemporaneo o una moda passeggera. Rappresenta il culmine di una lunga staffetta di accoglienza e dialogo nelle nostre parrocchie, un’eredità preziosa, custodita e trasmessa da chi si è esposto nelle nostre comunità di fede prima di me.
Fede, giustizia e diritti non sono monadi in contrapposizione, ma flussi che scorrono nello stesso alveo: quello dell’impegno per l’inalienabile dignità di ogni essere umano, in piena risposta alla chiamata evangelica. Camminiamo a testa alta perché vogliamo essere lo strumento, l’eco fedele di una Chiesa dalle porte spalancate, uno spazio autentico di libertà e di fraternità vera. Sogniamo, e costruiamo giorno dopo giorno, una casa che sia davvero “per todos, todos, todos”, nessuno escluso.
A chi ha camminato con me per le strade calde di Roma, a chi ha speso una parola di difesa in mezzo al rumore dei social, e a chi si è unito a noi da lontano con il cuore, con la preghiera e con il pensiero: non dimentichiamo che siamo una cosa sola.
Siamo sintonizzati sulla stessa, infinita, indistruttibile lunghezza d’onda dell’Amore. E da quella frequenza, statene certi, nessuno potrà mai cancellarci.

