Il cardinale Tolentino: «La Chiesa cattolica trovi un modello pastorale che integri davvero le persone omosessuali»
Omelia del cardinale portoghese José Tolentino de Mendonça, “A família é um laboratório do nosso futuro”, pronunciata alla Capela do Rato di Lisbona (Portogallo) il 4 ottobre 2015. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Perché riprendere oggi un’omelia pronunciata più di dieci anni fa? Perché nelle parole del cardinale José Tolentino de Mendonça c’è qualcosa che continua a interrogare la Chiesa di oggi. Poeta, teologo e biblista portoghese, nel 2018 fu scelto da papa Francesco per predicare gli esercizi spirituali della Curia romana, l’anno successivo fu creato cardinale e dal 2022 è prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione (Sala Stampa della Santa Sede). Nell’omelia pronunciata a Lisbona il 4 ottobre 2015, mentre a Roma si apriva il Sinodo sulla famiglia, Tolentino partiva dalla fragilità concreta delle vite per chiedere alla Chiesa di non nasconderne le ferite. Parlando esplicitamente di omosessualità, invitava ad ascoltare ciò che le persone vivono, ad accoglierle e a «fare un cammino con loro».
Non era un discorso teorico. Nella sua comunità di Lisbona un gruppo di cristiani omosessuali si riuniva ogni mese per pregare. Da quell’esperienza nasce una delle affermazioni più forti dell’omelia: le persone omosessuali «sono cristiani come noi» e la Chiesa deve trovare un «modello pastorale» nel quale l’integrazione sia realmente vissuta. Riletta oggi, questa omelia colpisce soprattutto per il metodo che propone: meno giudizi dall’esterno, più ascolto, dialogo e accompagnamento; una pastorale non soltanto “per”, ma sempre più “con” le persone LGBT+. Ed è forse proprio questo che rende ancora attuali queste parole: l’invito rivolto alla Chiesa cattolica a fare silenzio, ascoltare e «fare un cammino con le persone»
Care sorelle e cari fratelli, (…) sappiamo che il Sinodo [sulla famiglia] è stato la seconda tappa di un percorso che papa Francesco ha voluto promuovere per approfondire la teologia della famiglia e il significato della famiglia nel mondo contemporaneo, e per riflettere, all’interno della Chiesa, sulla bellezza della missione propria della famiglia. Allo stesso tempo, il Sinodo vuole meditare sul modo in cui la Chiesa è chiamata a esercitare il suo ministero di misericordia nei confronti delle ferite, delle vulnerabilità e delle fragilità della famiglia.
(…) Non esiste infatti famiglia che non sia attraversata dal mistero della fragilità umana. Il Santo Padre portava come esempio proprio la famiglia di Nazaret. Giuseppe, Maria e Gesù sono il modello della famiglia. Ed è il modello di una famiglia difficile, una famiglia con molti problemi. Eppure, nella capacità di stare gli uni accanto agli altri, di amarsi, di riconoscersi, di scoprirsi anche in ciò che non comprendevano gli uni degli altri, hanno trovato una strada. I Vangeli ci dicono continuamente, per esempio, che Maria e Giuseppe non comprendevano ciò che Gesù stava facendo. Ma anche ciò che non riusciamo a comprendere fa parte del patrimonio della famiglia: bisogna amarlo e bisogna saperlo integrare.
Per questo (…) rappresenta una tappa molto importante e tutti noi siamo chiamati a pregare per il Sinodo dei vescovi, chiedendo il dono dello Spirito Santo. Sappiamo infatti che esistono anche divisioni e difficoltà nel trovare una strada comune che sia autenticamente una strada di comunione. E proprio qui la Parola di Dio diventa per noi fonte di ispirazione, perché Gesù pronuncia una parola che riporta le cose alla loro verità essenziale.
Guardate: secondo la Legge di Mosè, l’uomo — e soltanto l’uomo — poteva consegnare un certificato di ripudio per separarsi dalla moglie. Soltanto l’uomo poteva farlo. All’interno della relazione coniugale non esisteva alcuna parità. Era una società patriarcale: chi comandava veramente era l’uomo. Quando pongono questa domanda a Gesù, però, Gesù stabilisce una parità. Dice che l’uomo e la donna si trovano sullo stesso piano, in una condizione di equivalenza all’interno della relazione coniugale. E fa ancora di più: sottrae il matrimonio alla Legge. Non è la Legge di Mosè a decidere che cosa sia il matrimonio; Gesù risale alla creazione. È come se dicesse: interroga il tuo cuore su ciò che il matrimonio deve essere.
Gesù fa quindi risalire all’ordine della creazione, al gesto iniziale del Creatore, quell’incontro che si vive nella famiglia. È proprio questa, infatti, la citazione che Gesù trae dal libro della Genesi che oggi abbiamo ascoltato. L’uomo si trova in mezzo alla creazione, dà un nome a tutte le cose, ma si sente solo. Avverte una solitudine fondamentale, perché il cuore umano ha bisogno di una relazione coniugale. E quando Dio interroga l’uomo, l’uomo dice a Dio di aver bisogno di una ezer. Le traduzioni sono sempre piuttosto elaborate: «ho bisogno di un aiuto», «ho bisogno di un’assistente». Ma, in realtà, ciò che la parola ezer vuole dire è: «ho bisogno di qualcuno che mi guardi negli occhi».
L’uomo guarda la creazione dall’alto verso il basso. Sente di essere diverso dagli animali, sente di essere diverso dagli uccelli, pur avendo la missione di essere pastore di tutte le cose e non loro dominatore. Ma l’uomo si sente solo perché ha bisogno di qualcuno che possa guardarlo negli occhi. Per questo la coniugalità non nasce anzitutto da una legge, ma da un’esigenza, da un’incompletezza che l’essere umano avverte nel proprio cuore. C’è quella straordinaria immagine poetica nella quale Dio fa addormentare Adamo e, quando Adamo si sveglia, Dio gli pone davanti Eva, questa ezer. Ed egli pronuncia quello che è uno dei primi poemi della lingua ebraica, di una bellezza straordinaria: «Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne». È un poema straordinario perché mostra il legame vitale che la coniugalità è chiamata a realizzare.
Ma noi sappiamo, care sorelle e cari fratelli, che nel cristianesimo prima viene la dogmatica e poi viene la morale. Prima vengono le verità della nostra fede, e tra le verità della nostra fede dobbiamo stabilire una gerarchia. La cosa più importante è credere che esiste un unico Dio che è misericordia; che Gesù è suo Figlio, inviato nel mondo; che è venuto per dare la vita per noi e che non si vergogna della nostra fragilità, della nostra imperfezione, del nostro essere incompiuti; e che ci ha inviato il suo Spirito, che vive in mezzo a noi; che viviamo nella Chiesa e camminiamo nel tempo e nella storia. Questa è la verità fondamentale della nostra fede. L’etica deve essere un’espressione, una tensione verso il vivere, nella concretezza della nostra esistenza, questa fede che professiamo. Ma Dio ci porta in braccio in ogni situazione.
Per questo il dibattito costituisce soltanto una parte del Sinodo. La cosa fondamentale è scoprire e approfondire il significato della famiglia, comprendere ciò che essa rappresenta, celebrare la famiglia nel mondo contemporaneo. E sappiamo quanto questo sia difficile, perché tutta la nostra cultura è diventata molto più istantanea, molto più precaria, una cultura nella quale tutto sembra durare quanto la data di scadenza di uno yogurt. E la tendenza è quella di trasferire questa stessa logica anche nelle relazioni più fondamentali della vita. Sappiamo invece quanto sia necessario contrastare una cultura che ci disumanizza, perché, se l’essere umano non è capace dell’eterno, non è capace della propria umanità.
In questo senso il cristianesimo introduce nella nostra umanità una tensione che è importante conservare, anche quando questo significa diventare in qualche modo una controcultura, andare contro la tendenza dominante. Ma, allo stesso tempo, sappiamo che le relazioni umane e la nostra stessa umanità sono ferite. La nostra umanità è essa stessa un enigma, è essa stessa un mistero e, come sappiamo, prima di ogni altra cosa ciò che la Chiesa deve testimoniare è il volto misericordioso di Dio.
Qui dobbiamo pregare, dobbiamo pregare, perché le ferite esistono e non possiamo nasconderle sotto il tappeto. I problemi che riguardano la famiglia sono problemi concreti. Forse il linguaggio di un’epoca non è adatto a un’altra epoca. E dobbiamo vivere con verità, con autenticità, questo ministero di compassione e di amore che Gesù ci affida e ci chiede di vivere. Soltanto così siamo fedeli a Gesù.
In questo senso va anche tutto lo sforzo per riconoscere come una parte significativa dei matrimoni celebrati cattolicamente non sia valida. E non sono validi semplicemente perché le persone non sono preparate ad assumere ciò che stanno facendo, non hanno piena consapevolezza di ciò che stanno compiendo. Si sposano troppo presto, si precipitano, non fanno un discernimento spirituale. Bisogna anche riconoscere che molti matrimoni sono falliti perché avevano tutte le condizioni per fallire. Bisogna allora andare in soccorso delle persone, bisogna comprendere queste situazioni e illuminarle alla luce del Vangelo.
In questo senso, la semplificazione delle procedure per la dichiarazione di nullità matrimoniale introdotta da papa Francesco — riconoscendo che il vescovo locale, il vescovo di ciascuna diocesi, possiede anche un potere giudiziario, e facendo quindi sì che nella maggior parte dei casi i procedimenti per verificare la validità del matrimonio e dichiararne eventualmente la nullità diventino soprattutto diocesani — rappresenta un gesto molto importante della Chiesa e un adeguamento alla realtà. Voglio dire: la realtà è così, è così. E quando ascoltiamo le storie dei fallimenti matrimoniali vediamo uomini e donne che non avevano le condizioni per vivere pienamente quella missione che avevano accettato quel giorno, forse con tutta la verità di cui erano capaci in quel momento, ma senza possedere una verità sufficientemente forte da sostenere le difficoltà e la complessità di una vita coniugale.
Per questo bisogna andare incontro alle vite ferite, bisogna andare loro incontro con misericordia. Sappiamo che oggi la realtà, il fenomeno, l’esperienza, la condizione dell’omosessualità femminile e maschile hanno acquisito nelle nostre società una visibilità che non possiamo ignorare.
Le persone devono poter vivere e noi dobbiamo ascoltare la loro voce. Dobbiamo ascoltare ciò che vivono e dobbiamo imparare; dobbiamo accogliere e dobbiamo imparare; dobbiamo fare un cammino con le persone. Perché, in fondo, molto spesso puntiamo il dito: «Questo è così, quella è cosà». E quanto poco sappiamo della vita degli altri, della sofferenza degli altri… La verità è che molte volte imponiamo sulle spalle degli altri pesi che noi stessi non spostiamo neppure con un dito.
In questo senso, dobbiamo fare silenzio e ascoltare. Anche la Chiesa ha bisogno di ascoltare. Ha bisogno di ascoltare la voce di coloro che molto spesso, in mezzo a noi, non hanno voce e deve trovare forme di dialogo, forme di accompagnamento. Questo è davvero molto importante.
Qui, nella nostra comunità, esiste un’esperienza di cristiani omosessuali che si riuniscono una volta al mese nella nostra cappella per pregare. È davvero importante offrire questo spazio, perché le persone possano pregare le loro vite, perché possano confrontarsi con la Parola di Dio in un modo che non serva a giudicarle, a condannarle in partenza.
Al contrario, dobbiamo dire che le persone omosessuali sono nostri figli, sono nostri fratelli, sono nostri amici, sono nostri colleghi di lavoro, sono cristiani come noi, fanno parte della nostra comunità. Dobbiamo trovare un modello pastorale, perché si tratta anche di questo. Dobbiamo trovare un modello pastorale nel quale l’integrazione sia una realtà vissuta più pienamente e nel quale questo ministero della compassione che Gesù Cristo affida alla Chiesa sia un ministero praticato da tutti noi.
Preghiamo dunque il Signore. Questo mese di ottobre rappresenta un momento molto importante nella vita della Chiesa. Non è un mese qualsiasi, è un mese importante: sono in gioco questioni decisive. Il Santo Padre ha chiesto ai vescovi di parlare con libertà. La parola greca è una parola che ricorre molto nel cristianesimo: parresia. «Parlate con parresia», cioè: parlate senza paura, parlate con apertura, parlate con verità, dite ciò che pensate.
È questo che il Santo Padre ha chiesto ai vescovi, a quei 270 vescovi che si trovano là, ed è questo che chiede alla Chiesa. Parliamo con questa apertura, con questa semplicità, con questa verità, per trovare una strada comune, che deve essere la strada della comunione. La forza della Chiesa è la forza della comunione. Una comunione fatta di ritmi diversi, di esperienze diverse, ma una comunione che diventa un cammino comune attorno a Pietro, attorno a colui che il Signore ha posto nella linea della successione apostolica e che è il primo garante dell’unità della nostra fede, dell’unità di ciò che tutti noi viviamo.
Care sorelle e cari fratelli, abbiamo dunque davanti a noi un ottobre molto bello, pur con tutte le sue difficoltà e con la sua croce. Ma dove può esserci risurrezione senza passare attraverso la croce?
Testo originale: “A família é um laboratório do nosso futuro” (4 ottobre 2015)

