L’arcivescovo Wester: «La Chiesa cattolica deve avvicinarsi alle persone LGBT+»
Riflessioni di mons. John C. Wester, arcivescovo di Santa Fe (Stati Uniti), pubblicate sulla rivista dei gesuiti statunitensi America – The Jesuit Review (Stati Uniti) il 2 giugno 2026. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata
Dopo aver partecipato a un incontro organizzato da New Ways Ministry con vescovi, teologi, operatori pastorali e persone LGBT+, l’arcivescovo statunitense John C. Wester riflette sulla necessità che la Chiesa cattolica abbandoni diffidenze e risposte troppo semplici per imparare ad ascoltare davvero. Particolare attenzione è dedicata alle esperienze delle persone transgender e non binarie, alla dignità della coscienza e al dialogo tra fede, scienza e vite concrete.
Nel terzo capitolo del Primo libro di Samuele troviamo un insegnamento biblico al quale oggi faremmo bene a prestare attenzione. Nel silenzio della notte, il giovane Samuele sente una voce che lo chiama, ma inizialmente non riconosce che si tratta della voce del Signore. È necessario l’intervento dell’anziano Eli, uomo di esperienza e di umiltà, perché il ragazzo venga ascoltato e aiutato a comprendere che è davvero Dio a parlargli.
Durante i miei anni di ministero episcopale, ho compreso che noi vescovi siamo chiamati a essere come Eli. Il carisma del vescovo non consiste soltanto nel dettare indicazioni, ma anche nel discernere. Come Eli, dobbiamo essere servitori della Parola che già parla nel cuore dei fedeli.
Come vescovi, a volte presumiamo di essere gli unici maestri. Il Sinodo sulla sinodalità ci ha invece ricordato che siamo corresponsabili, insieme ai laici, della vita della Chiesa cattolica. Lo aveva affermato anche papa Francesco nel cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi:
«Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14,17), per conoscere ciò che egli “dice alle Chiese” (Ap 2,7)» (papa Francesco, Discorso per il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, 17 ottobre 2015).
Recentemente ho partecipato a Racine, nel Wisconsin, a un incontro organizzato da New Ways Ministry, durante il quale ho visto prendere vita la dinamica biblica tra Eli e Samuele. Alcuni vescovi hanno incontrato e dialogato con teologi, operatori pastorali e persone LGBT+. Il tempo trascorso insieme ha approfondito la mia sollecitudine pastorale, la mia comprensione e la mia capacità di formulare un giudizio equilibrato sulle vite delle persone cattoliche LGBT+.
Nel dialogo tenuto al ritiro di Racine mi ha colpito l’urgente necessità che la Chiesa cattolica sviluppi un approccio pastorale capace di ascoltare con maggiore compassione i bisogni odierni del popolo di Dio. Temo che, come Chiesa cattolica, non ci stiamo avvicinando abbastanza ai nostri fratelli e alle nostre sorelle LGBT+ e che non stiamo procedendo insieme lungo lo stesso cammino.
Questo vale soprattutto per le esperienze delle persone transgender e non binarie, molte delle quali sentono che ci avviciniamo a loro con sospetto e ostilità. Nei nostri discorsi persiste la tendenza a cercare risposte semplici e categoriche per realtà che, in verità, sono percorsi umani profondamente complessi e personali.
Qualcosa di simile emerge dalle testimonianze raccolte nel Rapporto finale del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo sulla sinodalità. Il documento riporta le esperienze dirette di alcuni nostri fratelli e sorelle LGBT+, che raccontano «situazioni di polarizzazione e divisione riguardanti i credenti con attrazione verso persone dello stesso sesso, insieme ad atteggiamenti di rifiuto o di paura». Tra le domande poste dal Rapporto finale troviamo questa:
«I racconti che abbiamo ascoltato non mancano di una consapevolezza critica dell’impatto — non soltanto personale, ma anche comunitario, sociale ed ecclesiale — delle esperienze testimoniate. A questo proposito, che cosa dicono e che cosa portano alla comunità cristiana le esperienze di sofferenza, solitudine ed esclusione raccontate in queste storie? Si tratta semplicemente di una “non conformità” alle norme ecclesiali e sociali convenzionali, rispetto alle quali la persona deve essere riallineata, oppure questa “sofferenza” parla di qualcosa di più profondo?» (Segreteria generale del Sinodo, Rapporto finale del Gruppo di studio n. 9, 2026).
Il tempo trascorso a Racine mi ha offerto anche l’opportunità di maturare uno sguardo più profondo ed empatico sulle persone transgender. Ho appreso un dato fondamentale e significativo: la comprensione che abbiamo del nostro genere è determinata da aree specializzate del cervello.
Ho pensato alla nostra società nella prima metà del Novecento e fino agli anni Sessanta, quando spesso si costringevano i bambini mancini a scrivere con la mano destra. Mi sono domandato se oggi non ci troviamo in una situazione simile, considerando l’identità di genere come una sorta di anomalia.
Durante i nostri dialoghi, la scienza ha assunto un volto umano. Abbiamo ascoltato le commoventi testimonianze di un uomo transgender e della madre di una ragazza transgender. Entrambi hanno descritto un senso profondo e innato della propria identità, manifestatosi già all’età di tre anni.
Testimonianze simili suggeriscono che l’identità di genere non sia una semplice “scelta” o una “fase” passeggera, ma un’esperienza della propria persona profondamente avvertita, apparentemente radicata nella complessa interazione tra biologia e neurologia. Rispettare questa concezione innata di sé, che ha origine nel cervello e dunque in una parte del corpo, è essenziale per riconoscere la dignità di ogni essere umano.
Siamo stati invitati a portare queste acquisizioni all’interno di un dialogo orante con la nostra tradizione della legge naturale. La nostra eredità morale sostiene da molto tempo che fede e ragione siano le «due ali» con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. La nostra riflessione teologica rimane quindi incompleta se si chiude ai risultati delle diverse scienze. Dialogando con le conoscenze scientifiche e con le esperienze concrete dei fedeli non abbandoniamo la nostra tradizione: al contrario, la realizziamo pienamente.
Se chiudiamo le orecchie a queste conoscenze e testimonianze, rischiamo di cadere in un torpore spirituale simile all’iniziale incapacità di Eli di riconoscere ciò che stava accadendo. Un torpore che potrebbe mettere a tacere la Parola del Signore in una nuova generazione.
Eli riuscì infine a riconoscere la voce del Signore, ma il suo ritardo rappresenta un serio avvertimento per la Chiesa cattolica di oggi. Se rimaniamo chiusi alle esperienze vissute dal nostro popolo, rischiamo una prolungata incapacità di discernere. Potremmo lasciare senza risposta la chiamata del Signore perché continuiamo a rimanere fermi sulle nostre vecchie convinzioni.
L’ascolto ci permette di superare l’esitazione iniziale e di aiutare i Samuele del nostro tempo a riconoscere che Dio opera nelle loro vite in modi che, almeno all’inizio, potremmo non riuscire a comprendere.
Nel dialogo continuo tra Eli e Samuele vediamo che l’accompagnamento non procede in una sola direzione: è piuttosto un confronto capace di arricchire entrambi. Eli ascolta Samuele e Samuele ascolta Eli; alla fine, entrambi comprendono che è il Signore a chiamare.
Anche il Concilio Vaticano II insegna che i vescovi devono «riconoscere i servizi e i carismi propri» dei laici e che i pastori «sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione salvifica della Chiesa verso il mondo» (Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, n. 30).
Il popolo di Dio — e soprattutto coloro che spesso si sono sentiti rifiutati o emarginati, come le persone LGBT+ — porta nelle nostre comunità doni e intuizioni uniche. Nonostante le dolorose esperienze di abbandono e isolamento, queste persone continuano a seguire lo Spirito nelle loro vite con una fedeltà che ci ispira.
Il nostro compito di vescovi consiste nel favorire, all’interno di ogni comunità di fede, uno spazio nel quale il discernimento tra Eli e Samuele possa avvenire nella preghiera e nel rispetto. Mentre offriamo il delicato orientamento della sapienza perenne della Chiesa cattolica, siamo chiamati anche a camminare con le persone e le famiglie, rispettando il santuario della coscienza umana. È infatti lì che la persona si trova sola con Dio.
«Nella fedeltà alla coscienza, i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità» (Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, n. 16).
Ho lasciato Racine, dopo questo tempo di incontro e di dialogo, con una rinnovata speranza, ma anche con un forte senso di urgenza. Non possiamo continuare a dormire mentre tante persone LGBT+ sentono che la Chiesa cattolica non riesce a entrare in relazione con loro o, peggio ancora, non le ascolta e non le accoglie.
Dobbiamo andare oltre le condanne superficiali e le facili concessioni, per risvegliarci davanti alla “complessità” della vita reale. Abbracciando una cultura dell’ascolto e del dialogo, permettiamo alla Chiesa cattolica di diventare ciò che è chiamata a essere: un luogo nel quale ogni persona, come Samuele, possa imparare ad ascoltare la voce di Dio e nel quale la guida della Chiesa cattolica, come Eli, sappia favorire umilmente questo incontro sacro.
È un cammino di apprendimento reciproco. È il cammino al quale lo Spirito Santo ci chiama, come Chiesa cattolica che desidera davvero procedere insieme nella sinodalità. (…)
Testo originale: Archbishop Wester: The church must draw closer to L.G.B.T.Q. people

