Nel tempo della paura. Le donne lesbiche che non lasciarono soli i malati di AIDS
Articolo di Terri Wilder pubblicato su LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 25 febbraio 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
C’è stato un tempo in cui l’AIDS non aveva ancora un nome definitivo. All’inizio la chiamavano GRID, gay-related immune deficiency, cioè “immunodeficienza correlata ai gay”. Il termine nacque perché i primi casi osservati riguardavano soprattutto uomini gay colpiti da infezioni rare e tumori insoliti.
Ma quel nome, oltre a descrivere in modo impreciso ciò che stava accadendo, finì per rafforzare l’idea che fosse una “malattia dei gay”. Solo più tardi si capì che si trattava dell’HIV e che l’AIDS – sindrome da immunodeficienza acquisita – non colpiva un’identità, ma persone. In quei primi anni, però, il linguaggio stesso contribuiva allo stigma. E lo stigma faceva quasi più paura del virus.
In quel tempo sospeso, quando una diagnosi equivaleva spesso a una condanna, molte donne lesbiche scelsero di restare accanto agli uomini gay e bisessuali che si ammalavano e morivano. Le loro voci, raccolte da Terri Wilder per la rivista TheBody, raccontano cosa significò vivere quei giorni dall’interno.
Candy Marcum ricorda che nel settembre del 1981: «Andammo a una conferenza a Houston sulla salute mentale delle persone gay. Lì iniziammo a sentire parlare di GRID. Sembrava un virus che si stesse diffondendo tra uomini gay».
Tornando a Dallas, il suo collega Howie Daire le disse: «Dovremmo trasformare la seconda linea del nostro centro in una hotline per il GRID». Candy rispose: «Davvero? Conosci qualcuno che ce l’ha?». Howie aveva amici a New York e a San Francisco. «Stavano iniziando ad ammalarsi. Lui lo vedeva meglio di me».
Il loro centro di consulenza divenne rapidamente un luogo di servizi comunitari. «Avevamo qualcosa chiamato “buddy project”: mettevamo una persona sieropositiva con un amico sano». Poi Howie si ammalò. «Io ero la sua buddy».
Perse la vista a causa del citomegalovirus, sviluppò il sarcoma di Kaposi, fu ricoverato più volte. «Morì a casa nell’estate del 1986. Probabilmente fu la prima persona conosciuta a Dallas a morire».
Candy continuò a seguire diversi uomini gratuitamente. «Non avevano soldi. Li vedevo nelle stanze d’ospedale. Facevamo terapia lì. Poi li visitavo a casa». Si interrompe, ancora oggi: «Questo mi commuove sempre… li ho guardati morire».
Erano uomini di venticinque, trent’anni. «Allora tutti morivano. C’erano trattamenti per i sintomi, ma nessun antidoto per il virus». Alcuni genitori riportavano i figli a casa per assisterli. «Ma molti, mi dispiace dirlo, non si fecero avanti».
«Ero nel mezzo di tutto questo», dice. «I miei amici morivano e io sono una psicoterapeuta. Le persone venivano da me. Mi sono sentita chiamata ad aiutare la mia gente».
Caitlin Ryan sentì parlare per la prima volta di quella che sarebbe diventata l’AIDS nel 1981, a New York. «Avevamo sentito di casi di polmoniti e tumori insoliti tra uomini gay. Era motivo di grande preoccupazione». Già impegnata nella salute delle persone LGBT dagli anni Settanta, era consapevole dell’impatto della discriminazione. «Quando vedevo una persona con AIDS, non vedevo qualcuno “devastato”. Mi chiedevo: cosa posso fare per aiutare?».
Sapeva che la prognosi era drammatica. «Le persone morivano entro due o tre settimane dalla diagnosi».
Ad Atlanta, dove lavorava, la comunità LGBT era numerosa. «Se vivevi in quegli anni e vedevi cosa stava accadendo, come potevi non farti coinvolgere? Era sconvolgente vedere persone cacciate di casa dopo la diagnosi».
Ricorda un giovane dimesso dall’ospedale: «I suoi coinquilini bruciarono tutto quello che possedeva – il materasso, i vestiti, i libri – e cambiarono la serratura per non farlo entrare».
«Come potevi non reagire?». All’inizio, racconta, le persone morivano così in fretta che non c’era quasi il tempo di organizzare i servizi necessari. «Tra il 1984 e il 1985, più di cento uomini gay e bisessuali che avevo seguito morirono».
Non c’era spazio per il lutto. «Non potevo concedermi il lusso di piangere, se non per pochi minuti a un funerale. La situazione era travolgente». Solo nel 1985 capì di aver bisogno di fermarsi e di elaborare quelle perdite.
Jacquie Bishop aveva diciannove anni quando tornò a New York nel 1983. «La malattia era ovunque. Si chiamava ancora GRID. Non sapevamo cosa fosse, né come si trasmettesse».
Trovò lavoro al Gay and Lesbian Community Center. «Lavorai con una dottoressa e imparai tutto quello che potevo. Immaginate una lesbica di diciannove anni che cerca di capire tutto questo».
Vide da vicino l’impatto della malattia. «Mughetto, herpes zoster. Ricordo un uomo – erano tutti bellissimi – con herpes zoster che gli aveva deformato metà del volto. E insieme aveva il mughetto. Vedevo quanto fosse devastante».
Ma ciò che la segnò di più fu l’insegnamento ricevuto. «Mi insegnò a non avere paura. Ci mostrava come fare un prelievo, come toccare senza guanti. Credeva che il contatto umano fosse importante».«Non era solo una malattia. Era omofobia».
«Mi insegnò a vedere la persona intera, non solo la sua diagnosi».
C’era anche l’umorismo nero che aiutava a sopravvivere. Ogni lunedì la dottoressa comunicava chi era stato ricoverato e chi era morto. Un collega, Tim Conley, prendeva le cartelle cliniche dei defunti e le metteva in una scatola che chiamava “dead files”. Era un modo per reggere l’insostenibile.
«In quegli anni sono cresciuta nella mia identità lesbica», dice Jacquie. «C’era un’urgenza. Dovevamo correre verso la prossima persona che stava morendo». Al centro comunitario vedevi qualcuno ogni venerdì sera, poi non lo vedevi più. «E iniziavi ad avere paura di chiedere come stesse».
Queste testimonianze non aggiungono eroismi alla storia dell’epidemia di AIDS. Aggiungono presenza. Mani che toccano quando altri si ritraggono. Voci che restano quando intorno c’è silenzio. Nel tempo della paura, quelle donne non lasciarono soli i malati di AIDS.
* Terri Wilder è attivista e professionista della salute pubblica negli Stati Uniti, impegnata da anni nella risposta all’HIV/AIDS e nella difesa dei diritti delle persone LGBTQ+. Ha collaborato con diverse organizzazioni e riviste dedicate alla salute e alla comunità LGBT.
Testo originale: These lesbians cared for men dying of AIDS. Now it’s their turn to tell their stories

