Un figlio davanti a un genitore omosessuale: un nuovo percorso
Testo di Alessandra Bialetti*, pedagogista sociale e Consulente della coppia e della famiglia di Roma, tratto dalla sua tesi di Baccalaureato su “Genitori sempre. Omosessualità e genitorialità”, Pontificia Università Salesiana, Facoltà Scienze dell’educazione e della formazione salesiana – Facoltà di Scienze dell’Educazione, Corso di Pedagogia Sociale, Roma, anno accademico 2012-2013, capitolo 2, paragrafo 2.1
La famiglia è una fitta rete di relazioni in cui ognuno porta un vissuto che si incontra, si confronta e si intreccia con quello dell’altro. In questa sede si vuole analizzare il rapporto figlio-genitore omosessuale non dimenticando che l’intero nucleo vive uno sconvolgimento profondo che porta a rivedere e ridisegnare le trame relazionali. Per brevità, si deve tralasciare l’analisi del rapporto di coppia, sottolineando comunque che la coesione e l’appoggio reciproco dei genitori è un fattore protettivo fondamentale nel processo di elaborazione della nuova situazione familiare.
Occorre tenere presente che il genitore omosessuale non è un adulto in cerca di sperimentazione, come l’adolescente, ma una persona che ha un percorso di vita alle spalle, un processo di crescita già consolidato e una responsabilità nei confronti del figlio e di relazioni da conservare, tutelare e far fruttificare. L’interrogativo che il genitore si pone è quanto il suo orientamento possa danneggiare o disturbare la crescita del figlio in quanto l’idea che una persona omosessuale possa essere un buon genitore incontra molte resistenze.
Le più recenti ricerche, soprattutto in campo statunitense dato che in Italia si parla di una realtà ancora sommersa, confermano che i figli di genitori omosessuali sono psicologicamente sani ed adattati e non mostrano un’incidenza maggiore di problemi legati all’identità di genere rispetto ai coetanei cresciuti in famiglie eterosessuali. Lo sviluppo ottimale del bambino sembra influenzato dalla qualità delle relazioni più che dalla configurazione di genere. La presenza di relazioni traumatiche, condiziona la crescita sana dell’individuo in termine di mancanza di quel supporto affettivo, emotivo e materiale di cui il soggetto ha bisogno per crescere.[1] Più specificamente lo sviluppo dell’identità sessuale del bambino segue i percorsi attesi senza alcuna incidenza di valore circa l’orientamento del genitore, come non sono emerse differenze significative circa le difficoltà di adattamento sociale e di autostima di questi soggetti nel momento in cui si trovano ad interagire in società.
Risulta più preoccupante, invece, il grado di stigmatizzazione e pregiudizio sociale come fattore di rischio per un corretto sviluppo della persona. Questo, per compiersi in modo positivo, necessita di un’accoglienza favorevole da parte dei contesti di riferimento e soprattutto delle persone significative come la cerchia familiare allargata e le relazioni amicali.[2]
La presenza di conflitti o disturbi psicologici non sembra, quindi, dipendere dall’orientamento sessuale del genitore ma da altre situazioni a rischio, come separazioni e divorzi, mal elaborate e mal gestite all’interno del nucleo familiare. Anche l’argomentazione dell’imitazione del modello sessuale proposto dal genitore sembra non trovare una sua fondatezza scientifica in quanto, in ogni caso, il bambino, difficilmente si trova a vivere isolato dal resto del mondo e in stretta simbiosi con il padre e con la madre tanto da essere esposto ad un unico contesto di riferimento.[3]
Ulteriori ricerche hanno messo in luce l’inattendibilità dell’inadeguatezza alla maternità della madre lesbica: non è possibile classificare la bontà della maternità in base alle preferenze sessuali in quanto ogni madre è diversa da un’altra per estrazione sociale ed etnica, per il possesso di determinati valori e per predisposizione personale.[4]
Risulta chiaro quanto allora il rapporto figlio-genitore omosessuale si giochi sul piano della relazione che si è in grado di costruire nel tempo fin dai primi momenti della vita indipendentemente da un orientamento sessuale che, se ben integrato nella persona, non costituisce un fattore predittivo negativo di una cattiva crescita. In linea di massima le difficoltà della quotidianità di bambini cresciuti con un genitore omosessuale non sembrano differire dai normali compiti evolutivi tipici dell’età. Inoltre, le risorse educativo-affettive appaiono soddisfacenti sia in termini di qualità che di quantità per affrontare le normali ed inevitabili incertezze che si verificano nel confronto con il mondo sociale.[5]
Spesso, purtroppo, è la non accettazione di sé che mina il rapporto con il figlio: un alto grado di omofobia interiorizzata fa si che il pregiudizio sociale esterno venga introiettato dal genitore con un conseguente senso di indegnità di essere una buona guida per il figlio. L’omosessuale finisce per diventare sostenitore e fautore di un pensiero boicottante e negativo sulla sua capacità genitoriale realizzando una sorta di profezia autoavverante che non consente un buona relazione parentale.[6]
Per giungere al coming out ed instaurare con il figlio un rapporto positivo occorrono due condizioni. La prima è che il genitore abbia già concluso positivamente il percorso di auto-accettazione elaborando la propria omosessualità, la seconda è che ne riesca a parlare in modo positivo. Si introduce così il tema molto delicato della segretezza. Generalmente i genitori tendono a considerare più i rischi della visibilità sociale che quelli della clandestinità anche comunicativa. Il silenzio non mette a tacere ciò che c’è ma lo carica di interpretazioni, sofferenze e malesseri.
La segretezza del genitore ha un impatto negativo sull’intero contesto familiare e ancor di più sui figli che, una volta arrivati alla verità, spesso rimproverano i genitori della mancanza di trasparenza su questioni che li coinvolgono profondamente. Segreti e bugie producono effetti nocivi perché lasciano presupporre e temere che vi sia qualcosa di sbagliato, da temere e di cui aver paura, qualcosa che, per la sua negatività, non può essere nominato e rivelato. I figli rimproverano ai genitori la non sincerità che è qualcosa che il genitore stesso chiede come linea educativa. Solo la trasparenza, la coerenza e l’integrità crea quel rapporto di fiducia necessario per una buona crescita dell’individuo e per la possibilità di affidarsi ad una guida che si percepisce autentica. Da interviste condotte su figli di genitori omosessuali, risulta che il desiderio di chiarezza sia alla base di un’accettazione positiva del nuovo orientamento.
La conferma, spesso dietro pressanti domande del figlio stesso, pacifica gli animi ed apre la strada a una relazione più autentica e ad un’accresciuta stima nei confronti del genitore per aveva saputo fronteggiare la situazione ed essere stato visibile e comprensibile emotivamente all’interno del nucleo familiare.[7] Il rischio piuttosto ricorrente è che il figlio venga a conoscere la realtà per altre vie o semplicemente perché intuisce un clima familiare di disagio. I suoi fantasmi interiori diventano sempre più reali senza tuttavia avere l’appoggio e gli strumenti per decodificare ciò che sente, pensa, prova e di cui ha paura. L’anonimato uccide le relazioni, crea legami disturbati e getta tutta la famiglia nell’isolamento e nella solitudine. Non è bene per la crescita di un figlio percepire la non verità del genitore. In genere i figli, dopo il coming out dei genitori risultano più disturbati e in difficoltà per il mantenimento di una segretezza che per una conferma che porta alla luce dubbi, paure e timori di cui finalmente si può parlare e che si possono insieme affrontare.[8]
Nominare l’omosessualità, preparare il terreno con una buona comunicazione ed un atteggiamento dialogante, è un modo per non alimentare l’immagine negativa legata all’identità di genere del genitore. Il mantenimento del segreto, alla lunga, espone al rischio di vivere in un non detto che mina il percorso educativo. Il passo della franchezza richiede, in ogni caso, un lavoro preparatorio che coinvolge entrambi i genitori e chiama a tatto e coerenza comunicativa. La franchezza va calibrata in relazione all’età e sensibilità del figlio. E’ importante per il genitore saper cogliere le occasioni di apertura e curiosità che non va mai soppressa ma permessa. Eludere o evitare le domande o dar risposte false o ambigue alimenta ancora di più quel senso di vergogna e nascondimento che il genitore vorrebbe rifuggire.[9] Spiegazioni semplici e sincere aiutano a correggere percezioni false o fantasie distorte nel bambino e nell’adolescente che sente la società esprimersi in modo denigratorio circa l’omosessualità. Il genitore è chiamato ad incoraggiare nel figlio la sensazione che ogni persona è un essere a sé e che ognuno ha un suo percorso di vita come lui stesso sceglierà il proprio nel rispetto delle differenze di ciascuno.
Nel momento della rivelazione una prima fase di rifiuto può essere del tutto normale. Ogni cambiamento, soprattutto se di notevole portata, attraversa una fase di difficoltà e di senso di perdita rispetto a come il genitore veniva immaginato e vissuto. Il figlio può protestare, arrabbiarsi e rifiutare ma poi solitamente arriva all’accettazione purché siano riconosciute e contenute le sue emozioni dandogli il giusto spazio per essere agite. Sarebbe quindi fondamentale offrire al genitore omosessuale e al coniuge un valido sostegno, per permettere l’elaborazione dei conflitti e dei disagi evitando di riversarli e proiettarli sui figli.[10]
Il coming out con i figli deve comunque avvenire in una fase di crescita e di acquisizione di consapevolezza sufficientemente avanzato che porti ad una gestione del vissuto emotivo equilibrata e proattiva. Il bene da salvaguardare è sempre lo sviluppo armonico e positivo di ogni componente del nucleo familiare tenendo conto che l’interesse del bambino è sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti e capaci di cure al di là dei pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale. Il bene del figlio, anche e soprattutto a seguito di un percorso identitario doloroso e difficoltoso del genitore, è quello di poter contare su adulti coscienziosi e capaci di fornire accudimento e una qualità di relazioni che garantiscano la possibilità di amare e di essere amati.[11]
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[1] Cfr. V. LINGIARDI, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, p. 101.
[2] Cfr. V. LINGIARDI, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, p. 116.
[3] Cfr. A. DI LUOFFO, Educazione al rispetto delle omosessualità, p. 146.
[4] Cfr. Ibidem, p. 141.
[5] Cfr. C. CAVINA – D. DANNA (a cura di), Crescere in famiglie omogenitoriali, p. 63.
[6] Cfr. S. MANZANI, Figli dello stesso sesso, Ravenna, Fernandel, 2011, p. 64.
[7] Cfr. RETE GENITORI RAINBOW, La voce di una figlia, in <http://www.genitorirainbow.it/la-voce-di-una-figlia.html>, del 12/04/2012, p. 1.
[8] Cfr. RETE GENITORI RAINBOW, Genitorialità LGBT con figli da precedenti relazioni eterosessuali. Dal coming out ai figli alla separazione, alla relazione con l’ex partner, in <http://www.genitorirainbow.it/la-tavola-rotonda-di-rgr-al-europride-park.html>, del 7/06/2011, p. 1.
[9] Cfr. D. CIRIELLO, Genitori omosessuali e segreto. Alcuni buoni motivi per uscire allo scoperto e organizzare una rete di sostegno, in < http://www.genitorirainbow.it/category/psicologia-1> , del 5/11/2011, p. 1.
[10] Cfr. D. CIRIELLO, Genitori omosessuali e segreto. Alcuni buoni motivi per uscire allo scoperto e orga-nizzare una rete di sostegno, p. 1.
[11] Cfr. V. LINGIARDI, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, p. 103.
* Alessandra Bialetti, vive e opera a Roma come Pedagogista Sociale e Consulente della coppia e della famiglia in vari progetti di diverse associazioni e realtà laiche e cattoliche. Il suo sito web è https://alessandrabialetti.wordpress.com