Come le realtà dei cristiani LGBTQ+ e dei loro genitori abitano le nostre chiese
Analisi dei dati raccolti dal Censimento 2025 delle realtà di cristiani LGBTQ+ e dei loro genitori, promosso dal servizio di ascolto MI FIDO DI TE de La Tenda di Gionata, parte terza
Dopo aver guardato quando nascono, dove sono radicate e come sono composte in Italia le realtà dei cristiani LGBTQ+ e dei loro genitori, questa parte dell’analisi del Censimento 2025 delle realtà di cristiani LGBTQ+ e dei loro genitori, promosso dal servizio di ascolto MI FIDO DI TE de La Tenda di Gionata, si concentra su un altro nodo decisivo: come queste realtà stanno dentro – o ai margini – delle chiese?
I grafici che seguono aiutano a rispondere a tre domande di fondo: che tipo di rapporto esiste tra queste realtà e le istituzioni ecclesiali di riferimento? Chi accompagna concretamente questi percorsi e con quali ruoli?
quali pratiche di incontro, spiritualità e testimonianza tengono insieme le comunità?
Rapporti con le realtà ecclesiali: tra accoglienza concreta e riconoscimento parziale

Il primo grafico mostra un dato tutt’altro che uniforme. Il 41,4% delle realtà (24 su 58) dichiara di essere accolto occasionalmente in una o più realtà ecclesiali; la stessa percentuale (41,4%, 24 realtà) afferma che la diocesi sta conoscendo e seguendo il gruppo. In 20 casi (34,5%) la sede del gruppo è stabilmente in una parrocchia, mentre 19 realtà (32,8%) segnalano che il vescovo ha nominato una o più persone di riferimento.
Accanto a questi segnali positivi, restano però 8 realtà (13,8%) che dichiarano che la diocesi ignora la loro esistenza, e solo 2 realtà (3,4%) si sentono pienamente accolte da una parrocchia senza ambiguità.
Nel complesso emerge un quadro fatto di passi avanti reali ma non lineari. Il riconoscimento spesso non è istituzionale, ma relazionale: dipende da singole persone, da parroci, pastori, referenti sensibili. Dal punto di vista sociologico, siamo davanti a quella che viene definita una istituzionalizzazione debole, dove il cambiamento passa più dalle relazioni che dalle strutture (Hervieu-Léger, La religione in movimento, 2003).
L’accompagnamento pastorale: molto è affidato ai singoli

I grafici sull’accompagnamento mostrano un dato chiaro: la maggioranza delle realtà non è accompagnata in modo stabile da operatori pastorali istituzionalmente riconosciuti.
Per quanto riguarda i presbiteri, una quota consistente delle realtà dichiara di non avere alcun accompagnamento stabile o di averne solo uno (tra 1 e 2 presbiteri in modo saltuario). La situazione è ancora più evidente per donne consacrate e uomini consacrati, che risultano assenti o presenti in modo molto limitato nella maggior parte dei casi.
Diversa è la situazione per i laici (teologi, catechisti, operatori formati): qui si registra una presenza più significativa, anche se spesso non formalizzata. In molte realtà l’accompagnamento è affidato a laici competenti, motivati, spesso con un forte carico emotivo e relazionale.
Questo dato conferma una dinamica già nota: quando l’istituzione è prudente o silenziosa, la responsabilità ricade su singole persone, che diventano punti di riferimento senza avere spesso degli strumenti, un riconoscimento o un sostegno adeguati.
Che cosa fanno queste realtà: Parola, ascolto, vita condivisa

Il grafico sulle tipologie di incontri restituisce uno dei dati più eloquenti dell’intero censimento. Il 74,1% delle realtà (43 su 58) organizza momenti di riflessione condivisa; 36 realtà (62,1%) propongono momenti di testimonianza; 34 realtà (58,6%) vivono momenti di preghiera. La dimensione conviviale è centrale: 29 realtà (50%) organizzano cene o eventi conviviali.
Gli incontri biblici sono presenti in 24 realtà (41,4%), mentre le iniziative pubbliche coinvolgono 21 realtà (36,2%). Più limitata, ma significativa, la proposta di ritiri spirituali (17 realtà, 29,3%) e di messe (18 realtà, 31%).
Questo insieme di pratiche racconta realtà che non nascono per fare battaglie, ma per tenere insieme fede e vita. La centralità della Parola condivisa e della testimonianza indica il bisogno di spazi dove la fede possa essere narrata senza paura. È una dinamica che richiama le prime comunità cristiane: «Raccontavano ciò che il Signore aveva fatto» (At 14,27).
La frequenza degli incontri: fedeltà più che intensità

Quanto spesso si incontrano queste realtà? Il 65,5% (38 realtà) si incontra una volta al mese; il 12,1% (7 realtà) ogni due mesi o più diradatamente; il 10,3% (6 realtà) due volte al mese. Solo una minoranza si incontra settimanalmente.
Questo dato va letto con realismo. La maggior parte delle persone coinvolte vive vite già complesse, spesso segnate da lavori impegnativi, famiglie, percorsi ecclesiali paralleli. La fedeltà nel tempo conta più dell’intensità. Come ricorda la sociologia delle pratiche religiose, oggi l’appartenenza si misura più sulla continuità che sulla frequenza (Davie, Religion in Modern Europe, 2000).
Sottogruppi tematici: pochi, ma significativi

L’ultimo grafico mostra che l’86,2% delle realtà (50 su 58) non ha sottogruppi tematici. Solo 5 realtà (8,6%) hanno un sottogruppo di genitori con figli LGBTQ+, 2 realtà (3,4%) un sottogruppo giovani. Non risultano sottogruppi specifici di persone trans.
Questo dato segnala una scelta: molte realtà preferiscono camminare insieme, senza frammentare ulteriormente. Ma indica anche una possibile criticità futura: alcuni vissuti rischiano di rimanere poco ascoltati se non trovano spazi dedicati. Qui torna attuale l’equilibrio evangelico tra folla e incontro personale: «Gesù guardò ciascuno negli occhi» (cf. Mc 10,21).
Una sintesi complessiva del Censimento 2025
Nel loro insieme, i dati del Censimento 2025 delle realtà di cristiani LGBTQ+ e dei loro genitori restituiscono l’immagine di un tessuto vivo, diffuso, tutt’altro che marginale. Cinquantotto realtà hanno risposto, distribuite lungo tutto il territorio nazionale, con alcune esperienze online e una presenza stabile nella Svizzera italiana. Non siamo davanti a iniziative isolate o improvvisate, ma a percorsi comunitari che si sono dati tempo, spesso nati da bisogni concreti di ascolto, riconciliazione, fede condivisa.
Queste realtà mostrano una forte capacità di resistenza e di adattamento: nascono spesso ai margini, ma non scelgono l’isolamento. Al contrario, cercano un dialogo possibile con le chiese di provenienza, anche quando questo dialogo è faticoso o parziale. La fede, per queste persone, non è un’identità astratta, ma una pratica incarnata, che passa dal racconto di sé, dalla relazione e dalla cura reciproca. Come osserva Grace Davie, oggi molte appartenenze religiose si giocano più sul belonging without certainty che su adesioni formali (Davie, Religion in Modern Europe, 2000).
Una lettura pastorale delle criticità emerse
Accanto alla vitalità, il censimento mette in luce alcune fragilità strutturali, che non vanno lette come fallimenti, ma come segnali da ascoltare.
La prima criticità riguarda il riconoscimento ecclesiale. Molte realtà sono conosciute, accolte a tratti, accompagnate da singole figure, ma non sempre riconosciute in modo stabile. Questo produce cammini appesi alla buona volontà di persone specifiche, esposti al rischio di interruzione quando cambiano parroci, pastori o referenti. È una dinamica ben nota nei processi di innovazione ecclesiale “dal basso”, dove il cambiamento precede l’istituzione (Hervieu-Léger, La religione in movimento, 2003).
Una seconda criticità riguarda l’accompagnamento pastorale. I dati mostrano che l’accompagnamento è spesso affidato a pochi presbiteri o a laici competenti, mentre la presenza di donne consacrate e uomini consacrati è molto limitata. Questo crea carichi elevati su singole persone e una certa solitudine decisionale. Dal punto di vista psicologico, la mancanza di équipe stabili aumenta il rischio di burnout e di conflitti non elaborati (Maslach, Burnout, 1982).
Una terza criticità riguarda la scarsa articolazione interna. La maggioranza delle realtà non ha sottogruppi tematici: questo favorisce l’unità, ma può rendere invisibili bisogni specifici, in particolare quelli delle persone trans e dei giovani. Come ricorda la sociologia dei gruppi, l’unità non coincide sempre con l’uniformità (Simmel, Sociologia, 1908).
Una proposta di accompagnamento per chiese e operatori pastorali
Alla luce dei dati, emerge con chiarezza la necessità di percorsi di accompagnamento integrati, che tengano insieme dimensione biblica, psicologica e comunitaria. Non si tratta di “aggiungere attività”, ma di dare strumenti a chi già accompagna e a chi desidera farlo.
Una prima pista riguarda la formazione all’ascolto e al riconoscimento. Molte criticità nascono da una difficoltà a nominare le esperienze senza giudicarle. Qui il lavoro psicologico può aiutare a riconoscere i vissuti di vergogna, paura e conflitto identitario, mentre il testo biblico può offrire narrazioni alternative di chiamata e dignità: «Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1). L’obiettivo è aiutare le comunità a passare dal “tollerare” al riconoscere.
Una seconda pista riguarda il sostegno agli accompagnatori. I dati mostrano che molte realtà si reggono su poche figure chiave. Serve pensare a spazi di supervisione, confronto e formazione continua, per evitare l’isolamento. In questo senso, il racconto evangelico dei discepoli inviati “a due a due” (Mc 6,7) può diventare una chiave simbolica potente: nessun cammino di cura è pensabile in solitudine.
Una terza pista riguarda la cura delle differenze interne. Giovani, genitori, persone trans vivono bisogni diversi, che chiedono tempi e linguaggi specifici. Non sempre servono sottogruppi stabili, ma servono spazi protetti dove alcune parole possano emergere. Psicologicamente, questo significa lavorare sui processi di differenziazione; biblicamente, significa accettare che Gesù parla alle folle, ma si ferma anche con Nicodemo nella notte (Gv 3,1-21).
Infine, una quarta pista riguarda il rapporto con le istituzioni ecclesiali. Il censimento mostra che il dialogo è possibile, ma fragile. Vanno stimolate le chiese a leggere queste realtà non come una “eccezione”, ma come parte del corpo ecclesiale. «La pietra scartata è diventata testata d’angolo» (Sal 118,22) non è uno slogan, ma una dinamica che attraversa tutta la storia biblica e il cammino di queste realtà.

