Critiche e controcritiche al sinodalismo nella chiesa cattolica
Riflessioni di Nazareno
Una Chiesa Aperta. Ecco l’immagine che torna spesso nei racconti di chi ha vissuto da vicino il cammino sinodale voluto da Papa Francesco e proseguito sotto Papa Leone. Non una metafora vaga, ma un’esperienza concreta, raccontata anche dal cardinale Joseph Tobin, arcivescovo di Newark.
Ricevendo in cattedrale un pellegrinaggio di persone che si sentivano ai margini della Chiesa a causa del proprio orientamento sessuale, Tobin riferì la riflessione di un suo vescovo ausiliare: “la cattedrale è bellissima, ma lo è ancora di più quando le porte sono aperte”. Da quell’episodio il cardinale trasse una convinzione che ha ripetuto pubblicamente: “la vera bellezza della Chiesa cattolica si vede proprio nell’accoglienza, quando le porte restano spalancate”.
Questa immagine racconta bene che cosa sia, in fondo, la sinodalità: non una procedura burocratica, non un tentativo di “democratizzare” la fede sostituendo il voto alla verità rivelata, ma — come ha spiegato più volte lo stesso Magistero — il modo originario con cui il Popolo di Dio cammina insieme, ascoltando la voce dello Spirito che parla anche attraverso le vite di chi per troppo tempo è rimasto fuori da una porta chiusa, quando non sprangata.
Una Chiesa che ascolta, non un’assemblea che vota
Tra le accuse più ricorrenti rivolte al percorso sinodale c’è quella di essere un cavallo di Troia per un “conciliarismo” travestito, una deriva parlamentare che rischierebbe di piegare la dottrina alle mode del momento. È un’obiezione che merita di essere presa sul serio, non liquidata con fastidio — ma che regge poco se si guarda a come la sinodalità è stata effettivamente pensata e vissuta nelle due assemblee del Sinodo sulla sinodalità, nel 2023 e nel 2024, e nel percorso di attuazione che l’ha seguita ed è ancora in corso.
Il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, è tra le voci episcopali che con più continuità hanno insistito su un punto: “la sinodalità non è un metodo per arrivare a conclusioni preconfezionate, ma un esercizio di discernimento comunitario in cui la Chiesa impara a camminare insieme (il significato letterale del termine greco synodos) senza lasciare indietro nessuno”. In questa cornice, le persone LGBTQ+ non sono state trattate come un “problema” da normalizzare o da respingere secondo schieramenti ideologici, ma come fedeli le cui storie di fede, di fatica e di fedeltà hanno qualcosa da dire all’intera comunità ecclesiale.
Il documento di sintesi del Cammino Sinodale della Chiesa italiana si è mosso nella stessa direzione, riconoscendo esplicitamente la necessità di superare gli atteggiamenti discriminatori e di promuovere un autentico accompagnamento delle persone LGBTQ+ e delle loro famiglie all’interno della vita ecclesiale — non come concessione, ma come esigenza del Vangelo stesso.
Radcliffe: i desideri come dono da educare, non da negare
Nessuna voce, negli ultimi anni, ha probabilmente contribuito a spostare il linguaggio pastorale su questi temi quanto quella del cardinale domenicano Timothy Radcliffe, assistente spirituale del Sinodo e predicatore dei ritiri che hanno preceduto le assemblee sinodali. Nel settembre 2024, scrivendo su L’Osservatore Romano Radcliffe ha affrontato di petto un tema che molti sacerdoti preferiscono evitare: come vivere la fede da giovani cattolici gay che accettano la propria sessualità e desiderano, legittimamente, esprimere il proprio affetto.
La sua tesi centrale è che i desideri, compresi quelli omosessuali, sono un dono di Dio che va educato, non semplicemente negato o represso. Ha parlato con rispetto dei cattolici gay maturi che vivono relazioni impegnate, osservando che il loro cammino spirituale, quando è autentico, si misura più sui frutti dello Spirito — amore, gioia, pace, pazienza — che su un’ossessione per la sfera sessuale che spesso viene proiettata dall’esterno. E ha aggiunto una frase che vale la pena riportare quasi per intero, perché sintetizza bene il cuore della questione: “l’insegnamento della Chiesa si sta già sviluppando, rinnovato dall’esperienza vissuta, tanto che le persone omosessuali non sono più guardate solo in termini di atti, ma come fratelli e sorelle che, per usare le parole di Papa Francesco, possono essere benedetti”.
Va detto, in verità, che le posizioni di Radcliffe non sono incontestate dentro la stessa Chiesa: alcuni ambienti più tradizionalisti hanno criticato duramente sue prese di posizione pubbliche, comprese celebrazioni a cui ha partecipato a Londra per coppie dello stesso sesso. Non è un dettaglio che va nascosto perchè fa parte della tensione reale che la Chiesa sta vivendo, e proprio per questo la sinodalità non promette di azzerare il conflitto, ma di attraversarlo restando in ascolto gli uni degli altri.
Fiducia Supplicans: un passo pastorale, non un cambiamento dottrinale
Se c’è un documento che ha reso concreta, a livello di prassi, questa apertura all’ascolto, è la dichiarazione Fiducia Supplicans, pubblicata nel dicembre 2023 dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Il testo consente ai ministri ordinati di impartire benedizioni pastorali e spontanee — distinte con chiarezza dal rito liturgico del matrimonio — anche a coppie in situazioni “irregolari”, incluse quelle formate da persone dello stesso sesso.
Le reazioni sono state tutt’altro che unanimi. Diverse conferenze episcopali africane hanno espresso riserve, motivate da un contesto culturale e pastorale molto diverso da quello europeo o nordamericano; la Chiesa del Maghreb, al contrario, ha accolto il documento con maggiore disponibilità. In Germania, il Cammino sinodale locale aveva già votato a larga maggioranza a favore di cerimonie di benedizione per le coppie, comprese quelle omosessuali, chiedendo anche una revisione del linguaggio del Catechismo sull’omosessualità — un processo che, pur muovendosi su un binario proprio, resta parte del più ampio dialogo sinodale universale, con tutte le tensioni che questo comporta.
Le voci critiche vanno conosciute
Un articolo onesto non può ignorare chi dissente, e chi vive la propria fede LGBT+ dentro la Chiesa fa bene a conoscere gli argomenti dell’altra parte, non solo per confutarli ma per capire da dove nasce la paura che spesso li alimenta.
Alcuni circoli tradizionalisti si rifanno ancora oggi allo schema elaborato dal pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, secondo cui ogni apertura pastorale sarebbe il sintomo di una “crisi delle tendenze” che degenera in crisi delle idee e infine dei fatti, fino a mettere a rischio la stessa verità rivelata. È una lettura coerente al suo interno, ma parte da un presupposto — che l’ascolto pastorale sia per definizione un cedimento dottrinale — che il Magistero recente non condivide.
Altri richiamano l’esperienza di Courage International, l’apostolato fondato nel 1980 e canonicamente approvato, che accompagna le persone con attrazione per lo stesso sesso in un cammino di castità secondo l’insegnamento tradizionale della Chiesa, fondato su preghiera, fraternità e vita sacramentale. È un percorso reale, scelto liberamente da chi lo sceglie, e va rispettato come tale.
Ma non è, e non pretende più di essere presentato come, l’unica strada per essere cattolici e LGBT+: molte persone vivono relazioni fedeli e stabili, orientate al bene proprio e altrui, e chiedono alla Chiesa non la sacramentalizzazione di quelle relazioni, ma il riconoscimento che anche lì può abitare la grazia di Dio.
Non solo vescovi: la pastorale che si fa comunità
La sinodalità non vive solo nei documenti vaticani o negli interventi dei cardinali. Si vede nelle veglie di preghiera contro l’omotransfobia che numerosi vescovi italiani promuovono in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia — gesti pensati non per legittimare alcunché, ma per affermare che la violenza e l’emarginazione subite dalle persone LGBTQ+ sono incompatibili con il Vangelo. Si vede nel lavoro che realtà educative come l’AGESCI, l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani, hanno intrapreso per costruire ambienti formativi più consapevoli e inclusivi verso i più giovani.
E si vede, soprattutto, nella pazienza quotidiana di chi resta: nella comunità parrocchiale, nel volontariato, nella preghiera condivisa, anche quando le proprie domande non trovano ancora risposte pienamente soddisfacenti. È un atteggiamento che lo stesso cardinale Tobin ha riassunto con parole semplici: “restare, continuare a fare domande, perché le cose cambiano”.
Una purezza che non esclude
C’è un’ultima cosa da dire, forse la più importante. Gli ambienti più rigoristi temono che l’apertura pastorale comprometta la purezza della Chiesa, la sua fedeltà alla tradizione. Ma la tradizione autentica non è un deposito congelato: è un corpo vivo, che nella storia ha sempre dovuto discernere come applicare il Vangelo a circostanze umane sempre nuove. La vera minaccia alla purezza della Chiesa non è l’accoglienza di chi ama; è il rifiuto di ascoltare lo Spirito che parla attraverso le ferite — e le gioie — di tutt* i battezzati.
In questo cammino ancora aperto, spesso faticoso e non privo di tensioni reali anche dentro l’episcopato, i cristiani LGBT+ non sono un’eccezione da gestire con cautela: sono parte viva di un popolo che cammina, insieme, verso qualcosa di più grande della paura.

