Aosta Pride e la svastica raimbow del segretario del vescovo
Riflessioni di Massimo Battaglio
Ormai è noto: il Pride di Aosta svoltosi sabato 26 settembre ha avuto un epilogo non piacevole. Un importante personaggio pubblico, il segretario personale del vescovo Franco Lovignana, tale Gilbert Turcotti, laico, ha avuto la brillante idea di fare uno scherzetto su whatsapp. Ha cambiato la propria immagine del profilo con una specie di logo (“trovato in rete”, dice lui) formato da quattro bandiere “pride flag” che, incrociandosi, danno origine a una vistosa svastica. Sottotitolo: “Questione di prospettiva…”.

Proprio perché trattavasi di personaggio pubblico, la goliardata è stata presto notata da una giornalista locale che, giustamente, ha voluto approfondire le cose. E ne ha parlato innanzitutto con gli organizzatori del pride. Questi hanno reagito con una dichiarazione altrettanto pubblica ma inviata in modo particolare al vescovo stesso. Alice Sartore, portavoce del Comitato Aosta Pride e vicepresidente di Arcigay Queer VdA André Zanotto, dice quanto segue.
“Abbiamo visto l’immagine e diciamolo chiaramente. Trasformare la bandiera del Pride è un insulto alla memoria delle persone omosessuali e trans perseguitate, deportate e uccise dal nazismo (…). Ci aspettiamo una presa di distanza netta e immediata”.
Quando la polemica stava già montando sui media locali, mons. Lovigiana ha pensato di correre ai ripari incaricando l’Ufficio Cultura e Stampa diocesano, di pensare a un comunicato di risposta. Leggiamolo:
“In merito alla recente richiesta di chiarimento, il Vescovo di Aosta precisa che la posizione della Diocesi su qualsiasi avvenimento, situazione o argomento viene sempre ed esclusivamente espressa attraverso i canali ufficiali, ossia la predicazione pubblica, i messaggi, le lettere, eventuali interviste del Vescovo stesso, e, quando opportuno, rilanciata dall’Ufficio stampa. (…) “ogni altra presa di posizione, da chiunque espressa, riveste il carattere di parere personale di chi la esprime”.
Un comunicato in punta di piedi che non aiuta a capirpe se il parere del segretario coincida con quello del suo vescovo e se questi comprenda la gravità del fatto. Si capisce solo che il personale diocesano ha intenzione di uscirne indenne.
Ovviamente, Arcigay e il Comitato Pride non hanno tardato a ribattere, questa volta con fare ancora più deciso:
“Non è la presa di distanza che avevamo chiesto – commenta Alice Sartore –. Nel comunicato non c’è una parola sull’immagine, né un pensiero per le persone che si sono sentite colpite. Chiamarlo parere personale non cambia ciò che quell’immagine rappresenta, né il ruolo di chi l’ha diffusa. Avevamo detto che il silenzio sarebbe stato già una risposta: una precisazione che non dice nulla gli somiglia molto. Da parte nostra, continueremo a valutare come tutelarci in ogni sede opportuna. (…)”
Il Comitato Aosta Pride e Arcigay Queer Vda André Zanotto ribadiscono, questa volta in modo ufficiale, che
“la bandiera del Pride rappresenta persone, vite e diritti, e che chi ricopre un ruolo di responsabilità, anche all’interno di un’istituzione religiosa, è chiamato a rispondere di ciò che dice e condivide”
Finalmente arrivano le scuse del signor Turcotti, che finora si era limitato a sostenere che si trattasse “di un disegno colorato” rispetto al quale non aveva “nulla da aggiungere”. Scuse che, di nuovo, fanno il giro dei media:
“Questa sera ho ricevuto una telefonata da una persona che mi chiedeva spiegazioni sul mio ‘stato di WhatsApp’ di sabato. Credo di aver colto del turbamento per l’interpretazione dell’immagine (trovata sul web) e mi dispiace se anche altri miei contatti privati ne siano rimasti turbati. Per questo mi scuso precisando che non era mia intenzione offendere. Sono a disposizione di chi volesse privatamente confrontarsi con me per un sereno scambio di opinioni”.
Per ora, gli articoli giornalistici sul caso risultano esse ventuno. Alcuni media, i primi a intervenire, sono stati logicamente quelli locali (Aosta News con tre articoli, Aosta Sera, Aosta Oggi). Poi, la notizia ha cominciato a diffondersi e ha raggiunto media piemontesi (dal Quotidiano Piemontese allo Spiffero) per passare alle testate maggiori (da Rai3 a La Stampa e a Repubblica). Altri si sono accodati da tutta Italia. Tra essi, specialmente i siti di riflessione politica e di settore, come gay.it.
Un dato singolare è che in nessuno degli articoli pubblicati si leggono commenti a favore o contro i fatti. Il che è comprensibile perché, davvero, essi si commentano da soli. Qualunque lettore di buon senso è in grado di farsi un’opinione in proprio.
A noi si richiede però qualche parola in più, perché siamo due volte interessati. In queste ore, più di uno, a partire da quella svastica, ci ha chiesto conto della nostra fede. Ci si domanda se questa è proprio la Chiesa in cui crediamo.
E la risposta è no! Un no chiaro e netto. Crediamo una Chiesa fatta di uomini, certo, e quindi soggetta a errori. Ma non siamo disposti a passare su tutti gli errori di tutti, in particolare su quelli di chi ci rappresenta.
E il segretario di un vescovo, quando si esprime in pubblico, rappresenta comunque il suo vescovo, anche se il suo intento è di tipo privato. Dunque, rappresenta anche noi. E, in questo caso, lo fa malissimo. Rischia non solo di offendere tante persone ma soprattutto di mandare all’aria tutto il già difficile dialogo tra Chiesa e popolo LGBT+; di far perdere credibilità alla Chiesa stessa. Il tutto per una robetta che voleva essere una cazzata.
Diciamolo chiaro, come ha già fatto Arcigay Aosta: equiparare il movimento LGBT+ al nazismo non è una semplice cazzata perché non è una cazzata il nazismo. Noi persone omosessuali, bisessuali, trans, queer o non binarie siamo da sempre schierati e impegnati contro ogni totalitarismo. Perché è dai totalitarismi – anche e soprattutto da quelli religiosi – che abbiamo ricevuto le peggiori persecuzioni. Quel simbolo osceno è dunque l’emblema di tutto ciò che vorremmo sradicare dalla faccia della terra.
Ma forse il signor Turcotti voleva alludere alla leggenda – inflazionata in ambito cattolico – per cui il popolo LGBT+ vorrebbe instaurare una “dittatura gender“. In questo caso chiediamo, a lui come a tutti i sostenitori di questo complotto, di ripassare i termini “dittatura” e “gender”, possibilmente dandone una definizione.. Altrimenti, .se cercano semplicemente frasi che riempiono la bocca, provino con altre. Per esempio con “Dio, Patria e Famiglia” o con “viva la Juve”.
Quanto alle scuse, tardive e formulate secondo lo schema “mi scuso ma avevo ragione io”, non ci bastano. Perché la sua “immagine colorata” contiene in realtà un insulto inaccettabile. Nulla ha a che vedere con l’espressione di una libera opinione, né tantomeno con l’opinione di un cristiano, per il quale nessun uomo dovrebbe essere trattato come un nemico da abbattere, come il nazismo.
C’è da chiedersi se il segretario di Sua Eccellenza abbia mai visto una persona LGBT+ guardandola negli occhi, ascoltandola, sedendosi alla pari sotto il tiglio di Sant’Orso. Lo invitiamo a farlo: non mordiamo e non siamo infettivi. In compenso, avremmo molte cose da dirgli, anche in materia di fede: molti pregiudizi da scardinare, molte lacune culturali da colmare, molto amore che abbiamo ricevuto e vogliamo diffondere.
E siamo sicuri che, alla fine, le sue scuse diventerebbero sincere e lui stesso chiederebbe di darci riparazione, per esempio facendo un po’ di volontariato per conto di qualche associazione delle nostre. Allora lo perdoneremmo. Perché perdonare è bello e non vogliamo perdere l’occasione.

