Rileggere Oscar Wilde in chiave queer
Testo di Sam Mills*, pubblicato su sito Aeon (Regno Unito) in data 25 marzo 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
L’Oscar Wilde Temple aprì per la prima volta nel 2017, nel seminterrato della Church of the Village a Greenwich (New York). Wilde è celebrato su un piedistallo: una statua color crema vestita da dandy; sotto, su un cartiglio c’è il numero di matricola indossato nella prigione di Reading Gaol, C.3.3. Alle sue spalle, una grande vetrata neogotica di Gesù suggerisce un’associazione del martirio tra i due. Sulle pareti compaiono anche immagini di figure LGBTQ perseguitate in modo analogo: Alan Turing, Harvey Milk, Marsha P. Johnson. L’installazione è opera di David McDermott e Peter McGough.
Questa è l’immagine di Wilde che tutti conosciamo: esteta flamboyant e straordinario scrittore, arguto provocatore che avrebbe detto ai doganieri di New York, «Non ho nulla da dichiarare se non la mia genialità», autore di commedie scintillanti e di splendidi libri per l’infanzia. Si sposò con la scrittrice Constance Lloyd, ma il matrimonio, si dice, fu solo un velo per nascondere la sua vera sessualità: ebbe infatti numerose relazioni con uomini, da Robbie Ross a Lord Alfred Douglas.
Il suo talento sbocciato fu spezzato da un’opinione pubblica vittoriana crudele, che lo vilipese per la sua omosessualità e lo scaraventò in prigione, conducendolo a morire, pochi anni dopo la scarcerazione, in povertà e solitudine in una cameretta parigina. Negli ultimi cinquant’anni, dunque, Wilde è stato adottato dal movimento delle persone LGBTQIA (lesbiche, gay, bisex, trans, queer, intersex e asex) come un santo laico, l’emblema per eccellenza della persona gay perseguitata.
Ma la storia di Wilde è davvero così semplice? Rappresenta in modo equo la sua vita e la sua sessualità? Wilde era, in fondo, un uomo di contraddizioni. Poco prima di morire confidò a Jean Dupoirier, proprietario dell’Hôtel d’Alsace, che «alcuni dicevano che la mia vita fosse una menzogna, ma io ho sempre saputo che era la verità; perché, come la verità, raramente è pura e mai semplice».
In Biography and the Art of Lying (Biografia e l’arte di mentire, 1997), Merlin Holland, nipote di Wilde, osserva che la vita di suo nonno non «tollera un approccio con conclusioni logiche, ma richiede la flessibilità, sollevando spesso domande senza risposta». Chi prova a piegarlo alla propria idea, semplificandone le complessità, scopre presto che «diventa come maneggiare mercurio tra le dita».
La reputazione di Wilde come martire gay nasce dal processo del 1895 per «atti di grave indecenza». Fu uno dei primi processi “di celebrità” del secolo. Wilde era all’apice: in West End andavano in scena con enorme successo anche The Importance of Being Earnest (L’importanza di chiamarsi Ernesto). Era sposato con Lloyd da undici anni e avevano due figli, Cyril e Vyvyan. Era un segreto di Pulcinella che Wilde avesse una relazione con Lord Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry.
Fu proprio Lord Alfred a introdurlo nei bassifondi del sesso mercenario, dove affittavano giovani uomini. Ci furono diversi scontri tra Wilde e il marchese, uomo collerico e imprevedibile; Wilde negò rapporti sessuali con il figlio. Poi, nel febbraio 1895, entrando all’Albemarle Club, Wilde trovò un biglietto lasciato da Queensberry con la scritta sgrammaticata: «To Oscar Wilde posing Somdomite» [«A Oscar Wilde che si atteggia a Sodomita»].
L’errore ortografico poteva essere voluto, così come l’ambiguità della formula, utile a vincere una causa qualora Wilde avesse querelato. Restava una trappola che sfruttava l’ossessione vittoriana per la maschera della rispettabilità eterosessuale. Anche solo sembrare un sodomita, in una società con idee rigidissime di genere, era rischioso. Wilde decise di citare Queensberry per diffamazione, non per difendersi come un omosessuale pronto alla battaglia pubblica, ma per ripulire la reputazione. Assicurò al suo avvocato, Sir Edward Clarke, che le accuse erano «assolutamente false e infondate».
Quel processo segnò una tappa chiave nell’evoluzione della sessualità — etero o omo — come identità. Prima dell’età vittoriana, il sesso era una pratica, non un’identità. I vittoriani introdussero l’Offences Against the Person Act (1861) che abolì la pena di morte per sodomia ma la sostituì con la reclusione dai dieci anni all’ergastolo. Nel 1885 l’Emendamento Labouchere creò il vaghissimo reato di «atti di grave indecenza»: bastavano poche lettere d’amore tra due uomini per finire in tribunale, senza bisogno di testimoni. Non a caso fu chiamato la Carta del Ricattatore.
La criminalizzazione andava di pari passo con i tentativi di classificazione. I sessuologi vittoriani come Richard von Krafft-Ebing vedevano l’omosessualità come patologia, deviazione dovuta a sviluppo arrestato. Altri sostenevano che chi ne “soffriva” fosse un invertito: anime femminili in corpi maschili e viceversa. Alla curiosità morbosa si affiancava l’ostilità: come riconoscere un uomo che amava gli uomini? Come vestiva? Come si comportava?
Nel Regno Unito, nel 1870, Ernest Boulton e Frederick William Park furono arrestati per essersi vestiti da donne, e un medico fu chiamato a esaminarli per “segni” fisici di omosessualità — ammettendo di non sapere che cosa cercare. Come nota il giornalista Eric Berkowitz in Sex and Punishment (Sesso e punizione, 2012), fu «un primo tentativo cruciale» di definire le caratteristiche della persona gay.
Negli anni successivi l’“invertito” fu sempre più visto come predatore. Nel 1889 scoppiò lo scandalo di Cleveland Street: emerse che alcuni adolescenti telegrafisti del General Post Office arrotondavano come marchettari in un bordello di Cleveland Street frequentato da aristocratici come Lord Somerset e il Conte di Euston. I giornali ci sguazzarono per settimane. I ragazzi furono dipinti come innocenti; l’ira pubblica si abbatté sugli uomini maturi che li reclutavano. L’anno dopo, quando Wilde pubblicò The Picture of Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray), intriso di sottintesi omoerotici, The Scots Observer lo stroncò definendolo una storia di interesse «per lo più per nobili fuorilegge e telegrafisti pervertiti» — chiaro riferimento a Cleveland Street.
Quando Wilde intentò la causa per diffamazione contro Queensberry, sottovalutò il pericolo. C’entrava anche la classe sociale: non credeva che le testimonianze dei piccoli borghesi convocati dal marchese sarebbero state prese sul serio. Si presentò il primo giorno in carrozza, con un soprabito bordato di velluto, e rispose con arguzia alle domande dell’accusa. Alla domanda se avesse baciato Walter Grainger, allora sedicenne, replicò: «Oh no, davvero. Era un ragazzo particolarmente bruttino».
Quando altri giovani raccontarono dei regali sontuosi ricevuti per essere indotti al sesso, la causa per diffamazione crollò e all’improvviso fu Wilde a finire sotto processo, dipinto ingiustamente come il corruttore tenebroso del “fanciullo dorato” Lord Alfred.
Messo all’angolo dall’accusa, Wilde pronunciò un discorso che molti salutano come il primo in cui una persona omosessuale difese pubblicamente la propria sessualità (in verità, il primato spetterebbe al pioniere tedesco della sessuologia Karl Heinrich Ulrichs nel 1867). Resta un passaggio bellissimo e sentito:
«L’amore che non osa dire il suo nome, in questo secolo, è quell’immenso affetto di un uomo più anziano per un più giovane, come tra Davide e Gionata, come Platone fece fondamento della sua filosofia, e come si trova nei sonetti di Michelangelo e Shakespeare. È quell’affetto spirituale profondo, puro quanto perfetto».
Wilde non si definì mai “omosessuale” né “invertito”. Formatosi sui classici a Oxford, intendeva la propria sessualità nella tradizione della pederastia dell’antica Grecia e di Roma, dove un uomo maturo era guida sessuale e mentore intellettuale di un giovane. Preferiva il termine “uraniano”, coniato da Ulrichs negli anni Sessanta dell’Ottocento a partire dal Simposio di Platone. Alcuni critici, però, giudicano quel discorso come una romantizzazione di dinamiche potenzialmente squilibrate: alcuni ragazzi con cui ebbe rapporti avevano la metà dei suoi anni e subirono l’esposizione e l’umiliazione del processo.
In carcere, Wilde scrisse al Ministro dell’Interno chiedendo la grazia, dichiarandosi affetto da «erotomania» e da «mostruosa perversione sessuale». Nel 2018 Joseph Pearce, su The Imaginative Conservative, arrivò a citare questi passaggi per sostenere che Wilde fosse un «omofobo». Ma pensiamo all’orrore del suo regime carcerario: ore sul treadmill**, scucire cordame, dormire su un tavolaccio, un secchio di metallo come latrina. Sviluppò un’infezione all’orecchio e temette di perdere l’udito. Intanto il suo nome veniva rimosso dai cartelloni, la casa di famiglia saccheggiata dai creditori. Quelle ritrattazioni, più che convinzioni intime, suonano come il linguaggio della disperazione di un uomo frantumato da un sistema che gli aveva rovinato salute, felicità e matrimonio.
Uscito di prigione, il suo atteggiamento cambiò. Il Daily Chronicle pubblicò una sua lettera che invocava a gran voce riforme carcerarie e la necessità di «umanizzare i direttori». Scrisse al riformatore George Ives: «Non ho dubbi che vinceremo, ma la strada è lunga, arrossata da martiri mostruosi. Solo l’abrogazione del Criminal Law Amendment Act sarebbe di qualche utilità».
Se c’è un momento in cui celebrare Wilde come difensore dei diritti delle persone gay, è questo suo coraggio: fuggito in Francia, si ricongiunse presto con Lord Alfred e vissero insieme a Napoli. Gli fu negato di vedere i figli, la moglie minacciò di tagliargli i fondi, subì un rifiuto sociale costante: in un albergo a Capri, alla vista della coppia nella sala da pranzo gli ospiti inglesi si alzarono indignati e a entrambi fu chiesto di andarsene.
Il processo a Wilde divenne così leggendario da influenzare l’idea moderna di come “dovrebbe essere” un uomo gay. Nell’edizione 1906 di Sexual Inversion (Inversione sessuale), uno dei primi manuali medici in inglese, il sessuologo Havelock Ellis scriveva che i processi a Wilde «contribuirono in generale a dare definitezza e autocoscienza alle manifestazioni dell’omosessualità».
In un articolo su The Guardian nel 2024, il romanziere Tom Crewe rifletteva che la «scandalosa esposizione» di Wilde generò per oltre mezzo secolo presupposti e pregiudizi pubblici, deformando anche l’autopercezione delle persone gay: l’idea che, come Wilde, si imponessero al mondo con la differenza — nell’abbigliamento, nel parlare, nella “teatralità” — e che le loro relazioni fossero grossolane, squilibrate per età e classe.
Crewe aggiunge che il processo oscurò la nascita, negli anni Novanta dell’Ottocento, di un possibile movimento per i diritti, guidato proprio da Ellis, dallo scrittore Edward Carpenter e dal poeta John Addington Symonds. Carpenterstava lavorando a un opuscolo, Homogenic Love and its Place in a Free Society (Amore omogenico e il suo posto in una società libera), poi rifiutato dall’editore. Nel 1897 Ellis pubblicò Sexual Inversion, per dimostrare che l’omosessualità è un elemento consueto e ricorrente della sessualità umana: il libro fu bollato come «osceno e scandaloso» e il suo editor, George Bedborough, fu perseguito per «libello osceno». Intanto, dopo il processo a Wilde, seicento uomini fuggirono oltre la Manica per timore di subire la stessa sorte.
Per decenni, il nome di Wilde restò associato alla vergogna e a brame omosessuali inconfessate. Nel romanzo Maurice(1913) di E. M. Forster, il protagonista si vede come «un indicibile del tipo Oscar Wilde». Negli anni Sessanta Wilde venne recuperato dagli attivisti: nel 1967 Craig Rodwell, della Mattachine Society negli Stati Uniti, aprì a Greenwich Village la libreria Oscar Wilde Memorial. Per Rodwell, Wilde era «la prima persona omosessuale in tempi moderni ad aver difeso pubblicamente la vita omosessuale; un martire del movimento omofilo». Dopo i moti di Stonewall del 1969, la libreria fu decisiva nell’organizzare i Pride annuali. Nel 1964 Susan Sontag dedicò a Wilde il suo saggio Notes on “Camp” (Note sul “camp”).
Con l’avanzare dei diritti LGBTQ+, la fama di Wilde come icona e martire si consolidò. Se prima nelle università si evitava qualunque sottotesto gay nelle sue opere, nacque un’intera industria di letture “in codice”. In The Picture of Dorian Gray ci sono sicuramente toni omoerotici — che Wilde attenuò passando dalla rivista al volume — ma si arrivò a reinterpretare anche The Importance of Being Earnest come traboccante di sottotesti: il “bunburying” (dal fittizio invalido Bunbury che Algernon usa per sottrarsi agli impegni) letto come doppia vita, o un matrimonio che nasconde una vita segreta; “Earnest” visto come parola in codice per gay, gioco su “Uraniste”, dal termine di Ulrichs. Holland ha smentito: se fosse stato così, sarebbe stato usato contro Wilde al processo.
In The Wilde Century (Il secolo di Wilde, 1994), Alan Sinfield sostiene che molte di queste letture sono sovrastrutturecalate sul testo:
«Molti danno per scontato che la queerness, come l’assassinio, prima o poi affiori; dunque da qualche parte nelle profondità di The Importance of Being Earnest deve essere nascosto uno scenario gay. Ma non funziona… Wilde e i suoi scritti ci sembrano queer perché il nostro stereotipo di omosessualità maschile deriva da Wilde, e dalle idee che abbiamo su di lui».
Wilde regge davvero come icona gay? Diffusa è l’idea che fosse omosessuale fin da giovane e che il matrimonio fosse una maschera. Ma in un’intervista del 2008 a The Advocate, Holland afferma che suo nonno si sposò per amore e che la sua sessualità fu complessa: «Se fosse una storia in bianco e nero — Oscar omosessuale dall’inizio che lo nasconde e infine lo accetta — sarebbe molto meno interessante», concludendo che, come icona, Wilde è «imperfetto».
È difficile etichettarlo come “solo” gay se consideriamo le sue forti infatuazioni e relazioni con donne. A Oxford fu redarguito dalla madre di una studentessa, Fidelia, dopo essere stato sorpreso a baciarla. Nel 1878 dedicò il poema premiato “Ravenna” alla scrittrice Julia Constance Fletcher, dichiarando che «scrive intelligente com’è nel parlare» e che ne era «molto attratto in ogni modo». La prima donna che desiderò sposare, Florence Balcombe, la perse: nel 1876 scrisse a un amico entusiasta, «ha diciassette anni, il viso più bello che abbia mai visto e non un soldo». Sei mesi dopo le donò una croce d’oro con inciso il suo nome. Quando due anni dopo la sposò il rivale Bram Stoker (il futuro autore di Dracula), Wilde ne fu devastato.
Nel 1884 sposò Constance Lloyd, un anno prima che nel Regno Unito venissero penalizzati gli «atti di grave indecenza». Difficile sostenere che il matrimonio fosse una copertura. Quando si conobbero, nell’estate 1881, scoccò subito la scintilla. La madre di Constance, Ada, scrisse a Lady Wilde che «entrambi sono… affascinanti, dotati e, ciò che per me conta di più all’inizio di una vita matrimoniale, immensamente attratti l’uno dall’altra».
Nei sei mesi di fidanzamento si scambiarono telegrammi e lettere di continuo. «Siamo naturalmente perdutamente innamorati», scriveva Wilde all’amico Thomas Waldo Story. «Ci telegrafiamo due volte al giorno, e gli impiegati del telegrafo sono diventati romantici per contagio». Alla nascita del primogenito Cyril (1885), Wilde scrisse all’attore Norman Forbes-Robertson che il bimbo era «meraviglioso» e tesseva lodi del matrimonio, invitando l’amico a «sposarsi subito!».
Col tempo, però, Wilde divenne irrequieto. Perse il desiderio per Constance quando rimase incinta del secondo figlio, preferendola «bianca e sottile come un giglio». Nel 1886, il diciassettenne Robbie Ross fu ospite in casa Wilde: Wilde parlò di una prima relazione con un uomo avvenuta quando Ross lo «sedusse».
Che il matrimonio si sia guastato è spesso usato come prova che Wilde fosse “davvero” gay: in The Secret Life of Oscar Wilde (La vita segreta di Oscar Wilde, 2005), Neil McKenna lo definisce «senza passione». Ma molti matrimoni falliscono per ragioni complesse e multiple; anche se l’attrazione di Wilde per la moglie svanì, non c’è nulla di straordinario.
In Constance (2012), Franny Moyle sostiene che si sposarono — come molti vittoriani — senza conoscersi abbastanza e che il matrimonio, nel conoscersi, portò intimità ma anche disincanto. Moyle ipotizza inoltre problemi post-partum di Constance che avrebbero inciso sulla vita sessuale. È fuorviante ritenere il matrimonio una farsa e far sì che il secondo atto della sua sessualità riscriva tutto il passato.
Poiché una parte del desiderio di Wilde era proibita, la sua sessualità si spaccò in due metà con tratti opposti: rispettabile e ribelle; «apollinea e dionisiaca», scrive il biografo Richard Ellmann. Le relazioni con uomini gli piacevano anche perché erano vietate, una deliziosa ribellione contro una società insieme amata e detestata. «Il pericolo era metà dell’eccitazione», rifletterà poi, in carcere. «Mi sentivo come un incantatore di serpenti mentre attira il cobra ad alzarsi dal panno dipinto…». Gli amanti maschi divennero sinonimo di decadenza, il matrimonio di dovere: gli uomini con l’underground, la moglie con la superficie rispettabile.
Ellmann parlò di una «ri-orientazione» dai partner femminili a quelli maschili; più accurato è dire che Wilde fosse bisessuale. Intervistato in Vice Versa (1995) di Marjorie Garber, l’accademico Jonathan Dollimore osserva: «La mia impressione è che Wilde fosse certamente bisessuale, e deploro quella rappresentazione secondo cui egli visse completamente in malafede rispetto alla moglie». Diversi teorici gay hanno però resistito a questa lettura più sfumata. La teorica Eve Kosofsky Sedgwick, intervistata da Outweek (1991), dichiarava: «Non sono sicura che il fatto che ci siano persone che si identificano come bisessuali implichi l’esistenza di un’identità bisessuale…». L’intervistatore riassumeva: figure storiche rivendicate come gay o lesbiche (Cole Porter, Eleanor Roosevelt, Virginia Woolf, Walt Whitman, Oscar Wilde) «in realtà sarebbero classificabili come bisessuali»; Sedgwick concludeva: «Ma il movimento gay e lesbico non è interessato a tracciare quella linea».
Il problema è che così si rinforza un binarismo etero/omo semplicistico. Il risultato, come nota Steven Angelides in A History of Bisexuality (Storia della bisessualità, 2001), è che «la bisessualità… è impensabile fuori dalla logica binaria» e dunque viene cancellata. Non a caso, dagli anni Settanta, le persone bisessuali hanno visto ignorata o sminuita la propria esperienza e hanno lottato a lungo perché la B entrasse stabilmente nell’acronimo LGBTQ.
Spesso la si è definita una fase, uno stare «sul recinto» destinati a scendere da una parte, o come una diluizione della causa; alcune femministe lesbiche degli anni Ottanta diffidavano delle donne bi, accusate di «dormire con il nemico», e nel 1985 il London Lesbian and Gay Community Centre bandì i bisessuali perché molte socie si sentivano minacciate dagli uomini bi. Durante la crisi dell’AIDS, i bisessuali furono spesso capri espiatori, dipinti come ponte tra due popolazioni sessuali, veicolo di contagio.
Poiché la bisessualità è stata descritta come una terra di nessuno, più difficile da mobilitare, la sessualità di Wilde è stata semplificata. La narrazione binaria di Wilde innocente perseguitato dalla folla eterosessuale è più potente, specie nell’epoca odierna di preoccupante crescita dei crimini d’odio. Nel 2016 l’organizzazione Artangel organizzò nella prigione di Reading una lettura pubblica di De Profundis — la lettera scritta da Wilde in carcere — con personalità come Ralph Fiennes, Lemn Sissay e Maxine Peake. Uno dei direttori, Michael Morris, ricordò che in alcuni Paesi essere gay è ancora illegale: «Vogliamo che si abbia coscienza di quell’oppressione e persecuzione».
È un ottimo motivo per ricordare l’abisso in cui Wilde precipitò. Ma riconoscere che fu bisessuale non dimezza i suoi amori per gli uomini né annacqua la tragedia. Non attenua la ferocia della società vittoriana che lo condannò a due anni in una cella fredda e buia, la mente in lenta frantumazione, il genio sprecato perché non conformato a una nozione angusta di sessualità.
Significa, piuttosto, riconoscere che Wilde fu una figura molto più complessa della caricatura in cui movimenti politici e cause sociali lo hanno via via rinchiuso.
*Sam Mills è romanziera e autrice di saggistica. Tra i suoi libri: Chauvo-Feminism (2021), The Watermark (2024) e Uneven: Nine Lives that Redefined Bisexuality (2025). È direttrice editoriale della casa editrice Dodo Ink e vive a Londra.
** Nelle carceri vittoriane, il treadmill era uno strumento punitivo: una grande ruota o nastro azionato a forza dai detenuti, che dovevano salire gradino dopo gradino senza sosta per ore. Era una fatica immane, priva di senso pratico, pensata unicamente per spezzare corpo e spirito. A Reading Gaol, dove Wilde fu imprigionato, i detenuti venivano costretti a camminarci sopra per sei o otto ore al giorno, spesso con i piedi piagati e in condizioni disumane.
Testo originale: Requeering Wilde – “Sex, life and Oscar Wilde: ‘rarely pure and never simple’”

