Alle persone LGBT+ che hanno paura dico: non siete soli. Ascoltate la mia storia
Riflessioni di Shaley Howard* pubblicate sul sito LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 16 gennaio 2026. Liberamente tradotte dai volontari del progetto Gionata.
Negli Stati Uniti questo secondo mandato dell’amministrazione Trump è stato brutale in tanti modi. Per le persone LGBTQ+, ha significato un anno di attacchi legali e sociali incessanti: vedere le persone transgender usate come capro espiatorio, spingendo leggi pensate per toglierci diritti per provare a cancellarci del tutto. E il peso quotidiano di tutto questo può diventare schiacciante.
Da lesbica anziana, mi spezza il cuore vedere uno sforzo così coordinato e maligno per smontare decenni di passi avanti, passi avanti che ho visto, per cui ho lottato, e che ho anche vissuto sulla mia pelle, vedendoci vincere. Eppure, più mi fermo a guardare quello che sta succedendo, più mi diventa chiaro il quadro nel suo insieme.
Per quanto disperatamente questa amministrazione e i suoi sostenitori provino a tenerci giù, falliranno. Noi abbiamo già resistito una volta. Resisteremo di nuovo. E, nel complesso, continuerà ad andare meglio.
Però, prima di buttarmi troppo sull’ottimismo e fare la parte della “Pollyanna”, vale la pena raccontarti un po’ da dove vengo.
Sono cresciuta come lesbica profondamente chiusa nell’armadio alla fine degli anni Settanta, in un periodo in cui l’idea che due persone dello stesso sesso potessero mostrarsi anche solo un briciolo di affetto in pubblico era impensabile.
La visibilità aveva conseguenze reali: la derisione era praticamente garantita e pochissime persone osavano all’esterno essere fiere di ciò che erano.
Prima del 1973, il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) considerava l’omosessualità un disturbo. E la cosa non è stata eliminata del tutto fino al 1987.
Sono rimasta ben chiusa nell’armadio per quasi tutta l’adolescenza e anche oltre, fino all’inizio dell’età adulta, e ho fatto coming out solo a ventisei anni.
Ho imparato a “recitare”: a parlare di ragazzi, a far finta di essere interessata a loro, a interpretare un ruolo che non mi sarebbe mai stato mio, neanche in un milione di anni. In quegli anni, la paura era la mia compagna fissa. Vivevo in uno stato di allerta continuo, terrorizzata all’idea che qualcuno potesse scoprire il mio segreto.
Ma, ancora peggio, c’era la solitudine, quella solitudine che ti schiaccia e ti soffoca. Qualsiasi attrazione provassi per altre ragazze dovevo portarmela dentro in silenzio.
C’è un dolore particolare, straziante, nel vivere una bugia. Anche quando avevo ormai superato i vent’anni, continuavo a provare a convincermi che forse, ma sì, magari sarei potuta diventare “normale”, come tutti e tutte, e non una “lesbica schifosa”, un’espressione che avevo sentito ripetere per anni. Mi dicevo che la mia attrazione per le donne era solo una strana fase ormonale, qualcosa che sarebbe passata.
Eppure, per quanto mi sforzassi di crederci, ogni notte finiva sempre allo stesso modo: in lacrime. Avevo una fame enorme di essere amata e accolta per quella che ero, non giudicata per chi mi attirava.
Era un isolamento silenzioso e macinante, quello che ti consuma un giorno dopo l’altro, e che non augurerei a nessuno. Pensieri bui restavano lì ai bordi della mente, a tentarmi con l’idea di scappare. Non avevo nessuno con cui parlare, nessuno di cui mi fidassi davvero in quel periodo, e quella solitudine era estenuante.
Più di una volta sono arrivata pericolosamente vicina a cedere al buio.
È stato solo al college, negli anni Novanta, che ho incontrato il mio primo amore e tutto ha cominciato a cambiare. Ho fatto coming out, ho trovato una comunità, e piano piano ho iniziato a liberarmi di anni di omofobia interiorizzata e di odio verso me stessa.
Per la prima volta, il dolore che provavo non veniva più da dentro: veniva dal mondo intorno a me. E lì ho capito che il problema non ero io, e non lo era neanche la mia comunità LGBTQ+. Eravamo intere e degne così come eravamo. Il vero danno era l’omofobia e la transfobia imposte dall’esterno.
Nei decenni successivi ho vissuto visibile e fiera, lottando continuamente per l’uguaglianza e per diritti basilari, mentre vedevo insieme progressi e contraccolpi feroci. Ho attraversato la crisi dell’AIDS, ho guardando il presidente Reagan liquidarla come la “peste dei gay” e, di fatto, ignorare per lo più la devastazione che questa malattia stava provocando.
Ho visto gli Stati Uniti fare i conti con l’orrore della tortura e dell’uccisione del giovane gay Matthew Shepard; con le Ballot Measures 9 e 13 in Oregon, mascherate dietro lo slogan “No Special Rights” (“Nessun diritto speciale”), che attaccavano la nostra gente con il “Protect Our Children” (“Proteggiamo i nostri figli”); e lo stupro e l’omicidio di Brandon Teena, un uomo transgender, avvenuto nel 1993.
Eppure, accanto alle battute d’arresto, ci sono stati progressi straordinari: la prima parata del gay pride nel 1972; l’attivismo senza paura contro il silenzio sull’HIV di ACT UP negli anni Ottanta; e l’ordine esecutivo dell’amministrazione Clinton che vietava la discriminazione basata sull’orientamento sessuale nei posti di lavoro federali.
Nel 1997 ho visto la presentatrice Ellen fare coming out in televisione a livello nazionale e, per la prima volta, mi sono sentita “vista” pubblicamente. Poi, nel 1999, è arrivato il primo Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender).
Nel 2004, Del Martin e Phyllis Lyon sono diventate la prima coppia dello stesso sesso a sposarsi a San Francisco; e nel 2015 il matrimonio egualitario è stato finalmente riconosciuto a livello nazionale.
Nel 2020, la Corte Suprema ha riconosciuto le tutele federali sul lavoro per le persone LGBTQ+ e, negli anni successivi, persone LGBTQ+ in ruoli di guida hanno continuato a rompere barriere nella vita pubblica, anche nel mio Stato, l’Oregon, che nel 2022 ha eletto la prima governatrice dichiaratamente lesbica degli Stati Uniti.
Sono successi tanti momenti belli: alcuni enormi, altri silenziosi. E messi insieme raccontano una traiettoria chiara, in avanti. Anche quando il passo rallenta, stiamo comunque andando nella direzione giusta.
Ed eccoci al presente. Con l’amministrazione Trump, il bombardamento di leggi e retorica anti-LGBTQ+ è stato continuo, ed è chiaramente pensato per trascinarci indietro. Decenni di progressi conquistati con fatica, sia sul piano legale che culturale, vengono messi in discussione con una velocità e un’aggressività profondamente inquietanti.
Sembra che la storia si stia ripetendo, con il contraccolpo che torna a inseguire ogni passo avanti. I diritti delle persone transgender vengono ridimensionati a un ritmo allarmante, mentre alcuni legislatori spingono perché la Corte Suprema riconsideri il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Intanto, le persone LGBTQ+ vengono spinte fuori dalla vita pubblica: rimosse dalle pagine web del governo, prese di mira da leggi in stile “Don’t Say Gay” (“Non dire gay”), e perfino cancellate simbolicamente, come quando sono stati eliminati tutti i riferimenti alle persone trans dallo Stonewall National Monument.
Non illudiamoci: questa amministrazione è determinata a ricacciarci nell’armadio e a criminalizzare la nostra esistenza, in modo più o meno esplicito. Ma nonostante questo sforzo coordinato, io continuo a credere che l’opinione pubblica non accetterà un ritorno al passato.
La maggior parte delle persone negli Stati Uniti non vede le persone LGBTQ+ come il nemico, per quanto aggressivamente si provi a imporre quella narrazione. Il progresso può rallentare. Il contraccolpo può diventare più rumoroso. Ma la direzione della storia non è cambiata, e non si fermerà qui.
C’è stato un tempo in cui ero davvero convinta che non sarei sopravvissuta a quello che stavo vivendo: quegli anni dolorosi e solitari nell’armadio, seguiti da un coming out in un mondo ancora profondamente ostile verso le persone LGBTQ+.
Ma decenni dopo, la mia vita racconta tutt’altro. Sono una imprenditrice che ha avuto successo, circondata da una comunità forte e piena d’amore, fatta di amici e famiglia. Da giovane, nell’ignoranza e nella paura, non avrei mai immaginato che la vita potesse diventare così tanto migliore. E invece è successo.
Alle generazioni queer più giovani, che magari non hanno ancora vissuto anni e anni in cui venivi trattato o trattata come “anormale” o “meno di”, voglio dire questo: sì, migliora davvero. Non sei solo, non sei sola.
Hai una comunità, anche se in questo momento magari sono solo una o due persone di cui ti fidi. Cercale. Affidati. Parla di quello che provi. E se non trovi qualcuno con cui ti senti al sicuro, esistono organizzazioni e risorse online create apposta per sostenerti e per aiutarti a attraversare i momenti difficili.
E siccome non posso tornare indietro nel tempo a consolare la me stessa più giovane, lo faccio adesso per la generazione LGBTQ+ di oggi: non c’è niente di sbagliato in te. Tu appartieni a questo posto. Questo è anche il tuo Paese, e meriti di viverci apertamente e in sicurezza.
So quanto può diventare buio, quando chi è al potere prova a convincerti del contrario.
Ma anche adesso, io credo che nonostante il contraccolpo e la paura, andrà meglio. Perché noi siamo ancora qui. E ci siamo sempre stati.
*Shaley Howard è l’autrice di “Excuse Me, Sir! Memoir of a Butch” (“Mi scusi, signore! Memorie di una butch”), che nel 2024 ha ricevuto l’IPPY Silver Award per l’eccellenza. È una piccola imprenditrice e una attivista pluripremiata a Portland, Oregon (Stati Uniti).
Testo originale: Donald Trump wants LGBTQ+ people to feel hopeless. Don’t let him win.

