Il Dio della speranza converta gli omofobi intorno a noi
Testo di Massimo Battaglio tratto dall’ebook Cronache di ordinaria omofobia de La tenda di Gionata, aprile 2026, pp.8-11
“Ecce ancilla domini“(Lc 1,38). Dice Maria: «Sono la serva del Signore», non del primo che passa. Ma il primitivo non parla latino. E non sopporta che un maschio come lui voglia degradarsi al ruolo di femmina (mica gli interessa se è gay, bisessuale, queer o quelle robe per gente che ha studiato. Per lui è una “femmina mancata”).
Tanto più se si fa pure operare (lui, della disforia di genere, non ha mai sentito parlare). Per questo, le vittime di transfobia sono proporzionalmente così tante rispetto al loro numero. Risultato: il 49% degli omicidi omotransfobici si concentra sull’1% della popolazione LGBTQ+, cioè appunto sulle donne trans.
Al Dio degli eserciti chiederei infine di non arrabbiarsi se mi dilungo troppo nel dare a Cesare quel che è di Cesare, cioè nel parlare di politica, perché c’entra anche questa. In questi anni, si sono verificati picchi di violenza omofoba in alcuni momenti particolari: i mesi di giugno e luglio del 2018 e del 2019.
Sono i mesi dei Pride che evidentemente surriscaldano gli animi omofobi, specialmente a partire dall’instaurarsi di un certo Governo. C’è gente in Italia che si organizza in vere e proprie formazioni politiche per andare a caccia di froci, e i giorni del Pride sono formidabili per sfogarsi.
Nel 2024 a Chieti, Forza Nuova ha letteralmente assediato il corteo. E in quell’occasione si sono registrate nove vittime senza contare le decine che sono state prese a sputi. Negli stessi giorni, a Torino, un altro gruppo di estrema destra ha materialmente attaccato lo spezzone del Collettivo Neurodivergenti. In questo caso c’è stata una sola vittima, una persona neurodivergente, per l’appunto.
Ma non c’è bisogno di un partito o di un’associazione per usare l’omofobia come arma politica. Più di 30 volte ho registrato atti omofobi avvenuti contro persone (generalmente di sesso maschile) candidate alle elezioni (tutti di centrosinistra, ça va sans dire), atti che vanno dall’imbrattamento dei manifesti con scritte diffamanti, fino alle minacce di morte per culminare, in un caso, con l’istigazione al suicidio. È un clima che ricorda un po’ la violenza politica anni ’70 che rinfocolava le file del terrorismo.
D’altra parte, si è sempre registrata una particolare intensità del fenomeno omofobo nei momenti in cui se ne parlava in Parlamento: nel periodo a cavallo dell’istituzione delle unioni civili e durante la discussione della legge Zan. L’omofobo, che, come abbiamo detto, è primitivo, è uno che vuole partecipare al dibattito ma non sapendo usare la parola, usa le mani. Le forze politiche, tutte, dovrebbero tenerne conto.
Così come dovrebbero tenerne conto quegli uomini di Chiesa che puntualmente sentono l’irrefrenabile bisogno di rallentare il dibattito civile lanciando comunicati roboanti in cui si rammenta il Catechismo (selezionandone giusto tre articoli su quasi tremila) e il diritto ecclesiastico, o quei gruppetti fanatici che tappezzano le città di manifesti che tendono a sacralizzare l’omofobia o che organizzano “veglie di riparazione” contro i Pride. La loro azione non è solo ridicola ma pericolosa. Genera odio. E l’odio non è cristiano. Non è di Dio.
Il naso rotto di un ragazzo è infinitamente più grave di tutte le “ideologie del gender”. Il corpo di Vincenzo fatto a pezzi sparsi in giro per Napoli, non è un’ideologia. È ciò che resta di un ragazzo vittima di omofobia.
Mi tocca registrare spesso – negli ultimi anni è capitato più di 30 volte – episodi avvenuti proprio in chiesa, negli oratori, nelle scuole e negli ospedali cattolici, cioè negli ambienti in cui la dignità della persona viene solitamente ritenuta più sacra.
Qui, quando non si arriva a offendere una persona in particolare – espellendola dai servizi pastorali o dal posto di lavoro – ci si lascia spesso andare a considerazioni generali e a prediche che non si possono conteggiare, perché non fanno vittime dirette ma sono capolavori di ignoranza e veri e propri incitamenti all’odio.
Il Dio della bontà infonda, nei pastori che ci invia, un minimo di delicatezza e li aiuti a comprendere che ogni anima a loro affidata è più importante di qualunque magistero, qualunque convincimento, qualunque ideologia truccata da dottrina.
Nel conteggio delle vittime, non ho inserito gli infiniti episodi di semplici offese o banali insulti che, di fronte ai gravi crimini a cui ho accennato, sarebbero risultati stonati. Ma questa sera, nel mio dialogo col Signore, non li voglio dimenticare. Poiché anche la minimizzazione offende: negando la realtà o facendo finta che sia un’altra, dicendo che “abbiamo tanti amici gay” o che “hanno già le unioni civili; cosa vogliono di più?”.
Anche questa è omofobia. È il primo gradino di una scala che scende senza pianerottoli fino alla sterpaglia che ha avvolto il corpo di Lucero, fino al pavimento insozzato del sangue di Alex. Da «facciamo finta che non esistano» a «non devono esistere» (frase pronunciata da un prete in una conferenza davanti a centinaia di scolari a Vercelli e poi ribadita sui social) o a «sono da combattere, il Signore gli mandi delle saette» (altro prete dalle parti di Torino), il passo è breve e continuo. E da lì a darsi da fare perché non esistano più, non c’è soluzione di continuità. Il disgraziato che ci metta la mano si trova, anche senza bisogno di cercarlo.
Il secondo gradino è quello del falso ascolto, dei proclami di accoglienza fatti senza cambiare le regole d’ingresso, delle frasi come «si sentono esclusi» quando, in realtà, coloro che le pronunciano sono i primi a escluderci. Quel “si sentono” autoassolutorio, che sposta le cose dal piano dell’oggettività a quello dell’impressione individuale, a lungo andare, crea stress.
E infatti, specialmente negli ultimi anni, la violenza corporale cresce, anche se emerge solo quando è impossibile tenerla nascosta, mentre il numero delle denunce di atti diversamente violenti o discriminatori resta costante perché ci si sente talmente disillusi da non volersi esporre.
«Abbiamo appeso le nostre cetre alle fronde dei salici della nostra stessa terra» (Sal 137).
La storia di Franco e il marito, che per mesi hanno subìto una campagna di stalking con danneggiamenti gravi alla loro casa e hanno già sporto 20 denunce, non fa opinione. È molto meglio dare spazio ai proclami di Trump quando sbatte fuori le donne trans dall’esercito. Così capiremo che, per essere forti, tocca essere omofobi e che a essere omofobi si diventa forti e si comanda. Comandare non è certo una virtù evangelica. Anzi, il Signore
«Ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha spodestato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili» (Lc 1,51-52).
Ma a loro, che importa? Per loro, il buon cristiano è solo quello che non giace con un uomo come si giace con una donna; quello che si rilassa alla morte di papa Francesco e si illude che papa Leone torni ai vecchi sani princìpi perché porta la mantellina rossa. Che profondità di fede!
Il Dio della speranza li converta. Lo chiediamo per il loro bene e per il nostro.


