La «pornografia teologica» della Chiesa cattolica, dopo quarant’anni, continua a ferire le persone LGBTQ+
Articolo della teologa Mary E. Hunt*, pubblicato sul sito Religion Dispatches (Stati Uniti) il 22 ottobre 2026. Liberamente tradotto dai volontari del progetto Gionata.
Pur dichiarando di condannare la violenza contro le persone LGBTQI+, la “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali” del 1986, conosciuta polemicamente come la «Lettera di Halloween», ha finito, secondo la teologa Mary E. Hunt, per alimentare proprio quella violenza che sosteneva di voler contrastare.
La notizia della diagnosi di tumore ai polmoni di Papa Leone XIV ha riportato l’attenzione del mondo sulla dimensione umana del Vaticano. Anche i Papi si ammalano. Dietro le grandi istituzioni religiose ci sono persone che condividono la nostra stessa condizione umana e che, almeno si spera, sono capaci di una profonda compassione e di apprezzare le differenze.
È anche alla luce di questa consapevolezza che il quarantesimo anniversario della famigerata lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, rappresenta un’occasione preziosa per correggere gli errori del passato e accogliere finalmente la diversità umana.
Il documento, intitolato Homosexualitatis problema (Il problema dell’omosessualità), è passato alla storia con il soprannome polemico di «Lettera di Halloween», perché fu diffuso il 30 ottobre 1986. A firmarlo fu l’allora cardinale Joseph Ratzinger, futuro Papa Benedetto XVI. Quella lettera ha provocato danni enormi e dovrebbe essere finalmente ripudiata.
Invece continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale dell’insegnamento della Chiesa cattolica romana, come dimostrano il Catechism of the Catholic Church (Catechismo della Chiesa cattolica) e molte pratiche ecclesiali ancora diffuse.
Per esempio, la diocesi di Syracuse, nello Stato di New York, la città da cui provengo, ha recentemente annunciato il rilancio di un gruppo di Courage, un’organizzazione cattolica che si rivolge «agli uomini e alle donne che provano attrazione per persone dello stesso sesso e a coloro che li amano».
Il suo obiettivo è aiutare queste persone a vivere nel celibato, l’unica possibilità che l’istituzione ecclesiastica considera accettabile. Sono pronta a scommettere che non esiste una voce di bilancio altrettanto importante per aiutare la grande maggioranza delle persone LGBTQI+ che non vivono nel celibato, e le loro famiglie, ad affrontare l’odio contro le persone omosessuali, la transfobia e l’eterosessismo.
Esistono certamente alcuni luoghi accoglienti per le persone cattoliche queer. Ma l’insegnamento fondamentale dell’istituzione rimane quello stabilito dalla lettera: gli atti omosessuali sono considerati «intrinsecamente disordinati» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2357), mentre la stessa inclinazione verso persone del proprio sesso è definita «oggettivamente disordinata» (n. 2358).
Alcuni sostenitori dell’istituzione, che vorrebbero apparire progressisti, cercano di dipingere una situazione più rosea. Mettono in evidenza gli incontri dei loro rappresentanti religiosi con i Papi, oppure la partecipazione dei loro amici vescovi a Messe celebrate esclusivamente da uomini.
Ma la realtà quotidiana è ben diversa. Molte persone queer vengono escluse dagli impieghi nelle istituzioni cattoliche. Nessuna di noi può celebrare un matrimonio sacramentale con una persona dello stesso sesso nella Chiesa cattolica romana. E per un uomo gay che vive apertamente e onestamente la propria identità, accedere all’ordinazione sacerdotale è difficile, quando non impossibile. Per non parlare delle donne e delle altre persone LGBTQI+.
C’è poi una questione ancora più profonda. Molti giovani che amano persone del proprio sesso continuano a non vedere alcuna possibilità di essere pienamente se stessi e, nello stesso tempo, vivere in buona fede quella condizione di celibato permanente che la Chiesa cattolica pretende da loro.
Alcuni tentano il suicidio. Alcuni muoiono per suicidio.
Molte altre persone hanno abbandonato la Chiesa cattolica istituzionale per cercare comunità più accoglienti, proprio a causa di questa retorica.
Tante persone, come me, non hanno mai «recepito» quell’insegnamento, come osservava il teologo Kevin Gordon¹. Alcune lo hanno rifiutato fin dall’inizio, altre hanno finito per riconoscerne gli errori nel corso del tempo.
Eppure, nonostante decenni di opposizione, i danni rimangono profondi e duraturi. Non riguardano soltanto i cattolici, ma anche persone di ogni provenienza, perché molti governi e istituzioni continuano a prendere come riferimento la teologia morale cattolica.
Quando lessi quel documento, tra il 1987 e il 1988, la mia prima reazione non fu certo di sorpresa. Il cardinale Ratzinger, che sarebbe poi diventato Papa Benedetto XVI, stava esprimendo le posizioni della Theology of the Body (Teologia del corpo) di Papa Giovanni Paolo II, allora regnante. A quei tempi, la retorica contro le persone queer era praticamente la norma.
Mi resi però conto che esistevano profonde somiglianze tra quel documento e le questioni che il movimento femminista stava sollevando in quegli anni a proposito della pornografia.
Fu così che, durante due conferenze, una allo Union Theological Seminary (Seminario teologico dell’Unione) di New York e l’altra alla Graduate Theological Union (Unione teologica per gli studi superiori) di Berkeley, decisi di chiamare quel documento «pornografia teologica».
Nessuno, né personalmente né attraverso pubblicazioni, ha mai contestato seriamente l’uso che ho fatto di questa espressione.
Non si trattava semplicemente di trovare una definizione provocatoria. Avevo proposto una vera e propria analisi teologica di un certo modo di produrre documenti vaticani, un modo di ragionare che ritroviamo anche nelle posizioni sull’ordinazione delle donne, sull’aborto e su molte altre questioni.
Mi dispiace doverlo dire, perché vorrei davvero che le cose fossero cambiate, ma continuo a sostenere quell’analisi.
Nel 1964, al giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Potter Stewart fu chiesto di definire che cosa fosse la pornografia esplicita. La sua risposta è diventata una delle frasi più celebri pronunciate da un giudice americano:
«Oggi non cercherò di definire ulteriormente quali materiali rientrino in questa categoria. Forse non riuscirei mai a farlo in modo comprensibile. Ma so riconoscerla quando la vedo».
In quegli anni le femministe discutevano molto di pornografia. E io arrivai alla conclusione che la «Lettera di Halloween» rientrasse in quella categoria per tre ragioni fondamentali.
La prima è che trasforma le persone in oggetti.
Proprio come la pornografia commerciale presenta spesso una caricatura degli esseri umani, riducendoli quasi esclusivamente alla loro dimensione sessuale, anche questo documento tratta le persone come oggetti.
Le persone eterosessuali vengono rappresentate come macchine riproduttive, che dovrebbero essere sempre disponibili a generare figli ogni volta che fanno l’amore.
Le persone omosessuali, invece, vengono ridotte alle loro funzioni sessuali più elementari, quasi che sentimenti, premura, piacere e generosità non facessero parte della loro vita.
Le persone bisessuali, di genere fluido e transgender non rientravano nemmeno nell’orizzonte del Vaticano. E, per quanto ho potuto leggere nel documento, neppure le donne venivano realmente prese in considerazione.
Fu anche per questo che, quarant’anni fa, respinsi immediatamente quella lettera.
La seconda ragione è che banalizza la sessualità.
Come la pornografia commerciale concentra tutta l’attenzione sugli atti sessuali, nelle loro forme più diverse, così fa anche questo documento, senza preoccuparsi davvero del contesto più ampio in cui la sessualità viene vissuta: quello delle relazioni umane.
Perfino un rapporto sessuale occasionale tra sconosciuti coinvolge qualcosa di più dei semplici meccanismi fisici. Le intenzioni delle persone, il rispetto o la mancanza di rispetto nei confronti dell’altro, per esempio attraverso l’uso o il mancato uso del preservativo, hanno sempre un peso.
Gli autori della «Lettera di Halloween», tra i quali figurava anche l’arcivescovo italiano Alberto Bovone, sembrano riflettere le ossessioni di alcuni celibi che vedono il sesso dappertutto, continuamente, e gli sforzi delle autorità ecclesiastiche per combattere problemi che, in realtà, non esistono nemmeno nei termini in cui vengono immaginati.
Se solo sapessero come vive davvero la maggior parte delle persone! Come riesce a integrare forme infinitamente diverse di espressione sessuale all’interno di relazioni altrettanto varie, conducendo esistenze ricche e articolate, fatte di molte dimensioni.
Gli ecclesiastici che scrissero quella lettera dimostrarono un interesse decisamente sproporzionato per la vita privata di persone perbene.
La terza ragione è il suo stretto rapporto con la violenza.
Così come la pornografia commerciale è quantomeno vicina alla violenza, quando non è essa stessa violenta, anche questa lettera si colloca in una relazione molto stretta con la violenza.
Negli anni Ottanta il dibattito sulla pornografia ruotava spesso intorno a una domanda: la pornografia previene la violenza, offrendo alle persone uno sfogo per le proprie fantasie, oppure la incoraggia, sulla base dell’idea sbagliata che mostrare un’enorme varietà di atti sessuali possa soddisfare ogni curiosità?
In entrambi i casi, la violenza, soprattutto quella rivolta contro donne, persone con identità femminile e bambini, rimaneva al centro della discussione.
Allo stesso modo, sebbene la lettera vaticana dichiari di rifiutare la violenza contro le persone queer, la sua stessa esistenza e le conseguenze che ha prodotto hanno contribuito a generare violenza.
Il rifiuto e la vergogna sono difficili da quantificare, ma sono anch’essi conseguenze della violenza.
Ma questa lettera presenta anche altri gravi limiti. Le mancano conoscenze biologiche e scientifiche fondamentali, sia sul piano sociale sia su quello umano. Eppure, già quarant’anni fa, la ricerca scientifica era molto più avanti delle informazioni sulle quali quel documento pretendeva di fondarsi.
Inoltre, i suoi autori affermano di parlare a nome dell’intera Chiesa, quando in realtà rappresentano soltanto un piccolo e timoroso gruppo di persone che vivono a Roma.
La reazione alla «Lettera di Halloween» fu simile a quella suscitata dall’enciclica Humanae vitae (Sulla vita umana) del 1968, contraria alla contraccezione, che venne ampiamente respinta, soprattutto da chi non viveva nel celibato.
Evidentemente, non tutta la pornografia trova il suo pubblico.
A quarant’anni di distanza, continuo a rimanere colpita dall’arroganza, o forse dall’ignoranza, di quegli autori quando affermano che la prospettiva morale cattolica «trova sostegno nei risultati più sicuri delle scienze naturali».
In sostanza, il messaggio è questo: la Chiesa ne sa più della scienza.
Si tratta di un errore metodologico presente fin dall’inizio, dal quale il documento non riesce mai a liberarsi.
Già allora mi rendevo conto, e oggi mi appare ancora più evidente, di quanto fosse singolare che il Vaticano attribuisse un’importanza così enorme a un’analisi tanto dettagliata dell’omosessualità, invece di occuparsi degli abusi sessuali commessi dal clero e delle loro coperture, delle irregolarità finanziarie o perfino della pace nel mondo.
Lo dicevo allora e lo ripeto oggi: «Chi protesta troppo, forse ha qualcosa da nascondere».
Di certo, questioni come i profitti eccessivi delle grandi imprese o la produzione di armi nucleari hanno conseguenze ben più importanti di ciò che accade nella camera da letto di una persona qualsiasi.
Nel frattempo, è stata avanzata l’ipotesi che molte delle persone coinvolte nella stesura di quella lettera conoscessero assai bene ciò di cui scrivevano, forse per esperienze profondamente personali.
Basta considerare la conoscenza che il Vaticano dimostrava di avere dei gruppi statunitensi favorevoli alle persone queer e la condanna che rivolgeva loro. Organizzazioni come Dignity, New Ways Ministry e la Conference of Catholic Lesbians (Conferenza delle lesbiche cattoliche) avrebbero potuto essere nominate esplicitamente.
Il «radar gay» del Vaticano, cioè la sua capacità di individuare le realtà omosessuali, sembrava avere una precisione paragonabile soltanto a quella dei suoi telescopi astronomici.
Allora, come oggi, mi scandalizzava soprattutto ciò che in spagnolo si potrebbe descrivere con un’espressione che significa, più o meno, «dare con una mano e cancellare con l’altra».
È esattamente quello che accade nel paragrafo 10 della lettera, dedicato alla violenza, dove gli autori assumono una posizione profondamente contraddittoria.
Da una parte, nella prima parte del paragrafo, si dichiarano colpiti dal fatto che le persone omosessuali «siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente».
Ma poche righe dopo sostengono che, quando viene riconosciuta la legittimità delle relazioni omosessuali, non ci si dovrebbe sorprendere se aumentano «i comportamenti irrazionali e violenti».
Non si possono sostenere contemporaneamente entrambe le posizioni.
Un simile ragionamento finisce per contribuire alla violenza, perché la presenta come una reazione in qualche modo prevedibile e comprensibile.
All’epoca non me ne resi pienamente conto, ma oggi leggo il paragrafo 12 con disgusto.
Gli autori suggeriscono, con un atteggiamento apparentemente devoto, che le persone che amano qualcuno del proprio sesso dovrebbero unire le loro sofferenze a quelle di Gesù sulla croce.
Per me è un insulto alla memoria di Gesù.
Forse gli autori stanno proiettando sulle altre persone le proprie esperienze personali, ma questo modo di intendere la sofferenza ha ben poco a che fare con la vita di persone queer che vivono serenamente la propria identità.
La sofferenza più profonda che ho sperimentato personalmente, o che ho visto vivere ad altre persone queer, è stata quella provocata proprio dal Vaticano.
Per quanto mi riguarda, essere una lesbica bianca, cisgender, con un alto livello di istruzione, avere amicizie meravigliose, vivere momenti piacevoli, costruire relazioni affettuose e partecipare a conversazioni stimolanti nel corso di una lunga vita non è certo una forma di sofferenza.
Vivere un’esistenza piena, circondata da persone care e dalla propria famiglia, potendo essere aperta e sincera su ciò che si è, rappresenta precisamente il contrario della croce.
Se vogliamo usare una metafora cristiana, potremmo chiamarla Resurrezione.
L’impatto della «Lettera di Halloween» fu immediato e distruttivo.
Le sue conseguenze non riguardarono soltanto l’anima e la salute psicologica delle persone LGBTQI+, ma ebbero effetti concreti, materiali e strutturali.
Ai gruppi locali di Dignity venne proibito di riunirsi negli spazi ecclesiastici. Le persone LGBTQI+ furono escluse da impieghi nelle istituzioni collegate alla Chiesa. La collaborazione tra ambienti cattolici, mormoni e altri gruppi contrari al matrimonio tra persone dello stesso sesso contribuì a rallentare, anche se non riuscì a fermare, il cammino verso l’uguaglianza matrimoniale.
Innumerevoli famiglie cattoliche furono lacerate dagli insegnamenti sbagliati contenuti in quella lettera.
Le comunità religiose rappresentano la casa spirituale delle persone. E poiché la «Lettera di Halloween» ha provocato e, in qualche modo, istituzionalizzato una forma di violenza domestica spirituale, possiamo trovare strumenti utili proprio nelle strategie sviluppate per proteggere le persone dalla violenza domestica fisica.
La prima risposta alla violenza domestica è stata la creazione di rifugi per chi si trovava in pericolo, soprattutto donne e bambini.
Anche nel mondo cattolico sono nati dei luoghi che potremmo considerare veri e propri «rifugi»: i gruppi di Dignity, le risorse messe a disposizione da New Ways Ministry per i genitori di figli e figlie queer, la Conference of Catholic Lesbians quando era attiva, le comunità cristiane di base delle donne, le comunità di fede inclusive, alcune congregazioni religiose e un piccolo numero di parrocchie.
Sono luoghi che offrono alle persone queer la possibilità di continuare a essere cattoliche senza dover rinunciare a ciò che sono.
La seconda risposta alla violenza domestica è stata quella di chiedere l’applicazione delle leggi esistenti e l’introduzione di nuove norme capaci di contrastare il problema.
Anche in ambito religioso bisogna fare qualcosa di simile.
Occorre anzitutto applicare davvero le leggi dell’amore. E poi, nel caso della Chiesa cattolica, bisogna scrivere nuove norme di diritto canonico che riconoscano pienamente le persone cattoliche queer, senza chiedere loro di nascondere parti della propria vita.
Persone che possano vivere apertamente la propria identità ed essere riconosciute nella loro interezza: come battezzate e battezzati, come testimoni nei battesimi, come persone sposate e come persone che possono essere ordinate.
Sono strategie che richiederanno molto tempo, ma contribuiranno a costruire una Chiesa più sicura. Una Chiesa nella quale, almeno, nessuno possa più mentire alle persone sulla loro bontà intrinseca.
Infine, c’è una terza strada, quella della riflessione teologica e culturale.
Le teorie femministe sono nate anche dalle rivendicazioni delle donne che chiedevano uguaglianza e sicurezza per se stesse e per i figli affidati alle loro cure.
Da quelle esperienze sono emerse domande fondamentali: perché gli uomini esercitano violenza? Che cosa possono fare le donne per prevenirla? Quali rapporti di potere rendono possibile la violenza e la mantengono?
Allo stesso modo, oggi stanno emergendo nuove teologie queer che aprono prospettive stimolanti e indicano strade ancora inesplorate verso un mondo più giusto e inclusivo.
Ma tutto questo non sarà sufficiente se non riusciremo a eliminare completamente questa pornografia teologica.
La lettera firmata dal cardinale Ratzinger deve essere archiviata definitivamente, insieme alla Doctrine of Discovery (Dottrina della scoperta), utilizzata per giustificare il dominio coloniale, e ai tanti documenti ostili alla dignità umana scritti contro l’ordinazione delle donne e contro l’aborto.
Il mondo ha ancora bisogno di ascoltare parole che proclamino la bontà e la santità delle persone queer.
Quarant’anni di questa pornografia sono quarant’anni di troppo.
Mentre le persone di buona volontà augurano a Papa Leone XIV salute e guarigione, noi auguriamo la stessa cosa all’intera Chiesa. E questo sarebbe davvero un buon punto da cui cominciare.
¹ Riferimento citato dall’autrice: Kevin Gordon, «The Vatican, Homosexuality, And a Viable Ethic» (Il Vaticano, l’omosessualità e un’etica praticabile), pubblicato su New York Native, n. 193, 29 dicembre 1986, p. 25.
Nota sulla citazione scientifica: il passaggio della lettera vaticana riportato da Hunt segue la versione inglese, che parla di «scienze naturali». La versione italiana ufficiale utilizza invece l’espressione «scienze umane» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, n. 2, 1 ottobre 1986).
* Mary E. Hunt è una teologa femminista cattolica statunitense, impegnata da decenni nella riflessione sui rapporti tra fede, sessualità, giustizia sociale e diritti delle donne e delle persone LGBTQI+. È cofondatrice e condirettrice di WATER – Women’s Alliance for Theology, Ethics and Ritual (Alleanza delle donne per la teologia, l’etica e il rito), con sede a Silver Spring, nel Maryland (Stati Uniti). Attiva nel movimento ecclesiale femminista women-church (Chiesa delle donne), si occupa soprattutto di teologie femministe, etica e teologie della liberazione. Attraverso i suoi scritti e le sue conferenze propone una lettura critica delle strutture di potere nelle istituzioni religiose e sostiene la costruzione di comunità cristiane più inclusive (Political Research Associates, profilo biografico di Mary Hunt). Political Research Associates +1
Testo originale: Catholic Church’s ‘Theological Pornography’ Continues to Harm LGBTQI+ People 40 Years On

