«Non è bene che l’uomo sia solo». La mia esperienza al ritiro dei cristiani LGBT+ di Sicilia
Testimonianza di Gabriele sul ritiro del gruppo Cristiani LGBT+ Sicilia (Catania, 16-18 ottobre 2026), prima parte
Raccontare ciò che si vive in un ritiro spirituale per cristiani LGBTQ+ non è mai semplice, perché le parole spesso faticano a racchiudere il calore degli sguardi e la forza degli incontri. Eppure sento il bisogno di condividere la mia esperienza, anche perché desidero che chiunque si senta come me sappia di non essere solo.
Spesso, infatti, ci ritroviamo in un momento della vita in cui avvertiamo il bisogno di risposte autentiche sulla nostra fede cristiana, interrogandoci su come poterla vivere in piena armonia con la nostra identità, senza sentirci esclusi, ma sapendo di essere ugualmente e profondamente amati dal Signore.
Nel mese di ottobre 2026 ci siamo ritrovati per tre giorni intensi al Beteyà Hostel Don Bosco, a Catania, per riflettere insieme sul tema «Non è bene che l’uomo sia solo» (Genesi 2,18). È un incontro che ogni anno unisce la nostra terra, accogliendo non solo noi siciliani, ma anche chi custodisce la Sicilia nel cuore ed è tornato da lontano per camminare insieme.
Ripensando a tutto questo, mi rendo conto di quanta strada sia stata fatta. Già l’anno scorso, quando ho partecipato per la prima volta al ritiro del gruppo Cristiani LGBT+ di Sicilia, la mia vita attraversava un periodo difficile, segnato da una relazione complessa e platonica che, nel bene e nel male, è rimasta un punto fermo nel mio cuore per andare avanti.
Inizialmente ero molto spaventato, anche per via del mio carattere e di un po’ di fobia sociale. Ho sempre avuto difficoltà ad avere amici e a socializzare e, in ogni occasione del genere, l’ansia e il terrore bussano alla mia porta emotiva. Non sapevo chi avrei incontrato, nonostante avessi già stretto qualche piccola conoscenza lottando con il mio carattere. All’epoca non avevo nulla da perdere, e forse è lo stesso anche oggi.
Eppure, fin dai primi momenti di quei tre giorni, l’atmosfera si è rivelata straordinariamente accogliente. È stato allora che sono entrati nella mia vita due ragazzi. Con loro ho vissuto momenti bellissimi: tre giorni fatti di abbracci, di condivisione e di racconti reciproci delle nostre storie, entrando subito in una sintonia profonda.
Lasciarli l’ultimo giorno è stata un’esperienza tremenda. L’idea di non poter più vedere o sentire quell’affetto che ci scambiavamo è stata davvero molto dura. Abbiamo continuato a conoscerci in chat e, ogni volta che è capitato di rivedere uno di loro in altre occasioni legate alle attività del gruppo Cristiani LGBT+ di Sicilia, il mio cuore si è sempre riempito di gioia.
Ci siamo presentati, ci siamo conosciuti e ho vissuto in totale armonia, stringendo le mie prime amicizie con altri ragazzi, omosessuali e non. In questo gruppo si va oltre le etichette: si parla della persona in sé, del rispetto e dell’amore che ci lega come fratelli e sorelle, figli dello stesso Creatore. È una vera dimensione di famiglia e di condivisione, un affetto che, se curato come una pianta, sa dare i suoi frutti, facendoti sentire parte di qualcosa di molto più grande.
Poi arriva il momento del distacco, ed è sempre doloroso tornare alla propria quotidianità. Non è un addio vero e proprio, ma il peso di dover racchiudere tutto ciò che hai vissuto dentro di te, da custodire e richiamare alla mente magari facendo una passeggiata nel proprio paese. Come nel mio caso, quando guardo il mare e visualizzo quei momenti felici e le persone speciali con cui si è creata una forte sintonia destinata a non spegnersi mai.
Perciò, all’inizio di questo nuovo ritiro, sapevo già chi avrei rincontrato. C’era l’idea di poter finalmente stringere tra le braccia chi non avevo potuto vedere per un anno intero a causa della distanza.
Una presenza che avrei tanto desiderato accanto a me nel buio della mia quotidianità, tra i banchi di una chiesa dove nessuno sa chi sei veramente, sotto il peso di quegli sguardi giudicanti, in particolare quelli dei fedeli più rigidi, legati alla lettera delle Sacre Scritture, come i nostri nonni ci hanno sempre insegnato a temere e a rispettare.
L’arrivo a questo secondo ritiro è stato esattamente come me l’aspettavo, con l’arrivo di tutti coloro che avevano confermato la loro presenza. Io, però, ci sono andato molto prima, insieme a uno dei membri che si occupano dell’organizzazione delle attività. Ho sentito il desiderio di offrire il mio aiuto per i preparativi, per contribuire a definire il programma e per fare la mia parte, nonostante la sveglia fosse suonata prestissimo per raggiungere i miei conoscenti.
Quando finalmente ci siamo incontrati tutti, ci siamo stretti in un abbraccio e abbiamo vissuto un momento di totale serenità, sospesi al di fuori delle nostre vite quotidiane. È stato l’inizio perfetto per questo breve periodo di riflessione e di pace con noi stessi, come cristiani e soprattutto in armonia con quell’identità che Dio ci ha donato.
Un’altra fonte di immensa felicità è stata la condivisione della stanza in hotel. Ciascuno di noi ne ha una, da condividere con altri partecipanti: un’occasione preziosa per parlare e conoscersi a fondo. In passato ero molto contrario a questa opportunità ma, grazie all’incontro con quei due ragazzi, e in particolare con uno di loro, che è sempre stato il mio compagno di stanza e con cui c’è una sintonia speciale, vivere tutto questo per due volte durante questi ritiri è stato bellissimo.
Non è un’esagerazione dire che sia stata una delle cose più belle della mia vita. È il modo per esprimere la mia voglia di condividere me stesso con gli altri, uscendo da quel silenzio dietro le quinte in cui sono sempre rimasto.

