«Non siamo transgender nonostante Dio, ma grazie a Dio»
Omelia di Jay Hulme*, poeta e teologo transgender anglicano, pronunciata nella chiesa di St Nicholas a Leicester (Inghilterra), in occasione del Transgender Day of Remembrance (Giornata della memoria delle persone transgender) il 21 novembre 2021. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
«Non temere, io ti ho chiamato per nome» (Isaia 43,1).
«Signore, nostra roccia e nostro redentore, fa’ che le parole della mia bocca e le meditazioni di tutti i nostri cuori siano gradite ai tuoi occhi».
Nel Vangelo di questa sera Gesù ci dice: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo» (Matteo 10,28). Non abbiate paura di loro. È una richiesta difficile. Soprattutto adesso. Soprattutto oggi.
Ho trascorso l’ultima settimana preparando i momenti di preghiera per questa chiesa. Ho passato più di dieci ore a esaminare uno dei tanti elenchi delle persone transgender assassinate, per prepararlo e renderlo utilizzabile durante questa celebrazione.
L’elenco che abbiamo utilizzato qui, a St Nicholas, proviene dal progetto Trans Murder Monitoring (monitoraggio degli omicidi di persone transgender). E in quell’elenco ogni nome è accompagnato da una storia. Questo significa che conosco, nei dettagli più terribili, come sono morte tutte le 375 persone presenti nell’elenco di quest’anno, il 2021. Uccise da genitori, partner, sconosciuti. Persone a cui hanno sparato, che sono state accoltellate, lapidate, picchiate e bruciate vive. Corpi mutilati, ultimi istanti di vita orribili. Tutto questo continua a tormentarmi. E adesso so, intimamente, che cosa dovrei temere.
Eppure Dio dice: «Non temere». «Non avere paura». In entrambe le letture di questa sera siamo invitati a vivere qualcosa che è il contrario della paura. Ma che cos’è? La gioia? Il coraggio? L’assenza di timore? Io credo che il contrario della paura sia la fede. In fondo, la paura e la fede sono entrambe forme di convinzione. Crediamo che qualcosa possa accadere, o che accadrà. Per avere paura deve esserci qualcosa da temere. E per avere fede deve esserci qualcuno o qualcosa in cui riporre la nostra fiducia. Ma proprio in questa somiglianza si trova anche una differenza fondamentale.
La paura è qualcosa a cui non scegliamo di partecipare. È qualcosa che ci accade, che subiamo. Abbiamo paura di qualcosa. La fede, invece, è qualcosa a cui siamo legati in modo inseparabile. Riponiamo la nostra fede in qualcuno, siamo fedeli a qualcuno. E, quando apparteniamo a Dio, siamo i suoi fedeli. Nella fede facciamo parte di qualcosa di più grande di noi. Nella paura siamo soli. Ed è per questo che stasera posso stare qui, davanti a voi, senza paura, nonostante tutto. Ed è per questo che Dio può chiederci di non avere paura, nonostante tutto. Perché in Dio facciamo parte di qualcosa di più grande di noi stessi. Nella fede non c’è paura. E non c’è nulla di cui dovremmo avere timore.
Forse questa affermazione sembrerà assurda a molti di voi. Sono sicuro che anche a voi, come a me, sia stato detto di temere l’ira di Dio e il castigo che verrà. Ci è stato detto che, in quanto persone transgender, in quanto persone queer, siamo in qualche modo sbagliate, difettose, inferiori. Che dovremmo avere paura. Eppure, nelle letture di questa sera, abbiamo ascoltato parole che parlano dell’amore di Dio. Siamo tutti figli e figlie di Dio. Come ci ricorda la Scrittura, siamo stati creati, formati, liberati e chiamati. Siamo preziosi agli occhi di Dio. E Dio ci ama (Isaia 43,1-7).
Nel Vangelo Gesù parla anche dei passeri. Al suo tempo erano tra gli uccelli commestibili più economici. Erano considerati di poca utilità e di scarso valore. Stavano in fondo alla scala delle creature ritenute importanti. Due passeri venivano venduti per una sola moneta. Eppure Dio li vede. Dio li conosce (Matteo 10,29-31). Oggi, nella nostra società, le persone transgender vengono spesso considerate come se fossero all’ultimo posto. Come se valessero meno delle altre persone. Eppure Dio ci vede. Dio ci conosce. Dio ci ama. Persino i capelli che abbiamo sulla testa sono tutti contati.
Perché la cosa più sorprendente è proprio questa: Dio ci conosce. Dio ci ama. E, incredibilmente, Dio ha fiducia in noi, proprio come noi abbiamo fede in Dio. Perché, mentre la paura crea distanza ed è una forma di isolamento, la fede è una relazione, un legame che nasce dal conoscersi. E la fiducia che Dio ripone in noi nasce da una conoscenza piena e completa di ciò che siamo. La fiducia di Dio in noi è totale. Ed è infinitamente più forte di qualsiasi paura umana, soprattutto di quella paura che si incancrenisce fino a trasformarsi in odio e in omicidio.
La paura è qualcosa di umano. È qualcosa che ci lascia soli. Non possiede un vero potere creativo: può soltanto distruggere. Ma il nostro Dio è un Dio creatore. E Dio ci ha creati. Ha fiducia in noi. Ci conosce. Ci ama. Sì, Dio ci ama. Dio ci ama perché ci conosce. Conosce ogni più piccola parte di noi, tutto ciò che siamo.
Ed è per questo che siamo transgender non nonostante Dio, ma grazie a Dio. Essere transgender e compiere un percorso di transizione, qualunque significato questo abbia per ciascuno di noi, significa partecipare, in qualche piccola misura, a quel meraviglioso atto che è la creazione.
Proprio come creiamo arte e musica, proprio come prepariamo con le nostre mani il pane e il vino che tra poco saranno portati su questo altare, così, in una certa misura, contribuiamo anche a creare noi stessi, guidati da Dio. Siamo doni di Dio. Diventiamo ciò che siamo veramente: persone chiamate e create, persone che hanno ricevuto un nome e sono conosciute.
Vedete, in tutta la Bibbia Dio dà un nome alle persone. E qualche volta cambia il loro nome. La nostra prima lettura parla di Giacobbe, di Israele. Una sola persona, due nomi. Dopo una notte trascorsa letteralmente a lottare con Dio, o forse con un angelo, perché il racconto non è del tutto chiaro, Dio gli dona un nuovo nome (Genesi 32,23-33). Giacobbe viene trasformato, ricreato, cambiato e riconosciuto. Da Giacobbe, un nome tradizionalmente associato all’inganno, diventa Israele, «colui che lotta con Dio».
E quando lasciamo andare i nostri vecchi nomi, quando ce ne spogliamo attraverso questo gesto che rispecchia la creazione, smettiamo di ingannare noi stessi sulla verità di ciò che siamo e cominciamo a lottare con Dio. Partecipiamo, anche attraverso il nostro corpo, a questo atto creativo. Non è un atto di ribellione, ma un atto di fede. Un atto di intimità con Dio. Significa intrecciare le nostre vite con il mistero della creazione. E imparare a non avere paura.
Ognuno di noi viene raccolto e chiamato: dalle estremità della terra, dalle profondità dell’odio e della paura, dagli abissi dell’oppressione e della persecuzione. Veniamo raccolti da un Dio che è con noi. Per questo le fiamme non ci consumeranno e i fiumi non ci travolgeranno (Isaia 43,2). E allora, come possiamo avere paura? Anche in questo tempo, anche nell’oscurità che stiamo attraversando. Anche mentre l’odio, l’ignoranza e il fanatismo continuano a diffondersi, Dio è con noi. Nella nostra lotta, Dio è con noi.
E così ieri, oggi e in tutti i giorni che verranno, piangeremo e faremo memoria di ciò che è stato fatto. Di tutto ciò che è stato inflitto alla creazione amata da Dio. Grideremo davanti al dolore dell’ingiustizia e ci pentiremo del male che abbiamo compiuto, o che è stato compiuto in nostro nome.
Ascolteremo la chiamata del Vangelo: amare gli altri come noi stessi; trattare le persone considerate ultime con la stessa cura con cui tratteremmo Gesù Cristo; costruire il Regno dei cieli qui, sulla terra, smantellando le strutture dell’oppressione e prendendoci cura di tutta la creazione (Matteo 22,37-40; 25,31-46).
La liberazione delle persone transgender attraversa tutte le dimensioni dell’identità e della vita umana. Tra le persone transgender maggiormente esposte al rischio di essere uccise ci sono persone nere, rifugiate, sex worker, donne, persone senza una casa, senza denaro, senza una famiglia. Non possiamo conoscere il numero reale delle persone transgender uccise. Perché ci sono persone che muoiono senza che il loro nome venga ricordato, senza dignità, senza che la loro morte venga registrata. Senza giustizia.
Eppure, anche se per molti aspetti sembra impossibile, noi ricordiamo ogni singola persona transgender morta ingiustamente quest’anno e negli anni passati. Ricordiamo le persone assassinate, quelle spinte al suicidio, quelle le cui morti non sono state registrate e quelle le cui morti non potranno mai essere documentate. Dio le vede e le conosce, anche quando noi non possiamo farlo. Dio vede la grandezza di questa ingiustizia, anche quando noi non riusciamo a comprenderla fino in fondo.
Come cristiani, adoriamo un Dio che è amore e che è giustizia. E questa sera facciamo memoria di una grande ingiustizia, un’ingiustizia che continua ancora oggi. Possiamo abbandonare la paura e riconoscere di essere amati.
Possiamo trovare il coraggio di parlare, di denunciare, di fare memoria e di pentirci. Possiamo cominciare, da questo preciso momento, un lavoro difficile ma necessario. Il lavoro della memoria. Non come un gesto puramente simbolico, ma come il punto di partenza per costruire un mondo in cui celebrazioni commemorative come questa non siano più necessarie.
Un mondo in cui ciascuno di noi venga riconosciuto e trattato come una persona amata da Dio. Creati nell’amore. Custoditi nell’amore. E ricondotti all’amore. Attraverso la misericordia e la giustizia di Dio, nostro creatore e redentore, che ci considera preziosi e degni di onore, che ci ha formati e ci ha fatti.
Persone transgender e persone cisgender, tutte insieme. Amen.
¹ Jay Hulme è un poeta, teologo, scrittore e divulgatore britannico transgender, originario di Leicester (Inghilterra). Dopo un percorso personale di scoperta della fede, ha ricevuto il battesimo nella Chiesa anglicana nel 2019. La sua produzione poetica esplora soprattutto il rapporto tra fede cristiana, identità queer, corpo, natura e luoghi sacri. Tra le sue raccolte figurano The Backwater Sermons (Canterbury Press, 2021), dedicata anche al proprio cammino di fede, e The Vanishing Song (Canterbury Press, 2023). Nel 2021-2022 è stato poeta residente presso la chiesa anglicana di St Giles-in-the-Fields a Londra, conosciuta come The Poets’ Church (la chiesa dei poeti).
Testo originale: Trans Day of Remembrance Sermon

