«Quando c’è Gesù, c’è sempre qualche casino». Il Vangelo che rompe le regole (Mc 2,1-22)
Annotazioni di Innocenzo Pontillo sul Vangelo di Marco 2,1-22 meditato nella lectio online dell’Arca della Misericordia di Bologna il 5 novembre 2026
«Quando c’è Gesù e quando c’è la fede in Gesù, c’è sempre qualche casino da qualche parte!». È una frase di Maddalena che strappa un sorriso, ma che racconta bene ciò che accade nel Vangelo di Marco nel capitolo 2, dai versetti 1-22.
Gesù arriva e qualcosa inevitabilmente si scompiglia: un tetto viene scoperchiato, un paralitico si rialza, un esattore delle tasse abbandona il suo banco, i peccatori si ritrovano a tavola con lui e le persone religiosamente più osservanti cominciano a scandalizzarsi. Fino a quell’immagine del vino nuovo che non può essere versato negli otri vecchi. Ma forse il problema non è il vino. Sono le nostre sicurezze, le nostre abitudini, la difficoltà di accogliere un Dio che continua a sorprenderci.
È attorno a queste immagini che si è sviluppata, la sera del 5 novembre 2026, la lectio biblica online dell’associazione L’Arca della Misericordia di Bologna, attraverso le riflessioni di Maddalena e le condivisioni delle persone presenti on line, che hanno intrecciato al testo evangelico le proprie esperienze quotidiane di vita e fede.
Maddalena parte dalla scena dei quattro uomini che, non riuscendo a raggiungere Gesù a causa della folla, decidono di aprire un varco nel tetto per calare il loro amico paralitico davanti a lui (Mc 2,1-5). Un gesto incredibile, quasi irriverente, che diventa un’immagine della fede capace di superare gli ostacoli.
«È l’importanza di quattro persone che portano un malato a Gesù. Portare le persone a Gesù: questo è il compito di tutti, che uno deve portare l’altro a Gesù. Ma scoperchiare il tetto! Immaginatevi il padrone di casa che si trova il suo tetto scoperchiato. Per portare a Gesù gli altri bisogna avere fantasia, diciamo, e si può rovinare anche il perbenismo degli altri. C’è la folla? Bisogna trovare a tutti i costi un modo per portare a Gesù questo paralitico. Si inventa un modo, anche se poi il padrone di casa avrà dovuto rifare il tetto!».
Ma c’è una parola che, per Maddalena, conta ancora più del miracolo: figlio. È così che Gesù si rivolge all’uomo disteso sulla barella.
«La parola che più mi ha colpito e che credo sia importante sottolineare è che Gesù dice: “Figlio”. Quest’uomo paralitico, malato, che ha bisogno del perdono dei peccati, è un figlio. Figlio vuol dire che ha un legame forte e profondo con Gesù. Questa è una rivelazione: non è più un uomo paralitico, è una persona legata intimamente a Gesù».
Quell’immagine dei quattro amici torna più volte nel confronto. Una volontaria dell’Arca vi riconosce qualcosa di molto concreto della vita dell’associazione.
«Mi ritrovo molto nella scena del paralitico, perché mi ha sempre colpito vedere tutte queste persone che si danno talmente tanto da fare, che fanno scendere il paralitico dal tetto pur di fare in modo che Gesù lo possa vedere, lo possa guarire. Paradossalmente mi ricorda un po’ l’Arca. Delle volte facciamo delle peripezie con i nostri ospiti, con i nostri ragazzi, con le persone che il Signore ci affida, veramente per cercare di aiutarli e di fare in modo che qualcosa di bello possa succedere anche a loro. (…) Vedo un pochino di Arca in tutto questo».
Un’altra partecipante si interroga invece su qualcosa che il racconto non dice: chi ha preso l’iniziativa? Il paralitico ha chiesto aiuto oppure sono stati gli amici a comprendere il suo bisogno?
«È stato il paralitico a chiedere di essere portato da Gesù o si sono mossi gli altri? Hanno capito la sua necessità di incontrarlo? (…) Forse entrambi: uno lo ha cercato e gli altri hanno capito che aveva un bisogno. La mia riflessione è proprio sull’importanza della comunità per fare un cammino. Da solo non ti salvi, da solo non ce la fai, hai bisogno della vicinanza degli altri. Ed è bello quando non devi chiedere agli altri, ma gli altri già capiscono di che cosa tu abbia bisogno. Credo che questo sia qualcosa che completa molto e faccia davvero Chiesa».
Dal paralitico a Levi, il passo è breve.
Maddalena legge i due episodi come un unico movimento: prima un uomo si rialza dalla sua barella, poi un altro si alza dal banco delle imposte. Entrambi vengono rimessi in cammino dalla parola di Gesù.
«Gesù ha appena perdonato i peccati di un paralitico e lo ha guarito. Adesso c’è un altro paralitico: un uomo che sta al banco delle imposte, che ritirava le tasse per i romani, un venduto ai romani. E lui lo alza da quel banco e lo fa camminare con di lui. Il collegamento fra i due episodi ci fa capire che il perdono cambia, fa rialzare il peccatore e lo pone in un atteggiamento di sequela».
Ma seguire Gesù non significa necessariamente abbandonare tutto ciò che si è vissuto fino a quel momento. Levi lo segue, eppure poco dopo ritroviamo Gesù proprio nella sua casa, a mangiare con lui e con gli altri pubblicani (Mc 2,13-17).
«Seguire non vuol dire soltanto che Gesù cammina davanti e noi siamo dietro. Seguire vuol dire portare nella nostra realtà Gesù. Gesù diventa il centro della nostra realtà. Levi porta Gesù nella sua casa e Gesù diventa il centro di questo banchetto con tutti i peccatori. (…) Una persona non può prendere e andarsene via di casa e lasciare coniuge e figli. La sua sequela vuol dire portare Gesù nella sua casa, nella sua famiglia, e che Gesù deve diventare il centro di questa realtà».
Un’immagine che risuona anche nelle parole di una partecipante che lavora nella scuola. Seguire Gesù, osserva, significa cambiare il proprio punto di riferimento, ma senza pretendere che ogni trasformazione avvenga immediatamente.
«Io sono un’insegnante, quindi so cosa vuol dire essere pazienti, anche se a volte la perdo molto! Aspettare che i semi diano dei frutti: non è detto che tutto avvenga immediatamente, nei tempi che vorresti tu. Bisogna dare sempre delle opportunità».
Intanto, attorno alla tavola di Levi, esplode la polemica. Gli scribi non accettano che Gesù mangi con persone considerate peccatrici e impure. E qui Maddalena individua uno dei punti più radicali dell’intero brano evangelico.
«Mangiare insieme vuol dire condividere una situazione, una realtà. Quindi i peccatori sono impuri e, se tu mangi con loro, diventi impuro come loro. Questo dicevano i farisei. (…) E Gesù dice: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico”. Il peccato è una malattia e Gesù è il medico, il medico celeste, dice la liturgia, il medico che è venuto a sanare questa ferita profonda che c’è nell’uomo».
E insiste su una sfumatura della frase «Non sono venuto a chiamare giusti, ma peccatori», sottolineando l’universalità del bisogno di perdono.
«Gesù non è venuto a dire: siete giusti. Ma siete dei peccatori che siete amati da Dio. Nessuno è giusto. Tutti sono peccatori. (…) Gesù mette tutti sullo stesso piano, anche i farisei che erano ligi a tutte le regole, profondamente legati alla santità, alla Parola di Dio, allo studio della Legge. E lui dice: ragazzi, siete tutti uguali, siete tutti allo stesso livello. Non c’è un giusto, neppure uno» (cfr. Rm 3,10).
Una partecipante riprende questo pensiero ricordando un confronto avuto con un sacerdote assai rigido, al quale aveva rivolto una domanda provocatoria: se Gesù tornasse oggi, dove andrebbe?
«Sarebbe in mezzo ai drogati, sarebbe in mezzo agli sbandati, sarebbe in mezzo ai ladri, agli ammalati. (…) E voi siete sempre lì a puntare il dito! Ma è quello che succede spesso, quando Gesù invece ci insegna esattamente l’opposto.
Gli ho detto: guarda, secondo me leggiamo due Vangeli diversi! (…) Gesù va al di là di tutto, va al di là dei giudizi umani e anche di certe scelte umane che possono essere sbagliate, discutibili. Lui va oltre. Come dovremmo fare noi».
La riflessione arriva poi al vino nuovo e agli otri nuovi (Mc 2,21-22). È l’immagine che più interroga il gruppo, perché sembra contenere una rottura inevitabile con ciò che esisteva prima. Una partecipante confessa apertamente la propria difficoltà:
«Questa immagine del vino nuovo negli otri vecchi faccio sempre molta fatica a capirla. Mi sembra un po’ polemico Gesù qui. Sembra quasi che la parola nuova non possa venire a contatto con quella vecchia, perché sennò la fa andare a male. Non so, forse la leggo male, però tutte le volte che la leggo mi viene in mente questa immagine».
Maddalena risponde riportando il discorso alle sicurezze religiose che impediscono di riconoscere la novità di Gesù.
«Il problema è che questi scribi, questi farisei, i discepoli di Giovanni, erano convinti che seguire la loro strada fosse la sola strada giusta e che quelli che erano fuori dalla loro strada fossero sulla strada sbagliata. Gesù viene a dire: non c’è strada giusta e strada sbagliata, c’è una strada unica, sono io. Io sono il medico, sono lo sposo, sono il Messia. Per far questo bisogna uscire dalla strada delle proprie sicurezze, delle proprie leggi, delle regole, delle norme, e abbandonarsi a una sequela di mitezza, amore e compassione. È una strada nuova che Gesù è venuto a insegnare».
E precisa che proprio il contesto delle controversie raccontate da Marco permette di capire chi siano questi otri nuovi.
Un’altra partecipante traduce questa immagine in una riflessione personale: «Quante volte vediamo che quelli che riteniamo ultimi sono proprio quelli da cui dobbiamo imparare? I nostri fratelli più fragili hanno una capacità di amare che tante volte noi non pratichiamo davvero. (…)».
A questo punto un’altra volontaria racconta un episodio piccolo, quasi banale, che però dà corpo a tutto ciò che si è detto fino a quel momento. Una sera, mentre stava terminando il servizio di distribuzione del cibo alle persone senza fissa dimora, un uomo le aveva chiesto un paio di scarpe.
«Erano le otto e mezzo di sera, ero stanchissima. Arriva uno e mi dice: guarda, io ho bisogno di un paio di scarpe. Gli ho detto: guarda, scusa, sto proprio chiudendo. Ci vediamo domani, vieni domani. Questo me lo chiede tre volte e io per tre volte gli dico: torna domani».
Ma accanto a lei c’era un ragazzo che l’associazione ospitava, e che davanti a quella richiesta reagisce in maniera completamente diversa.
«Mi dice: “Aspetta, aspetta, vado a prendere un paio delle mie scarpe”. (…) Io ho ringraziato Gesù perché mi ha fatto vedere come sono io. Quel ragazzo ha tirato fuori un paio di scarpe e gliele ha date. Io continuavo a dire: non ce la faccio stasera, vieni domani. E invece quell’uomo aveva bisogno in quel momento. (…) Sono insegnamenti che non dimentico».
Nella sua testimonianza non c’è il tentativo di presentarsi come una persona esemplare. Al contrario, c’è la consapevolezza di quanto sia facile, anche dedicando la propria vita agli altri, non accorgersi del loro bisogno. E di quanto si possa imparare proprio da chi si pensa di dover aiutare.
Verso la conclusione della lectio arriva anche la voce di un giovane partecipante, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio. Racconta di essere sempre stato colpito dall’immagine del vino nuovo negli otri nuovi, tanto da condividerla spesso sul proprio stato di WhatsApp, pur senza averne compreso fino in fondo il significato. Ma questa sera, ascoltando le riflessioni, l’ha ricollegata a qualcosa della sua vita quotidiana.
Sta frequentando una scuola per pizzaioli e, nel laboratorio in cui lavora, ogni giorno deve occuparsi del lievito madre. È da quell’esperienza che nasce un’immagine e una rifllessione sul Vangelo.
«Ogni giorno nell’azienda dove lavoro dobbiamo rinfrescare il lievito, sempre, ogni giorno. Bisogna mantenerlo pulito e forte, altrimenti quel lievito non va bene. Non possiamo perdere il lievito che abbiamo fatto, perché ci serve per continuare a fare le pizze».
E da quel gesto quotidiano che lo porta a dare nuova vita al lievito madre perché cresca senza spaccare i vecchi contenitori (otri vecchi) passa alla propria vita di fede.
«Gesù ha portato un messaggio rivoluzionario rispetto ai vecchi schemi mentali dei farisei, che escludevano gli altri. (…) È un po’ difficile capire il Vangelo se siamo rigidi, se non abbiamo questa capacità di accogliere la novità.».
Quel lievito madre, che va continuamente curato e rinnovato perché possa continuare a trasformare l’impasto, diventa così la sua immagine di una fede che non può restare immobile.
«Il lievito madre ha questa potenza di trasformare la pizza e di trasformare il gusto. (…) Così riesco anche a capire la mia vita personale, la vita comunitaria dentro l’Arca e dentro il mondo. Come devo accettare qualsiasi novità senza rigidità».
Forse è proprio qui che tutte le immagini del Vangelo di Marco, e tutte le voci di questa lectio, finiscono per incontrarsi. C’è chi scoperchia un tetto per raggiungere Gesù, chi si alza da una barella, chi abbandona un banco delle imposte, chi scopre che i peccatori sono seduti alla stessa tavola e chi, dopo una giornata di lavoro, capisce che offrire un paio di scarpe può insegnare più di tante parole.
E c’è un giovane pizzaiolo che, preparando il lievito per il giorno dopo, ci ricorda che il vino nuovo del Vangelo non chiede soltanto di cambiare ciò che abbiamo intorno. Chiede anche a noi di lasciarci trasformare, giorno dopo giorno, per diventare capaci di accoglierlo.

