Omosessualità o omoaffettività?
Riflessioni di Massimo Battaglio
Da quando, a fine Ottocento, l’omosessualità cominciò a essere studiata scientificamente, iniziò anche la produzione di sinonimi, eufemismi e termini denigratori falsamente scientifici per sottolinearne aspetti particolari, condannare o, al contrario, evitare le polemiche.
Da una parte tornò in voga il termine “pederastia”; dall’altra comparvero per la prima volta “omofilia” e, successivamente “omoaffettività”.
Indicativa è la storia di “omofilia”, parola coniata nel 1924 da tedesco Karl-Gunter Heimsoth, che in quell’anno intitolò la propria tesi di dottorato in medicina “Hetero und Homophilie”. In quegli anni, in Germania, vigeva il “Paragrafo 175”, articolo del Codice Penale che criminalizzava gli atti sessuali tra maschi.
Di più, il giovane partito nazista prometteva di aggiornarlo ulteriormente per permettere una più estesa e severa persecuzione delle persone omosessuali, cosa che fece nel 1935 con la propria presa di potere.
Parlare apertamente di omosessualità poteva essere pericoloso, soprattutto per un giovane studente di psicanalisi come Heimsoth, omosessuale ma anche militante di estrema destra. La sua mossa linguistica non gli risparmiò comunque una brutta fine. Egli morì assassinato da un Commando SS a Berlino durante l’operazione di epurazione partita con la “Notte dei lunghi coltelli”.
“Homophilie” sopravvisse, sempre con carattere eufemistico, fino agli anni ’50/’60, soprattutto negli ambienti ecclesiastici progressisti di area anglosassone. Rappresentava un tentativo di evitare le implicazioni cliniche allora sottese alla parola “omosessuale”, sottolineando invece l’aspetto amoroso.
Dalla lingua inglese passò al francese e da lì all’italiano. Nel nostro idioma, per evitare assonanze con termini più problematici come “parafilia” o “pedofilia”, fu tradotto con “omoaffettività”, attestato a partire dal 1969.
E’ singolare che, sin dalla sua comparsa, “omoaffettività” si tinse di colori politici. Era usato soprattutto dai gruppi di attivisti omosessuali di destra, con esplicito o implicito riverimento a chi lo aveva inventato. L’intento di questi gruppi era soprattutto di distinguersi dal nascente movimento omosessuale e di riappropriarsi dei temi dei diritti civili e umani strappadoli alla nuova sinistra e al movimento radicale che, di fatto, ne detenevano il monopolio.
Ancora nel 2006, sulle colonne de La Stampa, Enrico Oliari, insisteva su questi concetti:
“E’ un errore lasciare alle sinistre il monopolio della battaglia per il riconoscimento della coppia omoaffettiva”
Oliari era stato presidente di Arcigay Trento nel 1995/’96. Poi, in disaccordo con l’associazione, aveva fondato Gaylib e successivamente era transitato in AN (Alleanza Nazionale).
Da parte sua, anche il giornalista Alessandro Cecchi Paone aveva usato pubblicamente il termine “omoaffettività”. Lo aveva fatto in occasione del suo coming-out, avvenuto nel 2004, quasi contestualmente alla propria candidatura in Forza Italia.
In seguito si spostò verso la lista Pannella-Bonino, si impegnò più sistematicamente per la causa LGBT+ e non usò mai più, nemmeno per sé stesso, la definizione “omoaffetivo”. Dichiarò invece:
“Vorrei il matrimonio tra omosessuali ma in Italia mi accontento anche delle unioni civili, come in Francia, mentre sono favorevole all’adozione del single anche gay. Il gay può convivere con chi gli pare. L’importante è che sia una persona affidabile”.
Oggi, “omoaffettività” è usato, correttamente, non tanto per indicare l’orientamento sessuale di una persona ma piuttosto per descrivere il legame stabile tra due persone omosessuali. Si parla spesso di “coppia omoaffettiva”; molto meno di “persona omoaffettiva”. E, in questo caso, ci si riferisce al tipo di rapporto che egli vive col proprio partner.
Personalmente, trovo che l’uso del termine secondo quest’ultima connotazione sia accettabile se non, in qualche contesto, persino auspicabile. Mi pare invece sciocco usarlo per non pronunciare le parole “gay” o “lesbica” eccetera. In questo caso, mi sembra quasi una mancanza di rispetto, sia per le persone in questione e sia per quelle che hanno lottato per decenni affinché queste parole uscissero dall’ambito della vergogna e della condanna.
Trovo inoltre decisamente arrendevole e scorretto parlare di “omoaffettività” in modo rivendicativo, come per rilevare, soprattutto in ambienti politici o religiosi, che anche le persone omosessuali sono capaci di affetto e che non ricercano solo sesso.
Arrendevole perché mi ricorda quella vecchia canzone “Pittore ti devo parlare” che si concludeva con “anche i negri vanno in cielo“. All’epoca poteva sembrare rivoluzionaria; oggi suona come un insulto.
Se qualcuno si permettesse di mettere immaginare un paradiso popolato da sole persone di stirpe ariana, verrebbe preso giustamente per pazzo. Del pari, quando qualcuno osa affermare che le persone omosessuali non sono capaci di affetto, io lo lascio dire. Coi fanatici, non discuto e non cerco mediazioni, nemmeno linguistiche.
Scorretto perché ciò che distingue le persone omosessuali da quelle eterosessuali è proprio l’attrazione sessuale, non certo il modo di vivere l’affettività. All’alba dei miei quasi sessantun’anni, non ho mai notato grosse differenze nelle dinamiche di coppia tra individui di sesso diverso o dello stesso sesso.
Tutt’al più si verifica una minore, e più sana, suddivisione dei ruoli. Magari si parla con più apertura e sincerità della sfera sessuale. Ma non mi pare che esista un modo diverso di amare.
Credo quindi che il termine “omoaffettivo” sia completamente da evitare soprattutto nel linguaggio politico e giuridico, non solo perché eredita divisioni ma soprattutto perché l’affettività, al contrario della sessualità, non è un dato oggettivo e non è misurabile se non attraverso un giudizio morale. E la politica, e tantomeno la legge, non si deve permettere di dividere le persone su basi morali. I diritti sono di tutti, non solo di chi li merita. E’ un principio che deve valere sempre e tantopiù tra noi.
Per essere concreti: quando mi impegno contro l’omofobia, sto chiedendo una legge che protegga tutte le persone omosessuali, transessuali, bisessuali eccetera, non un provvedimento che premi quelle “omoaffettive”, cioè quelle che vivono la sessualità coinvolgendo la propria dimensione sentimentale.
E quando lotto per il matrimonio same sex, non voglio dover dimostrare che sono pronto a viverlo secondo criteri socialmente accettabili. Voglio un istituto giuridico identico a quello da sempre in vigore per le coppie eterosessuali, che non prevede alcuna verifica sui sentimenti vigenti tra i coniugi.
Faccio notare che nemmeno il matrimonio religioso prevede verifiche di questo genere. Solo in tempi molto recenti, la formula che gli sposi pronunciano all’altare dice “prometto di amarti e onorarti ogni giorno della mia vita”. E si tratta di una promessa, non di un presupposto.
Per secoli, il sacerdote si accertava semplicemente della volontà coniugale degli sposi chiedendo “Vuoi tu N. prendere N. come tua legittima sposa / tuo legittimo sposo secondo il rito di Santa Madre Chiesa?“.
Perché noi invece dovremmo certificare il nostro affetto? E non dico davanti al prete (magari!), ma anche davanti alla società tutta.
La società, soprattutto nella sua componente religiosa, deve smettere di vivere il sesso con sospetto. Deve abbandonare l’ipocrisia di immaginare una sessualità buona solo se esperita in un contesto di scambio affettivo, contrapposta a una sessualità cattiva quando l’affetto è carente.
La vita è fatta di alti e bassi; non si possono emettere giudizi definitivi su persone e coppie (anzi, sarebbe bello non emetterli affatto). Nè si può negare che, proprio dall’esercizio di una sessualità consapevole, possa nascere o rigenerarsi affetto.
E, al di là di tutto, non si può nemmeno far finta che il sesso non abbia anche una dimensione ludica, indipendente da quella affettiva. E chi siamo noi per giudicare?

