Perché il Pride sta incontrando una crescente opposizione, dentro e fuori la comunità LGBT+
Testo di Darren Milby* pubblicato su BBC News*(Regno Unito) il 3 settembre 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Matt ha lasciato Crewe, città inglese del Cheshire, appena ha potuto. Aveva diciotto anni e sentiva che, come giovane gay, non sarebbe mai stato davvero accettato. L’unico luogo LGBT+ della zona era un minuscolo bar improvvisato dietro una tenda, sul retro di un pub fuori città. Se n’è andato nel 2015, ma lo scorso giugno è tornato a casa per partecipare al Pride di Crewe.
Per Matt è stato un ritorno importante: «Mi ha riportato agli anni in cui ero un ragazzo e cercavo di capire la mia identità. Essere lì e vedere come una città che non era particolarmente accogliente sia cambiata e rifiorita è stato davvero significativo».
Per molte persone questi piccoli Pride comunitari sembrano lontanissimi dalle grandi manifestazioni che si tengono nelle principali città britanniche. Eppure, dietro la bella esperienza vissuta da Matt a Crewe, si nasconde uno scontro culturale sempre più acceso. Negli ultimi anni diverse amministrazioni locali hanno ritirato il proprio sostegno ai Pride, mentre alcune grandi aziende – forse preoccupate di essere considerate troppo woke – sono diventate più esitanti nell’associare il proprio nome a queste manifestazioni.
A tutto questo si aggiunge una critica presente da tempo anche all’interno della comunità LGBT+: secondo alcuni attivisti, il Pride sarebbe diventato troppo commerciale. Anche il dibattito sui diritti delle persone transgender ha contribuito a rendere il clima ancora più teso.
Tutto ciò porta alcuni a domandarsi: quale futuro attende i Pride?
Le radici del Pride
Il Pride è nato come protesta. La prima marcia ufficiale britannica si svolse a Londra nel 1972. Gli atti omosessuali tra uomini erano rimasti illegali in Inghilterra e Galles fino al 1967 – e ancora più a lungo in Scozia e Irlanda del Nord. Le persone LGBT+ perdevano il lavoro e la casa a causa del proprio orientamento sessuale, mentre la polizia sottoponeva frequentemente la comunità a irruzioni e sorveglianza, rendendo precaria la vita quotidiana.
All’origine del movimento moderno ci furono anche i moti di Stonewall, scoppiati dopo l’irruzione della polizia allo Stonewall Inn di New York nel giugno 1969.
A Manchester il Pride nacque in modo molto semplice nel 1985, con un mercatino dell’usato organizzato per raccogliere fondi e rendere più dignitoso il triste reparto ospedaliero nel quale venivano curate le persone con HIV e AIDS, nel pieno dell’epidemia.
Nessuno dei primi partecipanti avrebbe potuto immaginare quanto sarebbe cresciuto il Manchester Pride: una manifestazione di quattro giorni nel centro della città, durante il fine settimana festivo di agosto, con carri colorati, musica ad alto volume e ogni centimetro dei marciapiedi occupato da spettatori entusiasti, vestiti a festa e con il volto dipinto dei colori dell’arcobaleno.
Nel 2019 la manifestazione era diventata troppo grande per lo storico quartiere LGBT+ della città. Quell’anno la principale artista in programma, la superstar statunitense Ariana Grande, si esibì su un palco appositamente costruito in un’altra zona di Manchester, con biglietti venduti a un prezzo elevato. La scelta suscitò molte critiche.
Gli organizzatori del Manchester Pride furono successivamente contestati anche per aver interrotto i finanziamenti destinati ad alcune associazioni, fra cui un’organizzazione impegnata contro l’HIV e un progetto per la distribuzione gratuita di preservativi.
La società che organizzava il Manchester Pride è entrata in liquidazione volontaria lo scorso anno, lasciando debiti per oltre un milione di sterline verso fornitori e artisti. Dopo il fallimento, commercianti e associazioni locali hanno dato vita a un’organizzazione senza scopo di lucro, il Manchester Village Pride, con l’obiettivo di proporre una manifestazione molto meno costosa e maggiormente radicata nella comunità.
Carl Austin-Behan, impegnato nell’organizzazione del nuovo evento ridimensionato, racconta di essere rimasto «frustrato per anni» dalla direzione presa dal Manchester Pride: «Quando le iniziative hanno cominciato a essere spostate fuori dal quartiere, è stato il primo segnale che le cose stavano andando nella direzione sbagliata. Il Pride dovrebbe riguardare la comunità. Non abbiamo certo bisogno di spendere le cifre che venivano spese per il Manchester Pride».
(…) In questo contesto, le manifestazioni più piccole e comunitarie, come quella di Crewe, sembrano indicare la direzione verso la quale molti Pride si stanno muovendo nel 2026.
Le aziende hanno paura di esporsi
Anche il clima politico è cambiato e le imprese sembrano oggi meno entusiaste nel sostenere apertamente le iniziative a favore della diversità e dell’inclusione.
Phil Douglas, organizzatore del Newcastle Pride, spiega: «Tra organizzazioni e aziende c’è una diffusa paura di esporsi in prima linea. Alcune vogliono ancora sostenerci, ma preferiscono che il loro logo non compaia. Non vogliono affrontare le reazioni negative sempre pronte a esplodere online. È un momento molto complesso per chi cerca sostegno per i Pride nel loro insieme».
Fino a pochi anni fa era quasi impossibile entrare sui social network durante giugno, il Pride Month (mese dell’orgoglio LGBT+), senza vedere decine di marchi aziendali decorati con la bandiera arcobaleno. I critici parlavano di rainbow-washing: una solidarietà esibita più per ragioni di marketing che per un impegno concreto.
Adesso, però, quella presenza sta diminuendo. Secondo un’analisi del Guardian, nel 2025 le citazioni del Pride pubblicate sui social network dalle dieci maggiori aziende quotate o con sede nel Regno Unito erano diminuite del 92% rispetto al 2023. Un dato che sembra indicare il progressivo allontanamento dei grandi marchi dalla comunicazione apertamente LGBT+.
«A livello globale assistiamo a un arretramento generale del sostegno delle aziende alle cause LGBT+», afferma Paul Martin, direttore generale dell’associazione LGBT Foundation. «Lo abbiamo visto con il cambiamento politico avvenuto in alcuni Paesi e con la diversità e l’inclusione sempre più spesso liquidate come troppo woke. Alcuni soggetti non ci sostengono più come in passato.
«Questa tendenza ha coinvolto direttamente anche i Pride. I finanziamenti delle aziende sono diminuiti e per gli organizzatori è diventato davvero difficile far quadrare i conti».
Un sondaggio condotto da Ipsos ha rilevato che la percentuale di adulti britannici favorevoli a un impegno delle aziende e dei marchi nella promozione dei diritti LGBT+ è scesa dal 52% del 2021 al 44% del 2026.
Le bandiere non sventolano più
In alcune città britanniche la polizia, i vigili del fuoco e altri servizi pubblici hanno rinunciato a partecipare ai Pride in uniforme. Alcuni pareri legali e una sentenza dell’Alta Corte hanno infatti sollevato dubbi sulla compatibilità di questa partecipazione con l’obbligo di imparzialità politica delle istituzioni pubbliche.
(…) Anche l’affermazione elettorale del partito populista di destra Reform UK ha avuto conseguenze dirette. Il leader Nigel Farage ha dichiarato di non avere nulla in contrario allo svolgimento dei Pride, ma di non volere che siano promossi dalle amministrazioni locali.
A Durham, poche settimane dopo essersi insediata, la nuova amministrazione guidata da Reform UK ha rimosso la bandiera arcobaleno dalla sede del consiglio e cancellato il contributo di 2.500 sterline destinato al Pride locale.
Darren Grimes, esponente gay di Reform UK e vicesegretario del Consiglio di Durham, ha spiegato così il taglio dei finanziamenti: «Credo che ci siamo allontanati da quell’encomiabile obiettivo che era l’uguaglianza delle persone gay. Abbiamo raggiunto il matrimonio tra persone dello stesso sesso e quella era l’ultima frontiera».
Mel Metcalf, organizzatore del Durham Pride, afferma che la rimozione della bandiera ha fatto sentire le persone LGBT+ della comunità «indesiderate». La manifestazione si è svolta ugualmente e, secondo gli organizzatori, ha registrato la partecipazione più alta di sempre, dopo aver raccolto circa 25.000 sterline attraverso donazioni individuali e contributi dei sindacati. (…)
La questione transgender divide la comunità
Il dibattito sui diritti delle persone transgender sta alimentando ulteriormente lo scontro culturale intorno al Pride.
Alcune persone gay e lesbiche che si definiscono gender critical – e che guardano con scetticismo ad alcuni obiettivi del movimento per i diritti transgender – affermano di sentirsi messe da parte dal Pride. Alcune persone trans, al contrario, raccontano di non sentirsi più al sicuro nemmeno partecipandovi.
Una donna lesbica che si definisce gender critical e ha chiesto di rimanere anonima ha raccontato di non partecipare più alle manifestazioni perché, a suo giudizio, sono ormai dominate dall’attenzione alle questioni transgender.
Grimes, uno dei più noti esponenti gay di Reform UK, sostiene che il Pride abbia abbandonato la battaglia per l’uguaglianza delle persone gay, finendo per identificarsi con il più ampio dibattito sull’identità di genere: «Una volta ucciso il drago nella lotta per l’uguaglianza, non sono rimaste che alcune pecore sparse». Secondo lui, i finanziamenti pubblici destinati alle questioni LGBT+ sarebbero diventati una «mucca da mungere», alimentando una «narrazione vittimistica».
Se per alcuni l’attenzione ai diritti delle persone transgender rappresenta una ragione per allontanarsi dal Pride, per altri dimostra invece quanto siano ancora necessarie manifestazioni come Sparkle.
Sparkle è la più grande celebrazione transgender del Regno Unito. Si svolge alla fine di giugno nel quartiere LGBT+ di Manchester, alcuni mesi prima del Pride cittadino. L’edizione di quest’anno ha ospitato spettacoli musicali e comici.
Lauren, una volontaria transgender, spiega: «Dobbiamo affrontare moltissimo stigma e odio. Ci sono persone che cercano di ricacciarci nell’oscurità e questo rende più difficile vivere le nostre vite».
Un’altra donna transgender, che alloggiava in un albergo del quartiere LGBT+ di Manchester, ha raccontato di essere arrivata in città per partecipare all’evento, ma di avere paura persino di uscire dall’albergo perché non si sentiva al sicuro. (…)
Quale futuro per il Pride?
Nel corso degli anni ho partecipato a decine di Pride. Manchester è sempre stata una tappa irrinunciabile. Quando ero adolescente e vivevo a Ulverston, in Cumbria – un luogo nel quale ero quasi certo di essere l’unico gay del paese –, Manchester mi sembrava una terra luminosa, dove finalmente si poteva essere liberi e vivere apertamente la propria identità.
Quest’anno tornerò ancora una volta, felice di rivedere gli amici e curioso di scoprire come sarà il nuovo Pride, nuovamente incentrato sulla comunità. Credo però che si respirerà un’atmosfera leggermente diversa: la consapevolezza che, in alcune parti del Paese, il Pride sia diventato qualcosa di controverso.
Le giovani persone LGBT+ continuano comunque a considerarlo importante. Secondo un sondaggio YouGov del 2024, condotto su oltre cinquecento persone LGBT+ britanniche tra i sedici e i ventiquattro anni, il 90% ritiene «molto» o «abbastanza importante» che il Pride Month continui a esistere.
Da giovane lasciai Ulverston per trasferirmi a Manchester. Quest’estate, però, sono tornato nella città in cui sono cresciuto per partecipare al suo Pride, una tradizione ancora agli inizi.
Le vecchie strade acciottolate apparivano molto diverse da come le ricordavo. Ai lati c’erano persone che applaudivano, incitavano i partecipanti e riprendevano con i telefoni il corteo ricoperto di bandiere arcobaleno, aperto da una banda di ottoni che suonava allegri inni gay.
Sembrava un mondo lontanissimo dalle popstar, dai grandi palchi e dai loghi delle aziende che caratterizzano il Pride di Manchester. Anche Matt ha provato qualcosa di simile tornando a Crewe: «Ciò che mi ha davvero colpito e lasciato senza parole è stato vedere quanto l’evento fosse pensato per le famiglie. Queste città organizzano manifestazioni che mettono al primo posto la comunità».
Mentre mi guardavo intorno a Ulverston, i dibattiti nazionali che negli ultimi anni hanno accompagnato il Pride sembravano lontani. La mia attenzione era catturata dalle piccole cose: le persone che ridevano e la presenza di generazioni diverse.
Era quella comunità che, quando ero adolescente, non avrei mai potuto immaginare di vedere.
* Darren Milby è un giornalista e conduttore radiofonico della BBC. Lavora per BBC Radio Manchester e si occupa di attualità, vita sociale e questioni che riguardano le comunità LGBT+ del Regno Unito.
Testo originale: Why Pride is facing a backlash – from inside and outside the LGBT community

