Quando la Chiesa cattolica diventa casa. Il cammino dei cristiani LGBTQ+ di Sicilia
Intervista di Elisa Belotti* a Sandra Letizia, pubblicata su Bondings 2.0, il blog dell’associazione cattolica New Ways Ministry (Stati Uniti), il 2 novembre 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Nell’ottobre 2026, la teologa italiana Sandra Letizia ha partecipato a un convegno di due giorni dedicato al rapporto tra media, genere e religione, organizzato dall’Università di Bologna.
Nel suo intervento ha raccontato la propria esperienza come formatrice del gruppo Cristiani LGBTQ+ Sicilia, una realtà regionale che riunisce persone cattoliche LGBTQ+ e le loro famiglie. Sandra Letizia è anche coautrice, insieme a Elisa Belotti e Paola Lazzarini, del libro La Chiesa che (non) ci vuole. Per un cristianesimo femminista e queer (Tlon, 26 novembre 2025, 280 pagine).
In questa intervista, realizzata da Elisa Belotti per Bondings 2.0, Sandra Letizia riflette sull’importanza di costruire percorsi pastorali insieme alle persone LGBTQ+, racconta le caratteristiche della comunità siciliana che ha contribuito ad accompagnare e i segni che mostrano come questo cammino stia portando frutti all’interno della Chiesa cattolica.
Che cosa significa parlare di pastorale «con» le persone LGBTQ+ e non di pastorale «per» le persone LGBTQ+?
Quando parliamo di pastorale con le persone LGBTQ+, utilizziamo sempre più spesso la parola «con». È un’espressione che si sta diffondendo e che sottolinea un aspetto importante: la pastorale non è semplicemente qualcosa che si fa per qualcuno, come potrebbe suggerire la parola «per». Non si tratta, insomma, soltanto di offrire un servizio pastorale a determinate categorie di persone.
Dire «con» significa riconoscere che questo accompagnamento si costruisce insieme alle persone interessate, perché sono proprio loro a conoscere meglio di chiunque altro i propri bisogni, le proprie ferite e le proprie storie. È un modo di fare pastorale che parte dalla loro esperienza vissuta, dalla concretezza della loro realtà, dai loro corpi, dalle loro vite e dalle loro storie.
Naturalmente ci sono persone che hanno un ruolo specifico nell’accompagnamento e nella formazione spirituale, ma chi viene accompagnato non è mai messo in secondo piano, come se qualcuno dicesse semplicemente: «Io ti offro un servizio». Il senso è piuttosto: «Io cammino accanto a te».
Come formatrice, metto a disposizione le mie capacità, le mie competenze e i miei doni, perché possiamo crescere e cambiare insieme. In un certo senso, propongo un percorso che possa aiutarti a vivere pienamente il tuo cammino di fede. Ecco che cosa significa quel «con». È una parola che esprime anche un forte senso di comunità, perché tutto viene fatto insieme.
Quali sono, secondo te, le caratteristiche che rendono particolare il gruppo dei cristiani LGBTQ+ della Sicilia?
Una delle caratteristiche più belle del nostro gruppo è la sua grandissima diversità. Ci sono persone di età molto differenti, dai ventenni fino a chi ha sessant’anni e oltre, che però condividono lo stesso cammino. E, pur essendo così diverse, mettono le proprie esperienze a disposizione degli altri. Una persona giovane, per esempio, può raccontare quello che vive a qualcuno di una generazione precedente, che magari non conosce le difficoltà affrontate oggi dai più giovani. E naturalmente succede anche il contrario.
Un’altra caratteristica molto importante è che camminiamo insieme a In viaggio per Emmaus, un gruppo nato per iniziativa di genitori di persone LGBTQ+ e rivolto ad altri genitori. La loro presenza è un punto di riferimento prezioso per tanti giovani, sia quando vedono partecipare i propri genitori, sia quando incontrano madri e padri che non si sono limitati ad accogliere e accettare i propri figli per quello che sono, ma hanno deciso di intraprendere a loro volta un cammino.
Alcuni di questi genitori hanno figli che non frequentano più la Chiesa. Eppure sapere che ci sono altri giovani che forse stanno vivendo le stesse esperienze dei loro figli li incoraggia a conoscere meglio queste realtà, ad approfondire la propria comprensione e ad aiutare altri genitori a fare quello che loro stessi hanno fatto: accogliere i propri figli. Credo che tutto questo crei qualcosa di davvero molto bello all’interno del gruppo.
Un altro elemento interessante è la presenza abbastanza equilibrata di uomini e donne, e mi scuso se utilizzo queste categorie binarie. Nel nostro gruppo non c’è una netta prevalenza degli uni o delle altre. Non direi che siamo esattamente metà e metà, ma c’è un buon equilibrio: a volte ci sono un po’ più uomini, altre volte un po’ più donne.
Infine, siamo un gruppo regionale e non legato a una sola città. Proveniamo da tutta la Sicilia. Naturalmente molti siciliani lasciano l’isola e alcuni membri del nostro gruppo oggi vivono altrove, ma continuano a farne parte. Durante l’anno ci incontriamo online e questo permette anche a chi abita nei piccoli paesi di rimanere in contatto con gli altri. Inoltre, possiamo contare sul sostegno dei vescovi, anche se non siamo l’unico gruppo italiano a ricevere questo tipo di incoraggiamento.
Quali momenti ti hanno fatto capire, come formatrice, che il lavoro che state facendo sta davvero portando frutti?
È una domanda difficile. Credo che già il fatto che ogni anno arrivino persone nuove sia un segno che quello che facciamo porta frutto, perché significa che il nostro cammino, attraverso modalità diverse, riesce a raggiungere proprio le persone che hanno bisogno di incontrarlo.
Un momento particolarmente importante è stato l’incontro con la Conferenza Episcopale Siciliana (CESi), nel gennaio 2026. Ci ha fatto sentire che il percorso intrapreso dal nostro gruppo sta funzionando e sta portando frutti anche all’interno della Chiesa cattolica, almeno in quella siciliana.
Un altro segnale è rappresentato dagli inviti che riceviamo a partecipare ad altre iniziative. Per esempio, siamo stati invitati da alcune diocesi della zona di Siracusa a organizzare incontri con gruppi dell’AGESCI, l’associazione cattolica degli scout, oppure veglie di preghiera (per il superamento della violenza dell’omotransfobia). Sono attività che non si svolgono soltanto nella diocesi di Catania, dove si concentra la maggior parte delle persone cattoliche LGBTQ+ del nostro gruppo, ma anche in altre parti della Sicilia.
Credo, inoltre, che siamo riusciti a costruire una vera comunità. Il nostro gruppo è davvero una comunità e penso che la maggior parte delle persone che ne fanno parte, anche se naturalmente non posso parlare a nome di tutti, sappia di avere un luogo a cui rivolgersi. È una comunità autentica, una parte della Chiesa cattolica alla quale sentono di appartenere pienamente.
E forse proprio questo è uno dei frutti più grandi del nostro cammino. Sappiamo bene, infatti, quanto possa essere difficile, a volte, per le persone LGBTQ+ trovare il proprio posto in una comunità ecclesiale, o anche semplicemente vivere la propria fede e celebrare i sacramenti all’interno di quella comunità.
Sapere di avere un luogo che si può chiamare casa, anche in senso spirituale, è qualcosa di molto importante. Così come è importante avere accanto persone con cui continuare il proprio cammino di fede.
* Elisa Belotti è una giornalista e insegnante italiana che si occupa di diritti e comunità marginalizzate, anche all’interno della Chiesa cattolica. Collabora con Bondings 2.0, il blog di New Ways Ministry, associazione cattolica statunitense che dal 1977 promuove il dialogo tra la Chiesa cattolica e le persone LGBTQ+. È coautrice del libro La Chiesa che (non) ci vuole (Tlon, 2025) e autrice di inchieste a fumetti su fede, abusi e diritti delle persone LGBTQ+.
Testo originale: A Spiritual Home in the Church: LGBTQ+ Pastoral Ministry in Sicily
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