Nessuna persona è un problema. Ascoltare prima di giudicare le persone transgender e intersex
Riflessioni di Christina Beardsley* pubblicate nel dossier «Inter und Trans.Geschöpfe und ihre Geschlechter» (Intersex e transgender. Le creature e i loro generi) della rivista tedesca «zur debatte», anno 53, n. 2/2023, edita da Katholische Akademie in Bayern (Accademia Cattolica della Baviera), pp. 22–27. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata. Prima parte
La pastora e teologa anglicana inglese Christina Beardsley riflette su come le comunità cristiane possano accompagnare pastoralmente le persone transgender e intersex, partendo dall’ascolto delle loro esperienze e dal riconoscimento della loro dignità. Il suo contributo fa parte di un dossier che raccoglie gli interventi di un convegno tenutosi dal 26 al 28 ottobre 2022 presso l’Accademia Cattolica della Baviera, durante il quale teologi, studiosi, operatori pastorali e persone transgender e intersex si sono confrontati sul rapporto tra diversità di genere, fede cristiana e vita della Chiesa. In questa prima di tre puntate, Beardsley ci invita a ripensare la cura pastorale: non si tratta di giudicare le identità delle persone, ma di incontrarle, ascoltarne le storie e riconoscere la presenza di Dio nelle loro vite.
Che cos’è la cura pastorale? Stephen Pattison (1988, 1993, 2000) osserva che il termine «cura pastorale» viene utilizzato frequentemente, ma raramente definito. Egli sostiene con forza la necessità di una definizione e ne propone una: «La cura pastorale è quell’attività svolta da persone che rappresentano la comunità cristiana, finalizzata a eliminare il peccato e la sofferenza e a presentare ogni essere umano perfetto davanti a Dio in Cristo».
Non sto suggerendo di adottare questa definizione. La considero, sotto diversi aspetti, insufficiente e fuorviante e, poiché risale a più di trent’anni fa, immagino che lo stesso Pattison oggi potrebbe non esserne soddisfatto.
Tuttavia, costituisce un utile punto di partenza perché mette in evidenza alcuni elementi importanti: le definizioni contano; esistono diverse concezioni della cura pastorale; qui ci occupiamo specificamente della cura pastorale cristiana; concetti teologici come il peccato, la sofferenza e la santificazione hanno un ruolo, anche quando non vengono esplicitamente menzionati, come invece accade nella definizione di Pattison.
Le persone transgender e intersex desiderano o hanno bisogno di accompagnamento pastorale?
È una domanda che dobbiamo porci. E la risposta è: in molti casi, non più di qualsiasi altra persona. Alcune persone transgender e intersex non cercano un accompagnamento pastorale a causa della propria identità. Altre possono avere particolari necessità spirituali e pastorali, legate alla loro identità di genere oppure al fatto di possedere caratteristiche sessuali intersex. Per esempio, una persona intersex potrebbe desiderare un accompagnamento pastorale mentre affronta un percorso medico collegato alle proprie caratteristiche corporee.
Quando riflettiamo sull’accompagnamento pastorale delle persone transgender e intersex, è importante non suggerire che queste persone costituiscano un problema. Possono certamente trovarsi ad affrontare esperienze e circostanze particolari, legate alla loro identità, ma questo vale anche per molti altri gruppi di persone.
Ecco dunque il primo orientamento che emerge dall’esperienza britannica. L’arcivescovo di Canterbury, reagendo al voto con cui il Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra decise di non prendere atto della proposta della Camera dei vescovi, secondo la quale la Chiesa avrebbe dovuto mostrarsi più accogliente verso le persone LGBTIQ+ pur senza celebrare matrimoni tra persone dello stesso sesso, dichiarò: «Nessuna persona è un problema o una questione da risolvere. Gli esseri umani sono creati a immagine di Dio. Tutti noi, senza eccezione, siamo amati e chiamati in Cristo. Non esistono “problemi”: esistono semplicemente persone» (ABC 2017).
Trovo questa affermazione commovente e profondamente significativa. La stessa dichiarazione comparve anche in una lettera che diede avvio a quello che sarebbe poi diventato Living in Love and Faith (LLF, «Vivere nell’amore e nella fede»)¹, un grande progetto della Chiesa d’Inghilterra dedicato all’insegnamento e all’apprendimento cristiano su identità, sessualità, relazioni e matrimonio.
Ho partecipato come consulente ai primi quindici mesi del progetto LLF, ma successivamente ho deciso di ritirarmi, perché alcune persone coinvolte consideravano chiaramente le persone transgender e intersex, così come le persone lesbiche e gay, come un problema.
Oppure si comportavano come se non esistessimo. La mia amica Sara, per esempio, che è intersex, aveva condiviso con LLF la propria esperienza personale e il lavoro svolto insieme a ricercatori e ricercatrici in questo campo. Tuttavia, queste prospettive non trovarono spazio nel volume pubblicato dal progetto.
Sebbene le risorse prodotte da LLF trattino la diversità di genere con rispetto, gli organizzatori hanno proposto più volte di istituire un gruppo di lavoro sull’identità di genere e sulla transizione, allo scopo di cercare di comprendere le recenti «discussioni» sociali sulle persone transgender. Questa proposta, allora sospesa, incontrava una forte opposizione da parte mia e di altre persone.
Esiste infatti il rischio di riprodurre le contrapposizioni presenti nella società, dando per scontate le posizioni cosiddette “gender-critical” e di indebolire la politica e le pratiche generalmente affermative della Chiesa d’Inghilterra nei confronti delle persone transgender. In contrasto con quanto affermato dall’arcivescovo di Canterbury, si finirebbe così per suggerire che le persone transgender possano effettivamente costituire un problema.
Nonostante questi esempi, nei quali LLF non ha rispettato pienamente il principio enunciato, continuo a considerarlo fondamentale. Per questo ho voluto cominciare proprio da qui: «Nessuna persona è un problema o una questione da risolvere. Gli esseri umani sono creati a immagine di Dio. Tutti noi, senza eccezione, siamo amati e chiamati in Cristo. Non esistono “problemi”: esistono semplicemente persone».
La cura pastorale è sempre un incontro con una persona o con altre persone
Pattison definiva la cura pastorale come un’«attività». Io preferisco la parola «incontro»: l’incontro con un’altra persona oppure con un gruppo di persone. Questo orientamento si collega direttamente a una frase del precedente: «Gli esseri umani sono creati a immagine di Dio».
Chi perde di vista questa verità fondamentale rischia di trasformare le persone in oggetti. La cura pastorale nasce dall’incontro con un prezioso figlio o una preziosa figlia di Dio. Non dovrebbe essere pensata anzitutto come «l’incontro con una persona transgender o intersex», ma come l’incontro con una persona che, tra le altre caratteristiche della propria vita, è anche transgender o intersex.
La cura pastorale significa ascoltare le storie delle persone
Possiamo aver letto molti libri e articoli sulle persone transgender o intersex. Ma nella cura pastorale incontriamo qualcuno che vive personalmente un’esperienza di diversità di genere o una variazione delle caratteristiche sessuali.
Abbiamo il privilegio di ascoltare la storia personale di un essere umano. Naturalmente valgono le consuete regole di riservatezza proprie dell’accompagnamento pastorale.
L’ascolto delle storie delle persone transgender è un elemento centrale del lavoro che svolgo insieme ad altre persone in questo ambito. Nel volume This Is My Body (Beardsley e O’Brien 2016) abbiamo raccolto contributi clinici, storici e teologici, ma metà del libro è costituita da testimonianze scritte da cristiani e cristiane transgender e intersex.
Il mio attuale collaboratore, il reverendo dottor Chris Dowd, ha intervistato dodici cristiani transgender per la sua ricerca di dottorato. Le loro storie costituiscono il nucleo del nostro libro Transfaith (Dowd e Beardsley 2018).
Il nostro libro più recente, Trans Affirming Churches: How to Celebrate Gender-Variant People and Their Loved Ones (Beardsley e Dowd 2020), si basa su gruppi di discussione nei quali abbiamo ascoltato persone transgender, i loro genitori e i loro partner. «Ascoltare e condividere» è anche la prima raccomandazione contenuta nello studio delle dottoresse Esther McIntosh e Sharon Jagger, Supporting Trans and Non-Binary Staff and Students (2021, pp. 103–104).
La cura pastorale richiede la disponibilità ad ascoltare persone che hanno sofferto profondamente a causa della propria identità transgender o intersex
Esiste un numero crescente di opere autobiografiche scritte da persone transgender, comprese persone cristiane transgender. Il libro di Chrissie Chevasutt, Heaven Come Down: The Story of a Transgender Disciple (2021), pubblicato nell’estate precedente a questo intervento, racconta il suo difficile percorso nel cercare di conciliare l’essere cristiana con la propria identità transgender.
Sebbene la storia di Chrissie approdi infine a una riscoperta della vita, la sua esperienza è stata particolarmente intensa e non è affatto insolita. Chrissie racconta così il suo ultimo laboratorio: «Mi sono limitata a raccontare storie, storie vere, che hanno aperto i cuori in modo incredibile, invece di trasmettere informazioni e nozioni.
Alla fine eravamo tutti profondamente scossi e in lacrime. (…) Io stessa sono rimasta sconvolta dal dolore crudo, viscerale, che tutti abbiamo incontrato». Questa descrizione ci conduce al prossimo orientamento.
Gli incontri pastorali si fondano sulla reciprocità e possono suscitare emozioni condivise
La cura pastorale, soprattutto quando viene offerta da una persona che ricopre un ruolo di guida religiosa, comporta una certa asimmetria, reale o apparente.
Tuttavia, l’incontro può e dovrebbe essere reciproco. La relazione tra chi svolge un ministero pastorale e un membro della comunità presenta alcune somiglianze con il rapporto tra terapeuta e paziente, nel quale i confini della relazione garantiscono sicurezza a entrambe le parti. Occorre riconoscere e gestire fenomeni come il transfert e il controtransfert.
L’incontro può suscitare anche in chi accompagna pastoralmente un «dolore crudo, viscerale», che deve essere elaborato, eventualmente attraverso un percorso di supervisione. Se chi offre accompagnamento pastorale si sente sopraffatto, dovrebbe indirizzare la persona verso un’altra figura di riferimento oppure verso uno specialista.
Il percorso di ogni persona è unico
Quando confrontiamo le storie delle persone transgender e intersex, emergono certamente alcuni temi comuni. Ma il percorso di ogni essere umano è unico. Per questo non è utile formulare ipotesi precostituite sui risultati o sui processi che una persona dovrebbe attraversare.
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¹ Living in Love and Faith (LLF), traducibile come «Vivere nell’amore e nella fede», è un progetto di riflessione teologica e confronto promosso dalla Chiesa d’Inghilterra (anglicana) su identità di genere, sessualità, relazioni affettive e matrimonio. Attraverso pubblicazioni, materiali di studio e incontri, il progetto si propone di aiutare le comunità cristiane a confrontarsi su questi temi.
* Christina Beardsley (nata nel 1951) è una pastora e teologa anglicana inglese, donna transgender, ordinata nella Chiesa d’Inghilterra nel 1979. Ha svolto per molti anni il ministero parrocchiale e quello di cappellana ospedaliera, dirigendo anche il servizio di assistenza spirituale multireligiosa del Chelsea and Westminster Hospital di Londra. Da tempo si occupa di teologia, spiritualità e inclusione delle persone transgender nelle comunità cristiane. È coautrice di This Is My Body: Hearing the Theology of Transgender Christians (2016), Transfaith: A Transgender Pastoral Resource (2018) e Trans Affirming Churches (2020). Attualmente è ricercatrice associata al Sarum College e continua la sua attività di formazione e riflessione teologica.
Testo originale: «Leitgedanken für die Seelsorge. Erkenntnisse aus Großbritannien»
Le tre puntate di «Nessuna persona è un problema»:
1/3 – Ascoltare prima di giudicare le persone transgender e intersex
2/3 – La pastorale LGBTQ+ come incontro sacro e spazio sicuro.
3/3 – Come costruire comunità cristiane che accolgono le persone LGBTQ+

