Chi decide che puoi essere te stesso? Ne parliamo con Kilian, un atleta trans italiano


Dialogo di Fabrizio Natali con Kilian, primo atleta trans nel Natural Bodybuilding in Italia
Siamo abituati a un binomio un po’ angusto: integrare fede e omosessualità (maschile). Ma il lavoro di integrazione coinvolge il tutto di noi stessi, per cui si tratta di integrare la fede con la propria corporeità, con l’identità ed espressione di genere, e anche (ma non solo) con il proprio orientamento sessuale. Per introdurre questo vastissimo tema relativo a corporeità, identità e norma, abbiamo deciso di intervistare Kilian, coach e personal trainer, primo atleta trans nel Natural Bodybuilding in Italia.
Che belva ti senti? E perché?
Scelgo un’aquila. Perché per tanto tempo mi sono sentito in gabbia, come se non riuscissi a essere davvero me stesso. Oggi sento che qualcosa sta cambiando. Sto crescendo, sto maturando e sto imparando a conoscermi meglio. Sto imparando a dire di no, a mettere dei confini e a non sentirmi in colpa per questo.
Per tanto tempo Kilian è stato quello insicuro, quello che restava in un angolo con la testa bassa, spesso soffocato dai propri traumi e dalla paura di non essere abbastanza. Oggi non è che tutte quelle paure siano sparite, ma sto imparando a non lasciare più che siano loro a decidere per me.
Scelgo l’aquila perché rappresenta la libertà di prendere la mia direzione, anche quando non so ancora dove mi porterà. Non ho tutte le risposte e ho ancora tanto lavoro da fare su me stesso, ma sento che sto prendendo sempre più forma. E forse, per la prima volta, non sento più il bisogno di avere tutto sotto controllo per andare avanti.
Non sono ancora arrivato dove voglio essere, ma non sono più la persona che aveva paura di venire fuori.
Quali sono gli eventi fondamentali che ti hanno portato ad essere chi sei oggi?
Sicuramente, una delle cose che è cambiata di più è il rapporto con me stesso. Faccio ancora fatica a chiamare “vita” quella che vivevo prima, perché sentivo di non riuscire a vivere davvero, ma semplicemente di andare avanti.
Eppure, non rinnego nulla di quello che sono stato. Anzi, oggi riconosco che aver vissuto nel genere che mi è stato assegnato alla nascita mi ha dato una prospettiva diversa e una consapevolezza che porto con me. La mia esperienza di oggi è profondamente diversa da quella di allora e sono consapevole di avere, sotto alcuni aspetti, un privilegio che prima non avevo. Questo non cancella ciò che ho vissuto, ma mi permette di guardare il mio percorso da un punto di vista più ampio.
La transizione ha avuto un ruolo fondamentale, ma altrettanto importante è stata la decisione di mettermi in gioco, di riprendere in mano la mia vita e di smettere di restare a guardare mentre il tempo passava, senza sentirmi davvero parte di quello che stavo vivendo.
Anche le persone che ho incontrato, quelle positive e quelle negative, mi hanno lasciato qualcosa. Alcune mi hanno aiutato a crescere, altre mi hanno costretto a capire cosa non volevo più per me stesso.
E poi c’è il bodybuilding. È stato un punto fermo, un’ancora a cui aggrapparmi quando facevo fatica a trovare una direzione. Mi ha dato qualcosa su cui concentrarmi, un modo per rimettermi in gioco e, poco alla volta, per ritrovare anche una parte di me.
Non avrei mai pensato che sarei riuscito a gareggiare come primo atleta trans italiano nelle Federazioni Natural e per me questo è oro. Se oggi sono la persona che sono, è anche grazie a tutto quello che ho attraversato. perché ho scelto di non fermarmi a quello che mi è successo e di provare a costruire qualcosa di diverso da lì.
Cos’è per te il bodybuilding?
È imparare a vivere il mio corpo, a riconoscermi in quello che vedo e a trasformare il rapporto con me stesso attraverso il lavoro quotidiano.
Cosa cercano le persone che si rivolgono a te come coach e personal trainer? Qual è il tuo stile nell’accompagnarle?
Le persone che si rivolgono a me cercano obiettivi diversi, ma credo che spesso, oltre a voler cambiare il proprio corpo, cerchino anche un modo diverso di stare con se stesse.
Il mio lavoro parte dall’ascolto. Mi interessa capire chi ho davanti, qual è il suo rapporto con il corpo, quali difficoltà incontra, cosa la frena e cosa desidera davvero raggiungere. Perché dietro un obiettivo fisico ci sono spesso esperienze, insicurezze e bisogni che non si vedono dall’esterno.
Accompagnare qualcuno significa imparare a capire di cosa ha bisogno, rispettare i suoi tempi e costruire insieme un percorso che tenga conto della persona nella sua interezza, non soltanto dei suoi risultati.
Nel mio modo di lavorare c’è anche la mia storia. So cosa significa aver bisogno di essere ascoltati, di sentirsi compresi e di trovare qualcuno che non si limiti a dirti cosa devi cambiare, ma ti aiuti a capire come farlo senza perdere di vista chi sei.
Cerco di essere il coach di cui io stesso avrei avuto bisogno, per ricordarmi che non esiste un unico modo di vivere il proprio corpo, affrontare le difficoltà o raggiungere un obiettivo.
Perché il mio lavoro non è costruire persone tutte uguali. È aiutare ciascuna a trovare gli strumenti per costruire la propria strada, con competenza, consapevolezza e senza sentirsi sbagliata per il punto da cui parte.
Secondo te quali sono gli ostacoli maggiori da affrontare per trovare la propria identità e un rapporto pacificato con il proprio corpo?
Secondo me, uno degli ostacoli più grandi è riuscire a distinguere chi siamo davvero da chi abbiamo imparato a essere per sentirci accettati. A volte ci abituiamo così tanto a guardare noi stessi attraverso gli occhi degli altri che finiamo per non capire più cosa desideriamo davvero. Ci confrontiamo, ci giudichiamo e pensiamo che ci sia sempre qualcosa da cambiare prima di poter stare bene con il nostro corpo.
E non è sempre facile lasciarsi alle spalle un’immagine di noi che magari non ci rappresenta più, ma che per tanto tempo ci ha fatto sentire al sicuro. Cambiare significa anche affrontare l’incertezza, mettere in discussione quello che conosciamo e imparare ad ascoltarci senza avere sempre la necessità di trovare subito una risposta.
Credo che spesso ci mettiamo anche troppa fretta. Vogliamo stare bene, vogliamo arrivare a un punto in cui tutto abbia finalmente senso, ma ci dimentichiamo che certi percorsi hanno bisogno di tempo. E mentre cerchiamo di raggiungere quello che vogliamo, rischiamo di vivere il presente come se fosse soltanto qualcosa da superare.
Forse la difficoltà più grande è proprio imparare a non considerarci incompleti solo perché siamo ancora in cammino. Credo che non dobbiamo avere tutto chiaro per forza, né sentirci bene ogni giorno. Dobbiamo darci la possibilità di capire chi siamo, senza trasformare anche questo percorso nell’ennesima cosa in cui sentiamo di dover essere abbastanza.
Pensando sia alla tua esperienza, sia all’esperienza delle persone che accompagni, che ruolo hanno la fragilità e il fallimento rispetto al proprio percorso di vita?
Credo che la fragilità e il fallimento siano parti fondamentali di ogni percorso, anche se spesso cerchiamo di nasconderli perché ci fanno sentire inadeguati. Nella mia esperienza, e nel lavoro con le persone che accompagno, ho imparato che non sempre possiamo essere forti, avere il controllo o raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati.
A volte il corpo non risponde come vorremmo, altre volte siamo noi a sentirci persi. Ma un momento di difficoltà non cancella tutto quello che abbiamo costruito e, soprattutto, non definisce il nostro valore.
Accompagnare una persona significa anche aiutarla a capire che non deve dimostrare continuamente di essere forte: può fermarsi, avere dubbi e ricominciare, tutto fa parte del percorso l’importante è non considerarsi sbagliati quando succede.
C’è qualcosa che ti colpisce della figura di Gesù di Nazareth? Soprattutto relativamente al tema della corporeità.
Mi fa riflettere sul fatto che il corpo non è solo quello che mostriamo agli altri, ma è anche il posto in cui viviamo tutto quello che siamo, le nostre esperienze, le nostre ferite e quelle difficoltà che a volte non riusciamo nemmeno a spiegare a parole.
Spesso ci fermiamo a quello che vediamo e cerchiamo di capire le persone attraverso le nostre idee e quello che consideriamo normale, dimenticandoci che dietro ogni corpo c’è una storia che non conosciamo. Ognuno ha un rapporto diverso con se stesso, e non possiamo sapere cosa significhi abitare quel corpo se non siamo disposti ad ascoltare davvero la persona che ci sta davanti.
Può capitare che le persone credenti abbiano un rapporto conflittuale con il proprio corpo, spesso legato a sensi di colpa nell’ambito della sessualità. Che consiglio daresti loro per riappropriarsene?
Secondo me, è importante chiedersi da dove nasce il senso di colpa, da qualcosa che sentiamo davvero oppure da quello che abbiamo imparato crescendo. Perché a volte facciamo fatica a distinguere le nostre convinzioni da quelle che ci sono state trasmesse.
Penso che chiunque dovrebbe poter vivere il proprio corpo e la propria sessualità senza sentirsi sbagliatə a priori. L’importante è trovare un modo di stare bene con se stessi, senza essere continuamente in conflitto con quello che si prova.
Penso che non possiamo costruire un rapporto sereno con noi stessi se passiamo la vita a combattere contro una parte di ciò che siamo.
Se dovessi urlare un messaggio al mondo cosa diresti?
Che non dobbiamo passare la vita a diventare bravi a stare dentro le aspettative degli altri. Che possiamo cambiare idea, mettere in discussione quello che ci hanno insegnato, costruirci da zero anche quando nessuno capisce il perché.
Non siamo nati per essere la versione di noi che crea meno disagio agli altri

