Essere una Tenda che accoglie: la storia di Dayana una donna transgender in fuga dal Turkmenistan
Articolo di Elisa Belotti*, pubblicato sul blog Bondings 2.0 di New Ways Ministry (Stati Uniti) l’11 luglio 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Come sanno i lettori e le lettrici di lunga data di Bondings 2.0 (sito di New Ways Ministry degli Stati Uniti) ci occupiamo spesso delle leggi che, in molte parti del mondo, criminalizzano le persone LGBT+ e le sottopongono a pene particolarmente dure.
Lo facciamo per tre ragioni. Anzitutto, perché la Dottrina sociale della Chiesa afferma che la dignità di ogni persona deve essere rispettata e queste leggi rappresentano una grave violazione di tale principio.
In secondo luogo perché, purtroppo, in diversi Paesi alcuni esponenti cattolici sostengono apertamente queste normative repressive. Infine perché, al contrario, vi sono anche molti cattolici che si oppongono con decisione alla criminalizzazione e ai maltrattamenti delle persone LGBT+.
Tra questi vi è stato papa Francesco, che nel 2023 ha affermato che «essere omosessuali non è un crimine» e che le leggi che criminalizzano le persone omosessuali sono ingiuste.
Attraverso Arslan, un uomo omosessuale fuggito dal Turkmenistan, la cui storia di persecuzione era già stata raccontata da Bondings 2.0, l’associazione cattolica LGBT+ italiana La Tenda di Gionata è entrata in contatto con Dayana, una donna transgender di trent’anni proveniente dallo stesso Paese e vittima di persecuzioni simili.
Dayana si trova ora fuori dal Turkmenistan, ma continua a vivere in una situazione precaria e pericolosa. Sta cercando di ottenere asilo per motivi umanitari e spera di raggiungere un Paese disposto ad accoglierla, dove possa ricostruire la propria vita libera dalla discriminazione, dalla violenza e dall’oppressione.
Prima di aiutare queste due persone, Alessandro Previti, con altri volontari de La Tenda di Gionata, aveva già sostenuto altri due giovani omosessuali dell’Asia centrale, Azat, proveniente dal Turkmenistan, e Mansur, originario del Tagikistan, nel loro tentativo di lasciare la regione e trovare un luogo sicuro. Elisa Belotti, collaboratrice di Bondings 2.0, ha parlato con Dayana per conoscere la sua storia.
Quando hai iniziato a comprendere di essere una donna transgender? Che cosa ha significato crescere in Turkmenistan con questa consapevolezza?
Fin dalla nascita ho sentito che avrei dovuto essere una bambina. Durante la gravidanza mia madre era convinta di aspettare una figlia, ma purtroppo alla nascita fui registrata come maschio.
Sin dai primissimi anni ero come una bambina. Giocavo con le bambole, sognavo di diventare una donna e avevo spontaneamente un modo femminile di camminare. Per questo i miei compagni di scuola ridevano di me. Mia madre beveva molto e mi picchiava, sperando così di riuscire a cambiarmi.
Come sono state la tua infanzia e la tua adolescenza?
Sono nata così, eppure le persone continuavano a umiliarmi e insultarmi. Dicevano che non ero neppure un essere umano, ma una specie di creatura aliena.
Mio fratello mi picchiava perché voleva trasformarmi in un ragazzo, ma non ci è mai riuscito. Sono rimasta quella che ero: una ragazza. Mi piaceva truccarmi, cucire abiti e fare tutto ciò che sentivo legato all’essere donna. Questa sono sempre stata io. Ma non sono mai stata rispettata né amata.
Quando hai capito che nel tuo Paese non eri al sicuro?
Nel 2012, quando avevo sedici anni, una compagna di scuola mi invitò alla sua festa di compleanno. Quando arrivai nel luogo dell’appuntamento trovai un uomo adulto, che avrà avuto circa trent’anni. Scoprii che la mia compagna mi aveva venduta a lui: prese il denaro e se ne andò.
Anch’io volevo andarmene, ma l’uomo chiuse la porta a chiave e mi diede dell’alcol. Non so neppure esattamente che cosa fosse. Ero terrorizzata. Poi mi diede una compressa di Tramadol, un potente farmaco oppioide. Si tolse i pantaloni e cominciò a violentarmi.
Urlavo, ma nessuno venne ad aiutarmi. Continuavo a sanguinare e a piangere. Lui mi minacciò, dicendo che avrebbe raccontato tutto ai miei genitori. Io avevo paura di mio fratello e di ciò che avrebbe potuto fare se avesse scoperto quello che era successo.
Due settimane dopo arrivò la polizia e mi portò alla centrale. Mi interrogarono per cinque ore, chiedendomi come conoscessi quell’uomo. Raccontai tutto quello che era accaduto, ma i poliziotti risero di me.
Dissero che non c’era stato alcuno stupro e continuarono a minacciarmi. Mi dissero che non sarei uscita viva dalla prigione. Alla fine fui costretta a dichiarare di essere omosessuale e venni arrestata.
Fui condannata a due anni in una colonia penale minorile. Anche l’uomo che mi aveva sequestrata ricevette una condanna a due anni di carcere.
Che cosa accadde dopo la prigione? Riuscisti a vivere liberamente in Turkmenistan?
Dopo essere stata liberata grazie a un provvedimento di grazia presidenziale, trovai lavoro come cameriera e cercai di ricostruire la mia vita. Ma le molestie non finirono.
La polizia continuava a prendermi di mira perché mi considerava omosessuale. Gli agenti mi deridevano e mi umiliavano. Arrivarono persino a dire al mio datore di lavoro che ero «come una donna», che ero omosessuale e che una persona come me non era degna di lavorare in quel posto.
Fui costretta a lasciare quel lavoro e a cercarne un altro, ma nessuno voleva assumermi perché camminavo e parlavo come una donna. Anche i vicini mi insultavano, chiamandomi omosessuale. Mio fratello continuava a picchiarmi.
Piangevo continuamente. Ci sono stati momenti in cui ho desiderato porre fine alla mia vita, a causa del modo in cui venivo trattata.
Che cosa ti ha spinta a lasciare il tuo Paese e come sei riuscita a fuggire?
Nel 2018, quando avevo ventidue anni, fui arrestata una seconda volta con accuse legate all’omosessualità. Alla fine fui nuovamente liberata grazie a una grazia presidenziale, ma la polizia continuò a perseguitarmi e non mi lasciò mai in pace. Io cercavo comunque di lavorare e sopravvivere.
Nel 2022 fui imprigionata per la terza volta e questa volta scontai l’intera pena. In carcere fui torturata. Mi picchiavano, mi minacciavano con scariche elettriche e mi colpivano con i manganelli.
Le guardie mi dicevano che non sarei mai cambiata e che avrebbero potuto uccidermi in prigione. Anche gli altri detenuti mi picchiavano perché mi comportavo come una donna.
Dopo la liberazione, le persecuzioni continuarono. Alcuni ex detenuti mi minacciavano, dicendomi che non sarei mai riuscita a sopravvivere fuori dal carcere e che presto sarei finita nuovamente dietro le sbarre.
Vivevo sotto una pressione continua. Cominciai a bere, subii altre aggressioni e continuai a essere perseguitata. Quando venni a sapere che le autorità volevano arrestarmi per la quarta volta, capii che non avevo altra scelta: dovevo fuggire dal mio Paese.
Attualmente ti trovi fuori dal Turkmenistan. Per ragioni di sicurezza non diremo dove, ma la tua situazione rimane instabile. Quali sono le principali difficoltà che stai affrontando e che cosa speri di trovare per poter vivere finalmente al sicuro?
Sono lontana dal Turkmenistan da quasi sei mesi, ma non sono ancora completamente al sicuro. Qui sono stata curata per la tubercolosi e attualmente sto seguendo una terapia per l’HIV, che ho contratto quando fui violentata da adolescente.
Il mio unico sogno è vivere liberamente. Vorrei essere libera di mostrarmi come donna, vestirmi come desidero e vivere in pace, senza il pericolo di essere privata della libertà a causa della mia identità.
* Elisa Belotti è una giornalista freelance italiana che si occupa di diritti umani e comunità marginalizzate, con particolare attenzione alle persone LGBT+, alle donne e all’influenza della religione sulla società. È fondatrice e co-conduttrice di Cristianə a chi?, il primo podcast italiano dedicato all’incontro tra cristianesimo, femminismo ed esperienze LGBT+. Ha realizzato inchieste sulla violenza contro le religiose e sulle cosiddette terapie di conversione e cura la newsletter Senza Mulini, dedicata al cristianesimo nel mondo (New Ways Ministry).
Testo originale: Catholic LGBTQ+ Group Aids Transgender Refugee Seeking Asylum
- Chi desidera aiutare concretamente persone LGBTQ+ in situazioni di grave vulnerabilità che stiamo accompagnando con La tenda di Gionata chiediamo una preghiera per chi è ancora in carcere, per chi sta cercando una via di fuga, per chi non ce l’ha fatta e per chi continua, nonostante tutto, a resistere. E chi vuole può fare una donazione al Fondo di solidarietà de La Tenda di Gionata avendo come oggetto “persone LGBT+ in fuga“. Leggi le loro storie su: Due vite. Storie di migranti LGBTQ+

