Quando l’amore gay è un reato. La fuga di Aslan dal Turkmenistan
Articolo di Elisa Belotti*, pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 14 gennaio 2026. Liberamente tradotto da Innocenzo Pontillo de La tenda di Gionata
Da tempo, chi segue il sito statunitense cattolico Bondings 2.0 sa che raccontiamo spesso cosa succede nei Paesi del mondo dove le persone LGBTQ+ vengono criminalizzate e punite duramente dalla legge. Lo facciamo per tre motivi principali. Primo, perché l’insegnamento sociale della chiesa cattolica afferma che la dignità umana va sempre rispettata, e queste leggi la violano in modo gravissimo. Secondo, perché – ed è doloroso dirlo – in diversi Paesi i leader cattolici sostengono apertamente queste leggi disumane.
Terzo, perché esistono anche tanti esponenti cattolici che prendono posizione contro queste norme e contro i maltrattamenti, tra cui papa Francesco che nel 2023 ha disse chiaramente che “essere omosessuali non è un crimine” e che le leggi che criminalizzano le persone omosessuali sono ingiuste.
Oggi però vogliamo raccontare una storia personale. È la storia di un rifugiato gay del Turkmenistan che, a causa del suo orientamento sessuale, è stato perseguitato, imprigionato ed esposto a violenze indicibili, e che ora cerca disperatamente un luogo che lo accolga e che possa chiamare casa.
Arslan (il nome è di fantasia per ragioni di sicurezza) è riuscito a fuggire dal suo Paese, il Turkmenistan, dove i rapporti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso sono illegali.
L’articolo 135 del Codice penale del Turkmenistan punisce l’omosessualità maschile, definita come “sodomia”, con pene fino a cinque anni di carcere. Prima del 2019 la pena era di due anni. In caso di “recidiva” o di rapporti tra due persone, la condanna può arrivare a cinque anni di prigione, più l’obbligo di vivere per cinque o dieci anni in un luogo deciso dal governo.
In Turkmenistan l’omosessualità è considerata anche una malattia mentale. Per questo, le persone sospettate di comportamenti omosessuali possono essere rinchiuse forzatamente in ospedali psichiatrici. Di recente, il Paese ha persino avviato una campagna per individuare e punire gli adolescenti LGBTQ+.
Oggi Arslan è sostenuto dall’associazione cattolica italiana La Tenda di Gionata, mentre sta cercando un Paese accogliente dove poter chiedere asilo.
Di recente ho parlato con lui per farmi raccontare la sua storia, ma vi avviso il racconto è molto forte, contiene riferimenti a violenze, stupri, torture e agli insulti omofobi che ha subito.
Puoi raccontarmi com’è stata la tua infanzia?
Sono nato in Turkmenistan nel 1995, in una famiglia molto povera. Ho dovuto lasciare la scuola per trovare un lavoro. Per tutta la vita sono stato bullizzato dai compagni di classe e dalle persone intorno a me, perché ero “diverso”.
Dicevano che sembravo una ragazza. Ero magro, sempre affamato, sporco, troppo pallido. Le umiliazioni erano di ogni tipo.
Io mi sentivo davvero diverso. Pensavo in modo diverso da tutti quelli che conoscevo. Non capivo cosa mi stesse succedendo, finché a 16 anni non comprai il mio primo telefono cellulare. Andai su internet, un ragazzo gay mi scrisse e in quel momento capii che non ero solo, che esistevano altre persone gay. Fu un sollievo enorme.
Cosa è cambiato nella tua vita dopo questa consapevolezza?
A 18 anni mi sono trasferito nella capitale, Aşgabat. Ho trovato lavoro come cameriere e ho conosciuto un ragazzo. Per la prima volta nella mia vita mi sono innamorato. Abbiamo iniziato una relazione. Con lui ho dato il mio primo bacio, ho vissuto la mia prima esperienza intima. Abbiamo vissuto insieme per quattro anni.
Un giorno la polizia lo ha arrestato e gli ha promesso la libertà se avesse denunciato un’altra persona gay. Ha fatto il mio nome. La polizia mi ha torturato per un giorno intero. Mi picchiavano con manganelli di plastica sulla testa, sui talloni, sui palmi delle mani, chiedendomi di denunciare qualcun altro.
Io urlavo dicendo che non avevano il diritto di picchiarmi, e loro mi colpivano ancora più forte. Alla fine sono stato costretto ad ammettere di essere gay. Solo allora hanno smesso.
Quel giorno hanno arrestato nove persone e ci hanno messi tutti in isolamento. Siamo rimasti lì per cinque giorni, sdraiati sul pavimento di cemento. Non ci davano da mangiare, faceva freddissimo, era sporco e umido. A volte ci portavano in diversi ospedali, dove i medici ci urlavano contro: “Siete dei froci disgustosi! Ci state facendo impazzire, siete sempre di più, dovremmo uccidervi”.
Nel 2018 si è svolto un processo a porte chiuse e siamo stati condannati a due anni in una colonia penale.
Lì eravamo in 72 detenuti, 40 erano come me, condannati per omosessualità. Ci tenevano separati dagli altri in una sezione chiamata “l’harem”, una serie di baracche per quelli che non erano considerati veri uomini, per umiliarci.
In prigione uno dei detenuti, un assassino, mi ha stuprato. Avevo così paura che pensavo mi avrebbe ucciso. È successo cinque volte. Mi sentivo sporco e vuoto. Per questo ho tentato il suicidio ingerendo un mucchio di pillole, ma sono sopravvissuto.
Il giorno dopo mi hanno portato nell’ufficio del direttore del carcere. Mi ha chiesto perché avessi tentato di uccidermi e io gli ho raccontato tutto. Lui mi ha risposto: “Sei solo una puttana. Sei qui perché fai sesso con gli uomini. E allora? Fallo e basta”. E poi ha riso. È stato terribilmente umiliante.
Avevo anche paura perché in prigione molte persone muoiono di AIDS. Lì non ricevono cure e spesso nemmeno sanno di vivere con l’HIV. Il governo del Turkmenistan lo sa, ma fa finta che HIV e AIDS non esistano.
Quando sei uscito di prigione?
Sono stato fortunato perché ho ottenuto un’amnistia. Dopo 11 mesi di carcere mi hanno rilasciato. Pensavo davvero che fosse finita e di essere finalmente libero. Invece no. Io e gli altri ex detenuti siamo stati messi sotto sorveglianza della polizia. Dovevamo presentarci ogni settimana al posto di polizia dove i poliziotti ci umiliavano urlandoci davanti a tutti: “Ecco che arrivano le ragazze!”.
Sono tornato ad Aşgabat e ho trovato un nuovo lavoro come cameriere, ma la gente mi riconosceva. Dicevano ai colleghi e ai miei superiori che ero gay. È successo per anni. Ogni volta ero costretto a scappare dal lavoro e a nascondermi.
Il governo ti ha mai lasciato in pace?
Nel 2021 ho ottenuto la cittadinanza turkmena e subito dopo sono stato ricoverato forzatamente in un ospedale psichiatrico. Quando ho detto che non avevano il diritto di trattarmi così, mi hanno legato al letto e mi hanno minacciato: se avessi continuato a parlare mi avrebbero fatto un’iniezione che mi avrebbe impedito di parlare per sempre. Avevo paura. Sono rimasto lì sette giorni, sconvolto da come i medici trattavano le persone con problemi di salute mentale.
Alla fine hanno ammesso che ero sano e mi hanno dimesso, ma solo per mandarmi direttamente nell’esercito per il servizio militare obbligatorio. Quando ho spiegato che non potevo arruolarmi perché ero stato in prigione, mi hanno accusato di mentire.
Cosa è successo quando sei arrivato all’unità militare?
Facevano domande a tutti: chi aveva una famiglia, chi era stato in un reparto psichiatrico o in prigione. Io ho risposto sinceramente: ero stato sia in un ospedale psichiatrico, sia in carcere. Sono rimasti scioccati e mi hanno mandato in un ospedale psichiatrico militare. Sono rimasto lì 50 giorni, isolato da tutti, dietro una recinzione. Mi davano sei pillole al giorno, ma non so che farmaci fossero.
Quando finalmente sono stato rilasciato, sono tornato nella capitale Aşgabat e ho trovato lavoro come cuoco. Dopo un anno, una persona che era stata in prigione con me ha detto al mio datore di lavoro che ero gay.
Il mio capo era molto religioso e suo fratello era un poliziotto. Quando mi ha chiesto della mia sessualità e del carcere ho negato tutto, ma era già sospettoso, perché non avevo mai avuto una fidanzata e non parlavo mai di donne.
Quello stesso giorno sono andato via dal lavoro. Ma il mio datore di lavoro sapeva dove abitavo e ha iniziato a venire sotto casa, a chiamarmi, a mandarmi messaggi minacciosi, dicendo che mi avrebbero trovato e ucciso. In quel periodo ero a pezzi. Avevo perso ogni fiducia nella vita. Non avevo famiglia, né soldi. Non capivo più perché continuassi a vivere.
Cosa è cambiato?
Ho visto online un video su un’organizzazione chiamata EQUAL PostOst, che aiuta persone come me nei Paesi post-sovietici. Difendono i nostri diritti e aiutano a evacuare le persone LGBTQ+ perseguitate. Grazie a loro ho trovato aiuto e il denaro per ottenere un passaporto internazionale per espatriare dal Turkmenistan.
Ora mi trovo in un Paese sicuro. Ho fatto domanda per un visto umanitario in Francia, ma purtroppo è stata respinta, nonostante avessi prove evidenti della mia condanna e persecuzione perché gay. Perciò al momento non ho alcuna protezione. Potrei essere arrestato in qualsiasi momento e deportato in Turkmenistan, dove rischio la morte o almeno 20 anni di carcere.
Cerco un posto sicuro in un Paese accogliente. Spero di trovare un luogo dove poter vivere senza rischiare la vita. Ma il mio sogno è che si parli sempre di più delle persone omosessuali perseguitate in Turkmenistan, perché è difficilissimo fuggire dal mio Paese e ci sono pochissime prove di quello che sta accadendo davvero.
* Elisa Belotti è una giornalista e saggista italiana collaboratrice di New Ways Ministry e scrive per Bondings 2.0 su temi legati alle persone LGBTQ+, ai diritti umani e alla chiesa cattolica.
Testo originale: The Harrowing Reality of Anti-Gay Laws: One Refugee’s Story

