Mons. Savino: “facciamo camminare la Speranza in tempi oscuri”
Trascrizione dell’omelia di Francesco Savino, vescovo e vice presidente della CEI, pronunciata nella celebrazione eucaristica tenuta nella chiesa del Gesù di Roma per i partecipanti al pellegrinaggio giubilare de “La tenda di Gionata e altre associazioni” il 6 settembre 2025
Fratelli e sorelle, prima di spezzare quanto la parola di Dio ha generato in me e quanto lo spirito ha generato in me mettendomi in ascolto obbediente alla sua azione vorrei invitarvi a guardarvi. Guardatevi! Guardatevi! Siamo un popolo di volti rivolti. Siamo un popolo di storie concrete.
Siamo un popolo di persone che chiedono con dignità e con autenticità e con verità di essere riconosciuti. Ognuno con la sua storia. Ognuno con le sue ferite. Ma ognuno con la sua bellezza; con la bellezza che abita ciascuna e ciascuno di noi, nonostante le nostre fragilità. E ce lo diciamo con un grande senso di responsabilità.
Siamo un popolo di pellegrini di speranza. E vogliamo andare via da questa celebrazione più gioiosi e più speranzosi che mai. Vogliamo andare via convinti che Dio ci ama, di un amore unico e irripetibile, di un amore asimmetrico, di un amore senza condizioni.
Per me, in questa consapevolezza, si radica il vero fondamento della speranza: non una speranza illusoria, che diventa talvolta un anestetico della coscienza, ma quella che sgorga da un amore unico e irripetibile e su di esso poggia. Fratelli e sorelle, facciamo sì che la speranza cammini con le nostre gambe. Ognuno e ognuna, nella propria responsabilità.
Ma tutti insieme custodiamo e portiamo avanti questa speranza, di cui il mondo — e io per primo — abbiamo un bisogno vitale. Lo diceva il grande padre della Chiesa, San Isidoro di Siviglia, quando diceva che nella parola Spes, che è speranza, c’è la parola piede, pes.
La speranza ha sempre a che fare con le nostre gambe, coi nostri piedi. Facciamo camminare la speranza in un mondo di disperazione. Facciamola camminare osando l’aurora, osando l’alba, nonostante il tempo notturno. Ci tenevo a invitare me per primo e tutti noi a constatare che siamo tutti mendicanti di speranza.
Ma per chi crede, la speranza è una storia. La speranza è un nome. La speranza è Gesù di Nazareth, il nostro Messia, il Figlio di Dio. Ed è stato bello, fratelli e sorelle, che l’aspersione con l’acqua battesimale che ha segnato l’inizio della nostra Eucarestia ha permesso ai nostri occhi di scorgere ciò che veramente ci unisce. Che cosa ci unisce?
L’amore di Cristo che regna fra noi donandoci una dignità incancellabile (Gal 3, 26-28). Sottolineo: una dignità incancellabile, come dice l’apostolo Paolo nella lettera ai Galati. «Un piccolo passo in mezzo ai grandi limiti umani può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta, di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà».
Queste parole le ha scritte Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium al numero 44. E queste parole ci ricordano ciò che Dio è capace di realizzare nelle nostre vite, e ciò che lui realizza viene prima di qualunque proposito umano. Dio, solo Dio, il Dio di Gesù Cristo opera per mezzo della sua Chiesa. La plasma per tutti come invito e segno radicato nella comune umanità.
Noi possiamo resistere o assecondare l’opera di Dio che in Cristo si è compiuta ma non si è conclusa. Questo è importante: in Cristo l’opera di Dio si è compiuta ma non si è conclusa. Dio opera ancora. Basta guardarvi in volto. Quanto mi piace guardarvi in volto. Qualcuno piange, qualcuno sorride, qualcuno è triste, qualcuno è speranzoso. Ma i nostri volti sono così. Esprimono i nostri percorsi di vita.
Ora rendiamoci conto di dove siamo e di che cosa stiamo vivendo questa mattina. Per constatarlo e commuoverci. Sì, commuoverci significa lasciarsi muovere dall’agire di Dio che Gesù ha chiamato “il Regno di Dio”. Non c’è altro Vangelo. Non c’è un Vangelo da quello che Gesù ha annunciato. «Il Regno di Dio è vicino», è qui, è in mezzo a noi il Regno di Dio.
Dal principio, evidentemente, questo implica una domanda: «che cosa dobbiamo fare rispetto al Regno di Dio che è in mezzo a noi?». La risposta è quella di sempre: «Convertitevi!». Io mi devo convertire, io per primo. Tutti dobbiamo convertirci, cioè, voltiamoci, guardiamo nella direzione opposta rispetto a quella di prima.
Gli atti degli apostoli documentano questa esperienza come definitoria e definitiva. La Chiesa di Gesù sorge non dall’iniziativa degli apostoli, ma dall’opera di Dio, che Pietro e gli altri apostoli assecondano. La sola ‘dottrina’ cui debbono obbedire gli apostoli riguarda Gesù, il Crocifisso, ora Risuscitato, la pietra scartata dal potere religioso, culturale e politico, ma che Dio ha posto come pietra angolare. Succede così nella storia: che tutti gli scartati, come Gesù, diventano pietre angolari.
Nella pagina scelta per questa Eucarestia abbiamo ascoltato l’espressione di Pietro. Vi invito a riflettere attentamente su questa espressione che meglio esprime il rapporto fra Chiesa e Rivelazione, fra Chiesa e Gesù risorto, fra Chiesa e dottrina. Dice l’apostolo Pietro: «In verità sto rendendomi conto che…»; lasciamoci colpire e convertire da questa parola in cui è rivoluzionato il rapporto con la verità: «In verità sto rendendomi conto che».
Ciascuno di noi – di voi qui presenti, dei vostri familiari, dei vostri fratelli e sorelle, di noi pastori e discepoli del Signore – ciascuno di noi ha avuto nella vita da accogliere o da rigettare una verità vivente. Ricordiamo quello che diceva Papa Francesco: «la realtà è superiore all’idea». Preferendo la realtà al pregiudizio – sottolineo: preferendo la realtà al pregiudizio – Dio può entrare.
Opponendo alla realtà le idee, le idee stesse impazziscono e uccidono. Quante idee hanno ucciso nella storia uomini e donne. È la differenza tra una verità viva e una verità morta. La verità viva fa vivere. La verità morta uccide.
Insieme, tutti insieme allora, possiamo pregare: Gesù, tu sei via, tu sei verità e vita. Perché tu ancora precedi la tua Chiesa, precedi tutti noi, chiedendo a Pietro e al Collegio Apostolico di anteporre la verità viva alla verità morta. Ancora ispira a ognuno di noi, nel suo grado di responsabilità, la parola santa di Pietro: «In verità sto rendendomi conto che».
Signore liberaci, – liberami – da qualsiasi tentazione polemica o ideologica, da una azione preconcetta basata sul pregiudizio, perché solo te vogliamo servire e seguire, così che venga il tuo Regno e nessuno debba più sentirsi escluso.
Nessuno deve sentirsi escluso. Sottolineo: nessuno escluso. Nessuno debba più temerlo come una minaccia, per tutti, tutti, tutti il tuo Regno sia vita della vita. Gesù, via, verità e vita, ancora rendi tua la nostra Chiesa, di cui noi siamo parte.
Fratelli e sorelle carissimi tutti, il modo in cui l’apostolo Paolo parla della legge antica, nella quale era stato formato per tanti anni con grande rigore, può esserci di aiuto. Non c’è alcun dono di Dio che sia stato dato inutilmente. Anche ciò che può nel tempo essere diventato troppo stretto, anche ciò cui dobbiamo dire o gridare “basta“, perché siamo cresciuti e ci fa male, ha pedagogicamente il suo posto. E non solo i doni di Dio, ma io direi anche i nostri peccati; dobbiamo confessarli e scopriamo che possono diventare felix culpa, felice colpa, quando Dio li trasforma da luoghi di morte in punti di partenza.
Questa logica, di cui non approfittare per giustificare il male e le lentezze ingiustificabili, ci porta nel cuore del Giubileo, che è un tempo di riconciliazione e – dovremmo ormai dire – di giustizia riparativa. Lasciatemi condividere con voi un passaggio, una consapevolezza che deve abitarci quando parliamo di Giubileo. Il Giubileo nella tradizione ebraica.
Basti leggere il primo patto, l’Antico Testamento, e basti leggere ciò che Gesù – lo abbiamo ascoltato nel Vangelo poc’anzi – ha proclamato nella sinagoga; quel testo bellissimo del Vangelo di Luca, capitolo quattro. Il Giubileo che cos’era? Che cos’era il Giubileo? Era l’anno della restituzione delle terre a coloro a cui erano state sottratte.
Il Giubileo era la remissione dei debiti e la liberazione degli schiavi e dei prigionieri. Il Giubileo è il tempo in cui liberare gli oppressi e restituire la dignità a coloro a cui era stata negata. Fratelli e sorelle, lo dico con emozione: è l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata [lungo applauso dall’assemblea ].
Mi ha favorevolmente colpito ciò che ha detto e ha scritto l’Arcivescovo metropolita di Madrid, il cardinale José Cobo: «La persona umana e la sua dignità devono essere il punto di riferimento per tutti i cristiani. Le comunità cristiane, anch’esse in cammino e impegnate a evitare ogni forma di ingiusta discriminazione e quei processi che disumanizzano, non possono fermarsi alla sola accoglienza.
Sono chiamate, le comunità cristiane, a promuovere una cultura del dialogo, dell’accompagnamento e della inclusione concreta di chi desidera camminare nella Chiesa. Per questo stiamo aprendo nuove porte, nuovi atteggiamenti pastorali che favoriscano la comprensione e ci aiutino a sentirci tutti pieni di speranza».
È chiaro, fratelli e sorelle, che non si cancella il passato, non si strappano i capitoli dolorosi dalla nostra vita, non si nascondono le proprie stimmate: Dio però salva trasformando. Crediamoci. Dio salva trasformandoci. Gesù, il risorto, riconoscibile dalle sue ferite, è il nome di Dio.
Siamo qui a Roma, sulle tombe degli apostoli, in comunione con Papa Leone XIV, per varcare quella sola porta santa che è Cristo. Egli mi ripete, ti ripete, ci ripete, vi ripete: «Io sono la porta». Per lui si entra nella vita e concretamente – lo speriamo, lo vogliamo – nella vita della Chiesa, che per qualità umana e attenzione reciproca vuole e deve essere anticipazione della vita eterna. Così l’apostolo Pietro ci ha insegnato a ricrederci, l’apostolo Paolo a superarci. Da prima di Cristo a dopo di Cristo: questa è la coscienza di Paolo, questo è il Nuovo Testamento, questo è il giubileo della speranza.
«In Gesù vediamo e da Gesù ascoltiamo che tutto si trasforma perché Dio regna, perché Dio è vicino». Sono le parole di Papa Leone nella veglia di Pentecoste. Lasciatemi aprire una piccola parentesi doverosa. Il 7 agosto ultimo scorso ho avuto un’udienza personale con il nostro Papa, Papa Leone; un incontro che mi ha portato a casa sereno, gioioso, carico di speranza, carico di bellezza. Sì perché – lo dico con molta sincerità – Papa Leone è il Papa dell’ascolto.
Quando avrete un incontro con lui ve ne accorgerete: è un Papa dell’ascolto, è un Papa dalla bellissima spiritualità agostiniana, lui è un figlio di sant’Agostino. E quando ho condiviso con lui che venivo qui a celebrare l’Eucarestia, lui con una grande tenerezza – non è retorica, credetemi – con una grande tenerezza, con una dolcezza, ha detto: «Lei vada a celebrare il Giubileo organizzato dalla tenda di Gionata e delle altre organizzazioni che si occupano di fratelli e sorelle», che siete voi.
Questo mi ha fatto sentire, credetemi, una gioia tipica che è la gioia frutto della fede in Cristo, frutto dell’incontro con Cristo, frutto di una Chiesa paterna e materna. E queste parole di Papa Leone ci aiutano ad entrare meglio, e mi avvio alla conclusione, nella missione liberatrice di Cristo:« Mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai cechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19).
Continuava nella veglia di Pentecoste Papa Leone: «Sentiamo qui il profumo del crisma con cui è stata segnata anche la nostra fronte. Il battesimo e la confermazione, cari fratelli e sorelle, ci hanno uniti alla missione trasformatrice di Gesù, al Regno di Dio. Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara – quando vi amate sentite il profumo di una persona amata, no? Vero? – Così riconosciamo l’uno nell’altro il profumo di Cristo. È un mistero che ci stupisce e ci fa pensare».
Caro Papa Leone, è vero, è così. E anche qui, oggi, questa mattina, in questa chiesa bellissima del Gesù, respiriamo questo profumo, respiriamo questo stupore e ci sentiamo – e concludo – autorizzati a sperare perché capaci di amare fino al dono di noi stessi. Amen.
Che sia così. Buona strada a tutte e a tutti.
✠ Francesco Savino
CELEBRAZIONE EUCARISTICA GIUBILARE: At 10,25-30.33-35.44-48; Sal 29; Gal 3,23-29; Lc 4, 16-21

