Noi cristiani LGBTQ+ al pride: il caso piemontese




Riflessioni di Massimo Battaglio*
Quest’anno, alcuni pride si sono distinti per una pericolosa incapacità tattica. Per correre dietro a leader tanto carismatici quanto autoconvocati, si è paradossalmente teorizzato il gioco a escludere: fuori gli ebrei, fuori i cattolici, fuori quelli che prendono lo spritz col Campari. E’ sembrato che qualcuno volesse vendicarsi dell’esclusione subita da parte della società eteronormativa, provando per una volta l’ebbrezza di escludere qualcun altro. E, esattamente come gli escludenti di professione, se l’è presa con la prima minoranza che gli capitava sotto mano.
Pagheremo questo atteggiamento quando, finita l’ubriacatura neofascista che sta attraversando l’Italia, sarà possibile tornare a parlare di diritti ma noi saremo più occupati a litigare al nostro interno. E la pagheremo tutti, non solo i sedicenti intellettuali litigiosi.
Altri pride, organizzati magari da gruppi giovani in cui la voglia di impegnarsi con semplicità prevale sul primadonnismo, hanno giocato controtendenza: dentro tutti, i sindacati, le pro-loco, i cattolici, chiunque avesse da portare un messaggio positivo.
E’ così che il pride di pride di Asti, ha visto, tra le tante presenze di realtà variegate, anche quella del gruppo cristiano lgbt+ torinese “Il Pozzo di Sicar”, il quale ha potuto così presentarsi e dare il suo contributo tenendo un discorso dal palco. Ne riportiamo il contenuto:
« Ciao a tutte, a tutti, a tutt! Siamo il Pozzo di Sicar, un gruppo di persone cristiane LGBTQ+ del Piemonte, e siamo felici di essere qui con voi oggi, per la quarta edizione dell’Asti Pride.
“Diritti alla felicità”. Quando abbiamo letto il tema di quest’anno, ci siamo fermatə. Perché quella parola — felicità — è una parola che noi conosciamo bene. Non come qualcosa di scontato, ma come qualcosa per cui abbiamo faticato. Come qualcosa che ci siamo dovutə conquistare, dentro di noi, prima ancora che fuori.
Siamo persone omosessuali, bisessuali, trans, non binarie e persone alleate. E siamo anche persone credenti, cristiane, cattoliche e non. Due cose che il mondo — e la Chiesa stessa — ci ha detto per anni che non potevano stare insieme. Due parti di noi che abbiamo imparato, a fatica, a riconciliare.
Il nostro gruppo è nato nel 2019, da un primo nucleo di persone che si sono trovate attorno a una domanda semplice e difficilissima: come si fa a essere cristianə e, allo stesso tempo, vivere pienamente chi si è? Come si conciliano lo Spirito e il Corpo? Come si può stare in una Chiesa che dice di accoglierti, ma solo a patto che tu nasconda una parte di te?
Non abbiamo trovato risposte facili. Ma abbiamo trovato qualcosa di prezioso: una comunità. Una ventina di persone eterogenee — dai 18 anni in su, single e coppie con vent’anni di storia insieme — che ogni mese si siedono attorno a un tavolo e si parlano con onestà. Che si sostengono, discutono insieme e pregano insieme.
Negli anni abbiamo lavorato su temi come l’omofobia interiorizzata, il coming out — con se stessə, con la famiglia, con la Chiesa — la preghiera, la teologia queer, il non binarismo di genere. Abbiamo organizzato eventi, collaborato con la Chiesa Valdese, con associazioni laiche, con parrocchie, con gruppi nascenti di papà e mamme cristian3 di persone LGBT+ come Briciole d’Amore. L’anno scorso abbiamo attraversato la Porta Santa a Roma, come pellegrin3 giubilari LGBTQ+, insieme ad altri gruppi cristiani da tutta Italia.
E siamo statə qui, ad Asti, anche due anni fa. Perché crediamo che la visibilità conti. Che camminare in un corteo Pride come gruppo di persone cristiane sia un atto necessario — per chi ci guarda dalla folla e si chiede se sia possibile essere entrambe le cose, per chi è ancora chius* in un silenzio imposto, per chi non sa che esiste uno spazio come il nostro.
Torniamo allora al tema di oggi: diritti alla felicità. Per noi, la felicità non è astratta. È concreta; è poter portare avanti una relazione senza nascondersi. È poter ricevere l’Eucaristia senza sentirti nel peccato per il semplice fatto di esistere; è poter dire “sono lesbica, sono gay, sono bisessuale, sono trans, sono queer, sono non binary e sono cristian*” senza che nessun* ti chieda di scegliere; è avere una famiglia riconosciuta dalla legge; è non doversi più giustificare per chi si è.
Prima di concludere, vorremmo soffermarci ancora una volta a ricordare Mirko e la sua mamma, uccisi pochi giorni fa dal padre per omofobia. Se ne stanno dicendo di tutti i colori, su di loro, col rischio di ucciderne anche la memoria. Noi vogliamo ricordare Mirko proprio così: una persona che rivendicava il proprio diritto alla felicità. E Katy, la sua mamma, come una donna che trovava la propria felicità cercando di aiutarlo. Mai più!
Questa felicità non può dipendere dalla buona volontà di chi ci sta intorno. Deve poggiare su diritti. Diritti civili, diritti sociali, diritti ecclesiali. E finché quei diritti non ci sono — o non vengono riconosciuti — noi continuiamo a camminare. In corteo, al lavoro, nelle aule universitarie, nelle case delle nostre famiglie e – perché no? – nelle nostre parrocchie.
Se c’è qualcun* qui oggi che si riconosce in quello che abbiamo detto — se siete persone credenti e vi sentite sole nella comunità queer, o vi sentite sole nella vostra comunità religiosa — sappiate che non lo siete. Esiste uno spazio per noi. Il Pozzo di Sicar è uno spazio sicuro aperto a tuttə. Venite a trovarci. Grazie. Buon Pride! »
Confesso che, personalmente, all’inizio temevo che questo discorso, fatto così col cuore in mano, avrebbe potuto suscitare disapprovazione o ilarità in qualcuno. Ho cominciato a tranquillizzarmi vedendo che, nella parata, molti ci battevano le mani e lo facevano con una forza tutta particolare. E mi sono sciolto quando, alle parole “abbiamo attraversato la Porta Santa a Roma”, il battimano è diventato più forte e non si è più fermato.
Il popolo lgbt+, ho pensato, a dispetto di alcuni suoi presunti guru, apprezza chi si dà da fare, più che quelli che ci hanno l’analisi corretta. Simpatizza con chi lotta a partire dai propri ambienti, quali essi siano. E capisce benissimo la differenza tra esporsi a testa alta o conformarsi al mainstream.
Un vecchio amico mi si è avvicinato e mi ha commosso (c’è sempre qualcosa di cui commuoversi in un pride). E’ uno di quegli attivisti in gambissima, che ha compiuto tutta la trafila tipica del gay proveniente dai circuiti parrocchiali: da chierichetto ad animatore, poi catechista e infine mangiapreti. Ha letto il cartello che portavo e mi ha detto: “chissà come sarebbe andata diversamente la mia vita se voi foste esistiti prima”. E son momenti!
* Il presente articolo è stato rettificato su richiesta degli organizzatori del pride di Asti, i quali hanno giustamente fatto rilevare di non aver “caldeggiato” la partecipazione di alcun gruppo in particolare, come, per enfasi giornalistica, era stato scritto nella precedente versione, né mai intende farlo in futuro.

