“Non esiste cura per chi non è malato”. Il cammino di liberazione di Felipe, un pastore gay brasiliano
Articolo di Ranieri Costa pubblicato sul sito UOL Noticias (Brasile) il 29 maggio 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
«Durante gli incontri per curarmi, perché sono gay, mi dicevano che dentro di me c’era lo spirito dell’omosessualità, e che quello spirito era un demonio che mi avrebbe portato alla morte».
Per anni Felipe Freire si è sentito dire questo durante incontri di “cura e liberazione” organizzati in una chiesa e Angelica le brasiliana. Oggi ha 35 anni, è gay, androgino, evangelico ed è pastore della chiesa brasiliana de la Igreja Contemporânea. E soprattutto vive qualcosa di molto diverso da ciò che allora gli avevano prospettato: una fede finalmente riconciliata con ciò che è.
Felipe ha scelto di non rinunciare né alla propria omosessualità né alla propria spiritualità. Ha deciso piuttosto di resistere ai discorsi religiosi che lo volevano diverso per provare a vivere la sua fede con autenticità.
«Mi dai un minuto?». Cominciano spesso così i suoi video sui social brasiliani, dove è seguito da più di 25mila persone. Parla con voce tranquilla, guarda diritto nella telecamera e quasi sempre ha pronta una parola della Bibbia. Lo fa per mettere in discussione convinzioni religiose radicate, ma soprattutto per rivolgersi a chi, come lui, si è sentito messo ai margini.
Felipe si presenta senza nascondersi come pastore evangelico, uomo gay e persona androgina.
Alcuni suoi video hanno superato il milione di visualizzazioni. Ma questa visibilità ha un prezzo.
«Ogni giorno subisco migliaia di attacchi su internet perché sono un pastore gay e androgino. Le persone non lo accettano. Vogliono che io faccia parte di uno schema, ma io non sono stato creato per questo. Sono venuto per fare la differenza».
Felipe ha studiato comunicazione, si è formato in Radio e TV, si è laureato in Psicopedagogia e sta frequentando una specializzazione in Psicologia delle organizzazioni. Ma è nel ministero pastorale, che svolge nella Igreja Contemporânea da più di dieci anni, che dice di avere trovato la propria vocazione più grande. Ed è proprio lì che si intrecciano anche alcune delle ferite più profonde della sua vita.
Quando pregava per essere “liberato”
Per un periodo della sua giovinezza Felipe ha davvero creduto che attraverso la fede avrebbe potuto cambiare il proprio orientamento sessuale. Non fu soltanto un pensiero passeggero. Partecipò più volte a incontri che promettevano una “cura”, sottoponendosi a pratiche che oggi ricorda come dolorose, umilianti e spiritualmente devastanti.
«Quelle esperienze sono state profondamente dolorose e conflittuali. Hanno lasciato in me ferite emotive e spirituali molto profonde, mettendo alla prova la mia capacità di accettarmi e la mia fede. Ho imparato a riconciliare quelle ferite attraverso una comprensione più profonda dell’amore e dell’autenticità. Ho attraversato momenti di totale crudeltà, e proprio quei momenti mi hanno fatto capire che non ho mai avuto alcuna colpa per essere ciò che ero».
Arrivare a questa consapevolezza, però, gli ha richiesto molto tempo.
«C’è stato un periodo in cui ho combattuto interiormente con questa idea, cercando di conciliare il mio orientamento sessuale con la mia fede. È stato un conflitto doloroso che poi mi ha portato verso un cammino di conoscenza di me stesso e di accettazione».
Felipe ricorda ancora con dolore alcune delle cosiddette sessioni di “cura e liberazione” dall’omosessualità.
«Durante quegli incontri molte volte mi chiedevano di digiunare, perché la mia carne morisse e io potessi essere liberato. Ricordo che, durante uno di quei ritiri, alcuni ragazzi camminavano nudi davanti a me per vedere quale sarebbe stata la mia reazione. Quando succedeva, io uscivo immediatamente dalla stanza».
Ogni volta tornava a quegli incontri sperando che accadesse qualcosa, che quella trasformazione promessa finalmente arrivasse.
«Ricevevo preghiere nelle quali spesso venivano fatte delle invocazioni perché, se ci fosse stata qualche possessione maligna su di me, questa venisse fuori. Ma non è mai successo nulla, perché non sono mai stato indemoniato e non sono mai stato malato, come invece tante volte mi avevano detto».
Felipe calcola di aver partecipato a cinque o sei incontri di questo tipo. Nessuna delle “liberazioni” promesse arrivò.
«Sono sempre stato una persona libera e liberata, senza alcuna malvagità, possessione o qualsiasi altra cosa».
Ma tra le esperienze terribili di quegli anni ce n’è una che porta ancora oggi dentro di sé.
«Una delle crudeltà più grandi che mi siano capitate è stata essere abusato sessualmente proprio da una persona della chiesa. È stato molto difficile».
Sono ferite che non sono semplicemente scomparse. Felipe racconta però di averle lentamente trasformate anche grazie all proprio ministero che svolge oggi. E, sorprendentemente, in questo percorso la fede non è stata qualcosa da abbandonare.
«La mia fede è stata essenziale nel mio cammino di accettazione personale. Mi ha guidato verso un luogo di pace e integrità, permettendomi di accogliere completamente ciò che sono senza rinunciare alla mia spiritualità».
Una chiesa nella quale poter essere se stesso
Felipe ha trovato un’altra maniera di vivere il cristianesimo nella Igreja Contemporânea, una comunità evangelica inclusiva con sede a Rio de Janeiro e presente anche in altre città brasiliane, tra cui São Paulo, dove svolge il suo ministero.
«I miei pastori Marcos Gladstone e Fábio Inácio mi hanno sempre accolto. Sono dodici anni che mi dedico a questo luogo nel quale posso essere quello che sono, con pieno sostegno e rispetto».
Per Felipe incontrare una comunità cristiana che non gli chiedesse di combattere contro se stesso ha fatto tutta la differenza. Oggi essere un pastore apertamente gay è diventato parte stessa della sua testimonianza.
«Essere un pastore dichiaratamente gay significa sfidare gli stereotipi e offrire un esempio di amore e inclusione. Significa attraversare un sistema religioso che, purtroppo, continua ancora a uccidere la fede di molte persone come me».
Nonostante le resistenze, Felipe continua.
«L’amore di Dio non conosce limiti e il mio ministero cerca di riflettere proprio questo».
Non significa che sia sempre facile. Gli attacchi sui social sono continui, spesso prendono di mira anche il suo aspetto androgino. Felipe cerca di affrontarli con il sostegno delle persone che gli stanno intorno e prendendosi cura della propria salute mentale.
«Affronto questi attacchi con resilienza e con il sostegno delle comunità di fede. Prendermi cura della mia salute mentale è una priorità costante. E, naturalmente, terapia, terapia e terapia».
Ci sono stati anche momenti nei quali ha pensato di lasciare il ministero.
«Ho attraversato momenti difficili, ma il sostegno degli amici, della famiglia e dei miei compagni di fede mi ha sostenuto. Ricevo moltissimo amore anche da tanti follower, persone che vengono toccate dai contenuti che propongo».
«Questo non mi rende più o meno uomo»
Anche nel modo di vestirsi Felipe rifiuta gli schemi che gli altri vorrebbero imporgli. Ha lunghi capelli chiari, qualche volta indossa scarpe con i tacchi e sceglie vestiti e accessori senza domandarsi se siano considerati “da uomo” o “da donna”.
«Siamo stati cresciuti dentro uno schema che stabilisce cosa appartiene ai maschi e cosa alle femmine. Ma per me questa distinzione non esiste. Indosso vestiti e accessori che esprimono la mia personalità. Questo non mi definisce e non mi rende più o meno uomo».
La sua androginia, spiega, non deve essere confusa con il suo orientamento sessuale. È semplicemente una delle forme attraverso le quali esprime se stesso.
«Sono una persona che, se vede un paio di pantaloni, una camicia, delle scarpe o un blazer e gli piacciono, li indossa. Perché no? Questo non mi definisce!». «Essere pastore significa camminare accanto alle persone»
Quello che Felipe ha vissuto gli ha lasciato una particolare attenzione verso le ferite degli altri. Oggi proprio questa esperienza personale influenza il suo modo di essere pastore.
«La mia esperienza mi permette di offrire uno spazio di comprensione autentica. Essere pastore significa camminare accanto alle persone, aiutandole a trovare pace e integrità nei loro percorsi. Soprattutto significa aiutarle a capire che Gesù le ama e le accoglie così come sono».
Forse per questo, quando gli viene chiesto cosa direbbe oggi a una persona che, come lui in passato, sta cercando di “guarire” dalla propria omosessualità, Felipe non ha bisogno di pensarci molto.
«Non esiste cura per chi non è malato. Abbiate il coraggio di continuare il vostro cammino sapendo che Dio ci ha creati così. Non siamo un errore, né un’aberrazione».
Un messaggio alle Chiese che escludono le persone LGBT+
Ma Felipe non vuole parlare soltanto alle persone LGBT+. Il suo messaggio è rivolto anche alle chiese che continuano a usare il linguaggio religioso per escludere.
«Usano la Bibbia per condannare, parlano di tutto, ma non mettono in pratica il comandamento più grande, che è l’amore per il prossimo. La fede non dovrebbe essere utilizzata come strumento di oppressione».
Anche il semplice fatto che lui sia lì, apertamente gay e androgino, e continui a salire su un pulpito come pastore, diventa per Felipe una contestazione di quella logica.
«Vorrei che le persone mi vedessero come qualcuno che vive la propria fede in maniera autentica, impegnato nell’amore, nella compassione e nell’inclusione».
Il suo desiderio più semplice rimane però quello di poter vivere senza violenza. È qualcosa che Felipe dice di portare anche nella preghiera.
«Vorrei che le persone fossero almeno più rispettose. Ricevo minacce di morte, vengo chiamato con nomi che mi rifiuto di ripetere qui. Se la mia esistenza ferisce qualcuno, credo che sia quella persona a doverci ripensare».
Anni fa Felipe entrava in una stanza e pregava perché qualcuno riuscisse a liberarlo da quello che gli avevano insegnato a considerare uno “spirito di omosessualità”.
Oggi entra in una chiesa come pastore. Non perché sia diventato la persona in cui volevano trasformarlo, ma perché ha imparato, lentamente e dolorosamente, a riconciliare la persona che era sempre stata con il Dio nel quale continua a credere.
Testo originale: Pastor tentou ‘cura gay’ e foi abusado sexualmente por um membro da igreja

