Scoperchiare il tetto per arrivare a Gesù. Chi lasciamo fuori dalle nostre comunità cristiane? (Marco 2,1-12)
Una lettura queer del racconto della guarigione del paralitico nel Vangelo di Marco (Mc 2,1-12).
«Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto» (Mc 2,4).
C’è una scena sorprendente nel Vangelo di Marco. Gesù è tornato a Cafarnao e si trova in una casa così affollata che non c’è più posto, neppure davanti alla porta. Tutti vogliono ascoltarlo. Eppure, proprio quella folla di persone accorse per ascoltare la Parola impedisce a un uomo paralizzato di raggiungerlo.
È possibile che una comunità sia piena di persone credenti e, nello stesso tempo, non lasci spazio a chi ha più bisogno di entrare?
È una domanda che questo brano rivolge anche alle nostre comunità cristiane. Quante volte persone LGBTQ+ desiderose di vivere la propria fede si sono trovate davanti a porte simbolicamente chiuse? Non necessariamente perché qualcuno avesse deciso esplicitamente di escluderle, ma perché le parole, le abitudini, le regole e le aspettative della comunità rendevano difficile sentirsi davvero a casa.
Nel racconto, però, quattro persone non si arrendono. Non chiedono il permesso di passare. Salgono sul tetto, lo scoperchiano e calano il loro amico proprio davanti a Gesù.
È un gesto che rompe gli schemi. Per incontrare Gesù, a volte, bisogna avere il coraggio di aprire un varco dove nessuno aveva previsto un ingresso.
Non è forse quello che hanno fatto tanti gruppi di cristiani LGBTQ+? Quando non esistevano spazi in cui raccontare liberamente la propria esperienza di fede, hanno cominciato a incontrarsi nelle case, a leggere insieme il Vangelo, a pregare, a costruire relazioni e comunità.
Non per allontanarsi dalla Chiesa cattolica o dalle altre Chiese di appartenenza, ma per trovare una strada verso quel Gesù dal quale non volevano essere separati.
C’è poi un particolare decisivo. Marco racconta che Gesù, «vedendo la loro fede», si rivolge al paralitico (Mc 2,5). Non soltanto la fede dell’uomo, dunque, ma anche quella degli amici che lo hanno portato.
La fede, qui, è un’esperienza condivisa. Diventa concreta quando qualcuno sostiene un altro, quando non lo lascia solo davanti agli ostacoli, quando mette le proprie forze a disposizione di chi non riesce a raggiungere Gesù.
Per molte persone LGBTQ+ l’incontro con altri credenti ha rappresentato proprio questo: scoprire di non dover affrontare da sole il difficile rapporto tra la propria identità e la propria fede.
Ma dobbiamo fare attenzione a non trasformare la paralisi dell’uomo in una metafora dell’identità LGBTQ+. Non è l’orientamento sessuale o l’identità di genere ciò da cui una persona deve essere guarita. Il parallelo riguarda piuttosto le barriere che impediscono l’incontro e la solidarietà che permette di superarle.
Quando Gesù dice al paralitico che i suoi peccati sono perdonati, alcuni scribi si scandalizzano. La controversia nasce prima ancora della guarigione fisica: riguarda l’autorità di Gesù di perdonare i peccati (Mc 2,5-10).
Anche questo ci interroga. Quante volte siamo più preoccupati di stabilire chi abbia diritto di accedere alla misericordia di Dio che di riconoscere la fede di chi lo cerca? Alla fine l’uomo si alza, prende la sua barella e torna a casa, davanti agli occhi di tutti (Mc 2,12).
Forse la domanda più interessante, per noi, non è soltanto chi sia il paralitico, ma chi siamo noi in questa storia.
Siamo la folla che occupa tutto lo spazio? Siamo gli scribi che discutono su ciò che Gesù può o non può fare? Oppure siamo gli amici che, pur di non lasciare qualcuno fuori, hanno il coraggio di scoperchiare il tetto?
Forse accogliere non significa soltanto aprire una porta. A volte significa riconoscere che la casa stessa deve cambiare per diventare davvero accessibile.

