Mons. Savino: «Dobbiamo passare da una pastorale organizzativa a una pastorale generativa»
Intervento di mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente per l’Italia meridionale della Conferenza Episcopale Italiana, pronunciato al primo Convegno nazionale degli operatori di pastorale “Buone pratiche di pastorale con persone omoaffettive e transgender” (Roma, Curia generalizia della Compagnia di Gesù, 4 settembre 2026) .
Buongiorno a tutte e a tutti. Sono Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e, da quattro anni, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana. Tra dieci mesi terminerò questo ministero come vicepresidente (un’esperienza senz’altro significativa, di vera e proprio responsabilità. Servizi alla Chiesa molto belli ma qualche volta possono anche, per ovvie ragioni, condizionarti). L’uomo è anche ciò che mangia e, siccome sono le ore 13:00 abbiamo bisogno di mangiare, voglio soltanto fare due constatazioni e, schematicamente, tre velocissime provocazioni.
Le buone pratiche sono nomi, storie e volti
La prima constatazione: devo ringraziare per il metodo che sta caratterizzando questo nostro incontro. Sono molto contento che siamo partiti dalle buone pratiche.
Per chi non lo sapesse, io ho vissuto un’esperienza, a mio modesto parere, bellissima. È stata per me un’esperienza epifanica, una grande rivelazione, quando ho vissuto il Giubileo insieme a tutte quelle persone che mi sono diventate care. Il Giubileo a Roma con le persone omoaffettive, transgender: ascoltare, stare in mezzo, condividere. Per me, ancora oggi, è una delle esperienze più belle che custodisco.
Io mi sono convertito. Diceva Óscar Romero: «Il popolo mi ha convertito». Noi dobbiamo lasciarci convertire dagli accadimenti, dai segni dei tempi, dalle persone, dalle storie, dai volti rivolti, direbbe il grande don Tonino Bello, alla cui scuola mi sono formato per almeno sette-otto anni.
Voglio subito dire che queste buone pratiche che ci sono state raccontate non sono protocolli da archiviare, ma sono nomi, storie di uomini e di donne; sono volti che hanno bussato alla porta delle nostre comunità, a volte con timore, a volte portando ferite profonde, e che per provvidenza hanno trovato qualcuno che ha avuto il coraggio di aprire, di farli entrare, di offrire loro una sedia e un ascolto.
Questa mattina abbiamo ascoltato quattro bellissime storie, con tutti i loro nodi problematici. Ma sono quattro storie che per me diventano paradigmatiche, diventano esperienze dello Spirito ed esperienze di confronto per il mio essere vescovo, ma prima ancora per il mio essere cittadino e credente.
Sono convinto che, quando la Chiesa si fa carne, quando noi ci facciamo carne, il Vangelo torna a essere credibile. Oggi noi abbiamo, come Chiesa, una grande questione: la credibilità.
Se oggi la priorità è la trasmissione della fede e dobbiamo domandarci: chi evangelizza chi? Per me esiste una seconda grande questione che ci accompagna e ci riguarda tutti: la credibilità della Chiesa oggi.
Noi non siamo credibili per tante persone, soprattutto perché anche noi soffriamo, come oggi soffre la politica, di “annuncite”: annunciamo, ma non c’è una coerenza conseguente. Oggi la gente non è più disposta ad accettare le nostre paradossali incoerenze.
Da una pastorale organizzativa a una pastorale generativa
Una seconda constatazione. Devo ringraziare don Luca (Lunardon). Anzi, ti chiedo le slide e il testo della tua riflessione, perché ritengo fondamentale quello che ci hai detto sul principio della pastoralità oggi. Ciò che hai affermato, a mio avviso, attiva un processo di cambiamento della pastorale.
Se la pastorale consiste nel creare le condizioni affinché gli uomini e le donne possano vivere l’incontro decisivo della loro vita, l’incontro con Gesù, spesso ho l’impressione che la pastorale sia diventata più una tecnica, un metodo o un’organizzazione che un’esperienza generativa.
A mio modesto parere, dobbiamo passare da una pastorale organizzativa a una pastorale generativa. Finché le nostre pastorali saranno soltanto organizzative, non genereranno nulla: saranno veramente sterili e rischieranno di diventare pastorali autocentrate, narcisistiche e patologiche. Lo dico con grande sincerità ed empatia!
Una caratteristica fondamentale della pastorale consiste nel comprendere che essa è fatta di relazioni, di incontri e di volti che si incrociano e si intercettano.
Sono molto contento che tu don Luca abbia citato Christoph Theobald. Io ho letto Urgenze pastorali e quel libro ha cambiato positivamente il mio sguardo di pastore, invitandomi a interrogarmi sulla pastorale che facciamo.
Mi permetto di dire che questo modo di “pastorare”, che tu ci hai proposto, va coltivato e fatto maturare. Aggiungo che questo modo di “pastorare” deve anche essere chiesto e invocato nella preghiera, per evitare di diventare neopelagiani (…).
Mi ricordo che, al tempo di Papa Benedetto XVI, cercavo un libro di Karl Rahner. Io amo Karl Rahner. Andai alla Libreria Vaticana e non trovai un solo libro di Karl Rahner. Poi, appena diventato papa Bergoglio, comparvero tanti libri di Karl Rahner. Noi siamo fatti così: seguiamo un po’ le mode. Stiamo attenti!
«È l’ora di restituire dignità a tutti»
Vengo ora a tre piccole provocazioni.
La prima. Mi ha fatto piacere l’ultima riflessione proposta dal confratello nell’episcopato monsignor Dianin, che stimo e che ci ha aiutato molto, anche nella Conferenza Episcopale Calabra, di cui faccio parte, a comprendere quale impostazione dare ai nostri seminari (…). La riflessione attinente la dignità.
Qui tutti noi abbiamo un grande compito. L’ho detto durante il Giubileo: è l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a coloro ai quali è stata negata.
Alle persone omoaffettive è stata negata la dignità di essere persone. Dobbiamo riconoscere che questo è avvenuto anche a causa di certe nostre predicazioni, definite da voi in un certo modo. Non voglio definirle io, altrimenti potremmo aprire un contenzioso …..
Dobbiamo restituire dignità. Al di là di tutte le antropologie, le sociologie, le filosofie e le teologie, qui bisogna restituire dignità alle persone transgender e omoaffettivo.
Una delle persone che ho incontrato nella mia vita e che mi ha convertito – qui c’è anche don Mimmo Chiarantoni (mio vicario parrocchiale) che può confermarlo – è stata una persona transessuale che ha aperto a me, a lui e alla comunità uno sguardo diverso sulla vita.
Aveva come nome d’arte Laura e abbiamo anche pubblicato le sue poesie. È stata una persona transessuale che ha cambiato la mia vita e il mio sguardo sulla vita. L’abbiamo accompagnata quando si è ammalata di AIDS. È morta di AIDS e l’abbiamo seppellita nel cimitero del paese dove vivevo il mio ministero di parroco, a Bitonto, in provincia di Bari.
Allora stiamo attenti: restituiamo dignità a coloro ai quali anche noi l’abbiamo tolta.
I presbiteri omoaffettivi e la paura del giudizio
Una seconda provocazione. Capisco che sto aprendo un capitolo difficilissimo e problematicissimo. Lo dico ai fratelli presbiteri e ai fratelli vescovi: non è forse giunta l’ora di aiutare i presbiteri omoaffettivi a non vivere il loro ministero in maniera bloccata e blindata, carichi di paure e del timore di essere giudicati?
Provo a dirvelo con molta sincerità e lo dico come lezione per me stesso: io dialogo molto con i preti omoaffettivi, aiutandoli a essere se stessi.
Ci sono fratelli presbiteri omoaffettivi: qual è il problema? Dice un grande monaco di Bose, padre Giancarlo Bruni, Servo di Maria, che l’importante è che sia gli eterosessuali sia gli omosessuali cerchino di essere coerenti e fedeli a ciò che hanno promesso nel giorno dell’ordinazione. Punto.
C’è troppo pregiudizio, ci sono troppi pregiudizi. Io vedo fratelli presbiteri omosessuali che vivono nella paura del giudizio e nel timore di essere scoperti perché sono omosessuali. Spesso vivono una solitudine enorme.
Non contrapponiamo i diritti civili ai diritti sociali
Una terza provocazione. Io sono molto amareggiato, arrabbiato, con qualche politico che, pur di conquistare miseramente qualche voto in più, ha rimesso al centro la cosiddetta questione woke, dicendo: «No, questo è un tema che deve essere escluso dalla politica».
Se nel terzo millennio torniamo alla contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali, non ne usciamo più e riportiamo indietro le lancette della storia, verso i periodi più bui della nostra Repubblica italiana e dell’Europa.
Stiamo attenti, ve lo dico: stiamo attenti! Lo dico anche a me stesso.
Non contrapponiamo i diritti civili ai diritti sociali. Sono entrambi diritti fondamentali della persona.
I diritti sociali sono importanti quanto i diritti civili, perché, se torniamo a contrapporli, la civiltà diventa soltanto una parola del vocabolario e la democrazia compie dei passi indietro.
Grazie a tutti voi.

