Con la nostra vita testimoniamo nella chiesa che il nostro amore ha la stessa dignità di ogni altro amore
Testimonianza di Fabiana e Luana del gruppo cristiani LGBT+ Sicilia durante la veglia di preghiera “chiesa casa per tutti, a partire dalle frontiere” ai partecipanti al pellegrinaggio giubilare de “La Tenda di Gionata e le altre associazione” nella chiesa del Gesù di Roma il 5 settembre 2025
Siamo Fabiana e Luana. Ci siamo innamorate quattro anni fa, durante un incontro di cristiani LGBT. La nostra storia è iniziata come tante, uno sguardo che ha fatto battere il cuore più forte del solito. Ci siamo piaciute, conosciute, e pian piano abbiamo deciso di camminare insieme, alimentando ogni giorno il nostro amore.
Nella nostra relazione la fede è un aspetto importante e nella quotidianità cerchiamo di conoscere e seguire la volontà di Dio sulla nostra vita, considerandoci una il dono dell’altra. Per questo motivo ci viene difficile accettare che il nostro amore possa essere visto come un peccato.
Chissà come si sarà sentito Bartimeo quando, nel desiderio di incontrare Gesù, veniva rimproverato perchè tacesse. Anche noi abbiamo sperimentato il giudizio e il rimprovero delle persone: non dobbiamo dare fastidio, non dobbiamo esistere, dobbiamo continuare a stare ai bordi della strada, invisibili, per non turbare nessuno, per non interrogare la coscienza di chi, dall’alto della propria integrità, onora il Signore.
Come quella volta, quando ho presentato Fabiana al mio parroco. Lui, dopo aver ascoltato con attenzione, ha cercato parole di accoglienza, ma ciò che ci è rimasto di quel colloquio è stata la sua raccomandazione di non dire nulla alla comunità, perché non era pronta per affrontare questo tema. È meglio tacere, rimanere invisibili.
Oppure quando eravamo sedute in un bar insieme a un mio amico consacrato che non vedevo da tempo. Volevo presentargli Fabiana, raccontargli della nostra storia d’amore. Infatti quando nella vita succede qualcosa di bello, il primo istinto è quello di condividerlo con le persone care.
Parlavamo del più e del meno, finché lui, con tono affettuoso, decide di darmi un consiglio: “Forse quella foto sul tuo profilo social, in cui vi baciate, è troppo. Sarebbe meglio evitare certe esternazioni.” Quelle parole, pur dette con dolcezza, mi sono cadute addosso come un’ombra improvvisa. Come se il nostro amore dovesse restare nascosto, dietro una tenda tirata, lontano dagli sguardi, come qualcosa di cui non parlare. In poche parole, ci veniva chiesto di nasconderci.
In questi e in altri momenti ci siamo sentite come Bartimeo, zittite da una Chiesa che ci vorrebbe ai margini. Una Chiesa che guarda le nostre mani intrecciate con imbarazzo, che considera i nostri baci, casti, teneri, come qualcosa che non dovrebbe mai vedere la luce del sole.
Eppure, come Bartimeo, noi gridiamo con la nostra vita che il nostro amore ha la stessa dignità di ogni altro amore.
Sentiamo che il nostro rapporto ci completa, non perché siamo due metà da riunire, ma perché ci aiutiamo a vicenda a diventare più intere. Dove non arrivo io, arriva lei, e viceversa. Il nostro amore è un timido, ma autentico, riflesso dell’amore di Dio, che ci accoglie e ci ama così come siamo.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni, è che bisogna avere accanto qualcuno che ti aiuta a diventare migliore.
Come molte coppie cristiane, anche noi sentiamo il desiderio di formarci insieme nel cammino della fede. Per questo da due anni, partecipiamo a un percorso di Lettura Popolare della Bibbia, accompagnate da coppie di genitori di persone LGBT. Persone che prima guidavano corsi prematrimoniali nelle loro parrocchie, e oggi sentono che Dio li chiama a essere dono anche per noi. Grazie a questa esperienza maturiamo sempre di più la consapevolezza che io e Luana siamo chiamate come coppia a vivere una vita di fedeltà, cura reciproca e donazione.
Ed è proprio dentro questo cammino che abbiamo compreso quanta ricchezza possiamo essere per la Chiesa.
Non siamo un’eccezione da tollerare o un problema da gestire. Siamo una presenza viva, una parte del corpo della Chiesa. Portiamo con noi un’esperienza profonda di fede che resiste nonostante il rifiuto, una testimonianza di amore che fiorisce anche dove tutto sembra dirci che non ne abbiamo diritto. Siamo ricchezza perché essere minoranza ci dà occhi nuovi per guardare il dolore altrui. Ci rende capaci di comprendere chi resta ai margini, perché quando sei stato ai margini, impari a guardare con occhi diversi chi ancora oggi resta escluso.
Per questo, il nostro sogno è che un giorno l’amore tra due persone dello stesso sesso, vissuto nella fedeltà e nella fede, possa essere riconosciuto dalla Chiesa come segno della presenza di Dio. Nel cuore del Giubileo, la nostra speranza è quella di essere guardate con gli occhi di Gesù, che non passa oltre, ma si ferma. Che non zittisce, ma ascolta. Che non ha paura di toccare, di accogliere, di benedire.
Come Bartimeo, anche noi gridiamo affinché gli occhi della Chiesa si posino su di noi e ci riconoscano discepole amate, parte viva di questo cammino.

