La libertà di essere delle persone transgender cristiane
Riflessioni di Nicolete Burbach* pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 25 febbraio 2026. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata.
Nel suo libro The Fall of the Prison (La caduta della prigione) del 1993, il teologo avventista del settimo giorno Lee Griffith sostiene che nel Nuovo Testamento la prigione è associata ai poteri del peccato e della morte. Secondo Griffith, l’immagine della prigione richiama lo Sheol, il regno dei morti, dal quale Cristo viene a liberarci.
La parola usata per indicare l’ingresso dello Sheol è bôr: lo stesso termine che indica la fossa, la cisterna, il luogo in cui venivano gettati i prigionieri e che significa anche tomba. Anche la sepoltura di Cristo richiama questa esperienza di incarcerazione.
Nel Vangelo di Luca 4,18-19 Gesù proclama: «Mi ha mandato a proclamare ai prigionieri la liberazione». Nel mondo antico, quando un re saliva al trono, spesso liberava dei detenuti come gesto pubblico di giustizia e misericordia.
Anche nella tradizione ebraica la liberazione degli schiavi avveniva in occasione del sabato e degli anni giubilari. Era un modo per ricordare che Dio aveva liberato Israele dall’Egitto.
Quando Gesù pronuncia quelle parole, quindi, non parla solo in senso spirituale. Sta dicendo che la liberazione è concreta, politica, reale. Non solo metafora. Non solo anima. Anche corpo, anche strutture.
Per questo torno spesso a Griffith. Perché oggi molte persone trans vengono gettate nel bôr. In prigioni vere, come accade a donne trans razzializzate, a persone che fanno sex work, a persone migranti.
In alcuni contesti, come negli Stati Uniti, si sono riaccesi i riflettori su pratiche che rasentano lo sfruttamento e la schiavitù. Anche nel Regno Unito il sistema carcerario presenta gravi criticità per le persone trans. Ma non si tratta solo di celle con sbarre. Ci sono altre forme di imprigionamento.
Nel Regno Unito, in poche settimane, si sono verificate tre decisioni che hanno avuto un impatto pesante sulla vita delle persone trans.
La prima riguarda una reinterpretazione dell’Equality Act 2010. Una legge nata per tutelare i diritti umani è stata letta in modo tale da permettere l’esclusione delle persone trans da spazi separati per sesso e da autorizzare, di fatto, i datori di lavoro a fare lo stesso. In pratica, strumenti giuridici pensati per proteggere diventano porte che si chiudono. Si restringe l’accesso alla vita pubblica. Si restringe la possibilità di esistere nello spazio comune.
La seconda riguarda una proposta di linee guida per la tutela degli studenti nelle scuole. Secondo diverse studiose e studiosi, queste indicazioni introdurrebbero restrizioni drastiche alla transizione sociale degli studenti, limitazioni nell’uso dei bagni e nella partecipazione allo sport, e perfino una censura del termine “trans”. Questo rischia di trasformare le scuole in luoghi di controllo e stigmatizzazione, con conseguenze pesanti sulla salute mentale e sul benessere delle giovani persone trans.
La terza riguarda l’accesso ai bloccanti della pubertà. Dopo il divieto della prescrizione regolare nel 2024, i minori potevano accedervi solo entrando in una sperimentazione clinica. Anche questa possibilità è stata sospesa per i minori di 14 anni. Per molte famiglie e per molte giovani persone trans questo significa restare senza strumenti medici ritenuti fondamentali per il proprio equilibrio e la propria salute.
Tribunali, scuole e sistema sanitario diventano così, di fatto, strumenti di contenimento. Strumenti che limitano la libertà di vivere una vita trans riconosciuta e sostenuta. Alcuni nella chiesa cattolica guardano con favore a queste misure.
La dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede Dignitas Infinita del 2 aprile 2024 afferma che la natura umana possiede una “dignità ontologica” intrinseca, perché creata e amata da Dio.
Nel documento, il rispetto della natura viene legato anche al rispetto di ciò che viene inteso come natura maschile o femminile. La transizione di genere viene presentata come un rifiuto di tale natura. In questa prospettiva, impedire la transizione sarebbe un modo per “proteggere” la natura e dunque la dignità della persona.
Molte persone cristiane trans leggono la situazione in modo diverso. Per loro, la transizione non è un rifiuto della propria natura, ma una risposta alla propria natura come persone trans.
Per alcune significa dare forma a un’identità di genere profonda; per altre significa riconoscere che la propria esperienza corporea e identitaria non rientra negli schemi dominanti. In questa visione, la transizione è espressione di ciò che sono. È un modo di abitare il proprio essere.
Se è così, allora negare la transizione significa negare valore alla persona in quanto tale. Significa colpire la sua dignità ontologica. E negare la libertà di transizione significa negare la libertà di esprimere la propria natura. Significa negare la libertà di essere.
Qui ritorna l’immagine biblica: la prigione e la tomba si sovrappongono. La pietra viene rotolata davanti all’ingresso. Non è solo limitazione. È una forma di cancellazione, un tentativo di far cessare l’esistenza sociale e simbolica.
Eppure, c’è speranza.
Nel libro Black Theology and Black Power (1969), James Cone scriveva che la struttura della società bianca tentava di trasformare l’“essere nero” in “non-essere”. Di fronte a questo, proponeva il Black Power come affermazione dell’essere, come “coraggio di essere”.
Anche per le persone trans la scelta di lottare per la propria libertà è già un atto di esistenza. Anche quando la libertà piena non è ancora raggiunta, il semplice decidere di affermare sé stessi è un modo di essere al mondo.
Quando Cristo annuncia la liberazione ai prigionieri, annuncia anche la liberazione di chi oggi è rinchiuso in sistemi che negano il suo essere. Come scrive Griffith commentando Efesini 4,8, Cristo ha “catturato la prigionia”: le potenze della morte non hanno l’ultima parola.
Chi è morto avrà restituito il proprio essere. E chi vive… può sentirsi ancora nella cella, ma la pietra è già stata rotolata via. Cristo annuncia che i muri della prigione sono spezzati. Tocca a noi attraversare la soglia. Tocca a noi, insieme, continuare ad abbatterli.
* Nicolete Burbach è teologa e ricercatrice. Il suo lavoro si concentra sull’incontro tra teologia cristiana e realtà delle persone trans, con l’obiettivo di aiutare la chiesa cattolica e le comunità cristiane a comprendere e accompagnare in modo più giusto e consapevole le vite delle persone trans.
Testo originale: The Freedom to Be Trans

