Le due vite di San Marino: quando la santità medievale attraversa il genere
Che cosa succede se proviamo a rileggere alcune vite dei santi medievali senza partire dal presupposto che tutte le persone del passato dovessero necessariamente rientrare nelle nostre categorie di maschile e femminile?
È una delle domande che attraversano il saggio Trans and Genderqueer Subjects in Medieval Hagiography (Soggetti trans e genderqueer nell’agiografia medievale), curato da Alicia Spencer-Hall e Blake Gutt e pubblicato da Amsterdam University Press nel 2021. Un libro che mette insieme studiose e studiosi di storia, letteratura, religione e studi transgender per tornare a leggere vite di santi e sante che, per secoli, sono state raccontate soprattutto attraverso formule come «donne travestite da uomini», «sante in abiti maschili» o semplicemente come curiose eccezioni alla norma.

Il punto del volume non è sostenere semplicemente che nel Medioevo esistessero le stesse identità e le stesse parole che utilizziamo oggi. Gli stessi curatori sono molto più prudenti. Propongono invece di domandarsi se le esperienze raccontate dalle fonti medievali possano avere delle risonanze trans, cioè se possano mostrarci persone che hanno attraversato, contestato o trasformato il genere che il loro ambiente aveva assegnato loro.
È un cambio di prospettiva importante. Perché per molto tempo, osservano i curatori, gli studi queer sul Medioevo si sono concentrati soprattutto sulla sessualità. Questo volume sposta invece lo sguardo sull’identità di genere, sul corpo, sui nomi, sull’abbigliamento, sul modo in cui una persona viene riconosciuta dagli altri e soprattutto sul modo in cui riconosce se stessa (Spencer-Hall e Gutt, “Introduction”, in Trans and Genderqueer Subjects in Medieval Hagiography, 2021, pp. 11-40).
Dentro queste pagine incontriamo Juana de la Cruz, Eufrosina/Smaragdo, le raffigurazioni medievali del corpo di Cristo, il patriarca Ignazio, Tristan de Nanteuil e numerose altre figure. Ma uno dei capitoli più provocatori, anche dal punto di vista teologico, è quello dedicato a san Marino monaco.
Una medievalista trans rilegge san Marino
Il capitolo si intitola The Authentic Lives of Transgender Saints: Imago Dei and imitatio Christi in the Life of St Marinos the Monk (Le vite autentiche dei santi transgender. Imago Dei e imitatio Christi nella vita di san Marino monaco) ed è scritto da Gabrielle M.W. Bychowski*, studiosa di letteratura medievale e di storia transgender.
Bychowski insegna e svolge attività di ricerca alla Case Western Reserve University negli Stati Uniti. Il suo lavoro intreccia studi medievali, transgender studies, disability studies e studi critici sulla razza. Ha pubblicato numerosi contributi sulla presenza e sulle risonanze delle esperienze trans nella letteratura medievale ed è stata anche co-curatrice di lavori dedicati al transfemminismo medievale (Columbia University, Trans Disruptions: The Future of Change Conference, profilo di Gabrielle M.W. Bychowski).
Il suo approccio a san Marino nasce anche dalla sua esperienza di studiosa trans. E forse proprio per questo la domanda che rivolge al testo medievale è differente da quella posta da molti studiosi prima di lei: e se Marino non si fosse semplicemente “travestito” da uomo per poter entrare in monastero?
E se quella vita maschile fosse invece il modo attraverso cui Marino riuscì a vivere ciò che sentiva profondamente di essere?
La storia di Marino
La tradizione agiografica racconta di una persona assegnata femmina alla nascita che, quando il padre Eugenio decide di entrare in monastero, vuole seguirlo. Assume un nome maschile, Marino, si taglia i capelli, veste l’abito monastico maschile e viene accolto come monaco.
Da quel momento vive all’interno di una comunità di uomini e viene conosciuto dagli altri come uomo e come monaco.
A un certo punto, però, la figlia di un oste rimane incinta e accusa Marino di essere il padre del bambino. Marino non rivela il proprio corpo per dimostrare che quell’accusa è impossibile. Viene espulso dal monastero, accetta di prendersi cura del bambino e vive per anni fuori dalle sue porte.
Soltanto dopo la sua morte, mentre i confratelli preparano il corpo per la sepoltura, scoprono che Marino non aveva l’anatomia che avevano sempre immaginato. Comprendono allora che l’accusa era falsa e che il monaco aveva sopportato per anni una condanna ingiusta. Il superiore del monastero cade davanti al suo corpo e chiede perdono (M.W. Bychowski, “The Authentic Lives of Transgender Saints”, 2021, pp. 245-266).
Questa storia non era affatto sconosciuta nel Medioevo. La tradizione della Vita di san Marino circolò in diverse versioni e Bychowski concentra la sua attenzione soprattutto su un’antica versione greca conservata in manoscritti del Monte Athos, particolarmente interessante perché conserva dialoghi che le versioni successive hanno spesso abbreviato o eliminato (Bychowski, 2021, pp. 251-252). Ed è proprio uno di questi dialoghi a cambiare profondamente la lettura della vicenda.
Non semplicemente degli abiti da uomo
Nella lettura tradizionale Marino sarebbe una donna che decide di «travestirsi» da uomo per poter accedere a uno spazio altrimenti proibito alle donne: il monastero maschile. Bychowski invita invece a osservare quello che il racconto effettivamente mette in scena.
Marino non assume un’identità maschile soltanto per qualche giorno. Non la abbandona una volta entrato in monastero. Non torna alla precedente identità neppure quando sarebbe enormemente conveniente farlo: perfino quando viene accusato di aver messo incinta una donna e rischia di perdere tutto, continua a vivere come Marino.
Nome, abito e vita monastica non vengono quindi interpretati da Bychowski semplicemente come una maschera. Sono piuttosto il modo attraverso cui qualcosa che Marino porta dentro di sé diventa visibile.
Ed è qui che la studiosa introduce uno dei passaggi più suggestivi del capitolo: «Non si nasce monaci: si diventa monaci» (M.W. Bychowski, 2021, p. 258).
La frase richiama volutamente un linguaggio che oggi associamo alla riflessione sul genere. Ma serve soprattutto a ricordarci che persino il Medioevo conosceva identità che non erano considerate semplicemente determinate alla nascita. Essere monaco significava lasciare una condizione precedente, ricevere un nuovo abito, entrare in una nuova comunità, assumere nuove relazioni e spesso anche un nuovo nome.
Per Marino, sostiene Bychowski, questo passaggio religioso e quello di genere diventano difficili da separare.
L’immagine di Dio dentro di noi
Qui il capitolo diventa esplicitamente teologico. Bychowski mette la vicenda di Marino in dialogo con l’imago Dei, la convinzione cristiana secondo cui ogni essere umano è creato a immagine di Dio.
Normalmente si potrebbe pensare che il problema di Marino sia il contrario: il mondo gli assegna un’immagine, mentre lui tenta di sottrarsi ad essa. Bychowski distingue allora tra imago Dei e ciò che chiama imago mundi.
L’imago mundi è l’immagine che il mondo costruisce di noi: ciò che gli altri decidono che dovremmo essere a partire dal nostro corpo, dalle convenzioni e dalle aspettative sociali. L’imago Dei è invece l’immagine più profonda della persona, quella che rinvia alla sua origine in Dio.
Nella lettura proposta da Bychowski, il percorso di Marino non consisterebbe quindi nel nascondere la propria vera identità. Sarebbe quasi l’opposto: Marino cerca di rendere visibile qualcosa che il mondo non riesce ancora a vedere.
La sua transizione diventa così, nella lettura della studiosa, non una falsificazione ma una ricerca di autenticità. Bychowski arriva a collegare questa idea al lavoro di Magnus Hirschfeld, uno dei pionieri degli studi moderni sulle persone transgender. Già nel 1910 Hirschfeld citava proprio la storia di Marino nel suo Die Transvestiten (I travestiti), cercando di spiegare che gli abiti possono essere non tanto un travestimento quanto l’espressione esteriore di qualcosa che la persona percepisce profondamente dentro di sé (Magnus Hirschfeld, Die Transvestiten, 1910; Bychowski, 2021, pp. 245-253).
Per questo Bychowski propone l’espressione imago transvesti: una categoria teorica che mette in dialogo l’antico linguaggio cristiano dell’imago Dei con la storia moderna degli studi trans.
Non significa che i cristiani medievali parlassero di «identità transgender» come facciamo noi. Significa chiedersi se una vita come quella di Marino possa raccontare il tentativo di portare alla luce, attraverso il corpo e la vita concreta, un’identità percepita come profondamente vera.
Imitare Cristo vivendo la propria verità
Ma la riflessione di Bychowski compie un altro passo. L’agiografia cristiana non raccontava le vite dei santi soltanto perché fossero ammirate. Le raccontava perché qualcosa della loro vita potesse essere imitato.
Da qui l’imitatio Christi: il santo è tale perché, in qualche modo particolare, rende visibile Cristo e invita gli altri a seguirne l’esempio. Ma se la vita maschile di Marino fosse soltanto un inganno necessario, cosa dovremmo imitare di lui?
Bychowski rovescia la questione. Ciò che può essere imitato non è necessariamente il suo genere. È il suo tentativo radicale di vivere secondo quella verità interiore che riconosce come proveniente da Dio, anche quando il mondo non riesce a comprenderla.
Da qui nasce l’altra espressione proposta dalla studiosa, imitatio transvesti: l’autenticità vissuta dal santo può produrre negli altri un cambiamento. È esattamente ciò che accade alla fine della storia.
Dopo la morte di Marino, sono gli altri a dover cambiare: il superiore deve riconoscere di aver giudicato ingiustamente; l’oste deve fare i conti con l’accusa falsa; la donna che aveva accusato Marino deve confessare la verità.
Non è Marino a essere finalmente corretto dalla comunità. È la comunità che scopre di essersi sbagliata su Marino. Per Bychowski questo particolare è fondamentale: la santità di Marino finisce per mettere in crisi l’immagine che gli altri avevano costruito di lui.
Una santità che parla anche al presente
Il capitolo non pretende di chiudere la discussione storica dichiarando semplicemente: «Marino era transgender» nel significato preciso che questa parola possiede nel XXI secolo. La domanda posta dagli studi trans medievali è più interessante: perché dovremmo presumere automaticamente il contrario?
Perché una persona che assume un nome maschile, vive come uomo, viene riconosciuta come uomo dalla propria comunità, trascorre la maggior parte della vita in questa condizione e non la abbandona neppure davanti alla persecuzione dovrebbe essere interpretata esclusivamente come una donna travestita?
Sono domande che costringono anche chi legge oggi a riconoscere quanto le nostre categorie influenzino il modo in cui leggiamo il passato. E forse il cuore dell’intero capitolo sta proprio nella parola autenticità.
Verso la conclusione Bychowski scrive: «L’autenticità è uno dei modi con cui raccontiamo le nostre storie e la nostra storia» (M.W. Bychowski, 2021, p. 262). Riletta così, la storia di san Marino smette di essere soltanto la curiosa vicenda medievale di una «donna vestita da uomo».
Diventa una domanda rivolta anche alle nostre comunità cristiane: chi stabilisce quale sia l’immagine autentica di una persona? Quella imposta dallo sguardo degli altri? Quella che ricaviamo immediatamente da un corpo? Oppure può esserci qualcosa di più profondo, che una persona scopre nel proprio cammino e che chiede di essere riconosciuto?
Bychowski non offre una risposta semplice. Ma propone di prendere sul serio una possibilità che per molte persone transgender credenti è decisiva: che il percorso verso la propria autenticità non debba necessariamente essere letto come una fuga da ciò che Dio ha creato.
Potrebbe essere, al contrario, un faticoso cammino per portarlo finalmente alla luce.
* Gabrielle M.W. Bychowski è una studiosa transgender di letteratura medievale, transgender studies e disability studies. Ha conseguito il dottorato in letteratura inglese alla George Washington University e ha insegnato alla Case Western Reserve University, dove il suo lavoro si è concentrato anche sulla storia transgender e intersex, sulla disabilità, sul razzismo e sulla letteratura medievale. Ha pubblicato numerosi studi sulle esperienze e sulle rappresentazioni trans nella cultura medievale.
Riferimenti bibliografici: M.W. Bychowski, “The Authentic Lives of Transgender Saints: Imago Dei and imitatio Christi in the Life of St Marinos the Monk”, in Alicia Spencer-Hall e Blake Gutt (a cura di), Trans and Genderqueer Subjects in Medieval Hagiography, Amsterdam University Press, Amsterdam 2021, pp. 245-266. Il capitolo è disponibile on line in lettura gratuita.

