Quando la Chiesa cattolica cammina con le persone LGBTQ+. Da Roma esperienze e buone pratiche

Riflessioni di Innocenzo Pontillo, volontario del Progetto Gionata
«Qui c’è dell’acqua. Che cosa impedisce che io sia battezzato?» (Atti 8,36). Il primo Convegno nazionale degli operatori di pastorale, intitolato “Buone Pratiche di Pastorale con Persone Omoaffettive e Transgender”, si è aperto il 4 settembre 2026 a Roma, nell’aula della Curia generalizia della Compagnia di Gesù, proprio con questa domanda dell’eunuco etiope. Una domanda antica, ma ancora piuttosto scomoda per noi cattolici, che talvolta sembriamo molto più bravi a trovare ostacoli che a coinvolgere davvero le persone nella vita delle nostre comunità cristiane.
Ad accogliere i partecipanti è stato padre Antoine Kerhuel SJ, segretario della Compagnia di Gesù. Vedendo la sala riempirsi di quasi duecento operatori pastorali provenienti da tante diocesi italiane, insieme a una decina di vescovi, si aveva la sensazione che qualcosa di grande si fosse già mosso. Operatori pastorali giunti da tutt’Italia che non erano lì per l’ennesimo convegno sulle persone LGBT+, magari raccontate come casi pastorali da esaminare con prudenza e possibilmente a distanza di sicurezza. Ma erano lì per parlare di buone pratiche, cioè di ciò che alcune Chiese locali stanno già facendo insieme alle persone LGBT+ e alle loro famiglie.
A introdurre i lavori è stato don Gianluca Carrega, referente per la pastorale con le persone LGBT+ dell’arcidiocesi di Torino, che ha pronunciato una frase di una sincerità disarmante: nella Chiesa cattolica «tante volte partiamo con degli ottimi principi, però poi, quando si tratta di realizzarli, facciamo una grande fatica». Ma don Gianluca ha aggiunto qualcosa di ancora più importante: guardare alle buone pratiche permette di essere ottimisti, perché «qualche volta la realtà supera la teoria e la condiziona”.
In fondo è proprio così che sono nati quasi tutti i cammini raccontati durante la giornata: non da un documento calato dall’alto, ma dall’incontro con persone concrete. Amici cresciuti nelle parrocchie, nel catechismo, nell’Azione cattolica, nei cori e nella Caritas, che per anni hanno taciuto una parte importante della propria vita pur di non essere allontanati dalla loro Chiesa. Don Marco Torre, direttore dell’Ufficio di pastorale familiare della diocesi di Chiavari, ha ricordato che il cammino sinodale ha fatto scoprire a molte comunità cristiane che quell’amico conosciuto da sempre «era stato zitto per anni». Non perché non avesse nulla da dire, ma perché nessuno gli aveva fatto capire che poteva parlare.
Quattro diocesi, quattro cammini possibili
Le esperienze presentate dalle diocesi di Cremona, Bari-Bitonto, Chiavari e Firenze hanno mostrato percorsi diversi, ma nati tutti dalla stessa scelta: ascoltare prima di formulare risposte. Monsignor Antonio Napolioni, vescovo di Cremona, ha spiegato che il punto di partenza del cammino lombardo non è stato soltanto “Amoris laetitia”, ma l’incontro con storie che potrebbe ignorare solo chi avesse «la mortadella sugli occhi, i tappi nelle orecchie e il cuore indurito». Altro che sofisticate categorie teologiche: a volte, per avviare una pastorale inclusiva, basta cominciare togliendo i tappi.
Accanto al vescovo sono intervenuti Maria Grazia e Roberto, già responsabili della pastorale familiare della diocesi di Cremona e oggi impegnati nella pastorale con le persone LGBT+ a livello diocesano e regionale. Hanno raccontato il percorso che ha portato nel 2023 al documento dei vescovi lombardi intitolato “Primi passi. Riflessioni e proposte per una pastorale con le persone LGBTIQ e le loro famiglie”. Da quel lavoro sono nate équipe diocesane, servizi di ascolto, formazione degli operatori e iniziative nelle comunità.
Per l’arcidiocesi di Bari-Bitonto, l’arcivescovo Giuseppe Satriano, ha fatto leggere una sua presentazione del lavoro del Coordinamento diocesano per la pastorale inclusiva che punta all’ascolto delle persone e delle famiglie e alla formazione, iniziative puntualmente illustrate da Suor Concy Gaudioso del Coordinamento Diocesano.
Per la diocesi di Chiavari sono intervenuti il vescovo monsignor Giampio Devasini, don Marco Torre e altri componenti dell’esperienza diocesana. Qui l’accompagnamento delle persone LGBT+ è inserito nella pastorale familiare secondo quattro parole che attraversano ogni esistenza: nascere, crescere, amare e perdere.
Perché le persone LGBT+, come ha sottolineato don Marco, «non sono casi clinici, non sono questioni da risolvere, ma un’esperienza di famiglia da vivere». La Chiesa dovrebbe essere il luogo nel quale una persona possa finalmente dire: «Non mi sento giusto, non mi sento perfetto, mi sento a casa».
Firenze: una storia fatta di porte a cui bussare
A presentare l’esperienza fiorentina sono stati monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze e Anna Maria Massari, componente del Coordinamento per una pastorale di inclusione della diocesi di Firenze. Mons. Gambelli ha parlato della necessità di passare dalla logica escludente del “dentro o fuori” a quella del coinvolgimento e del riconoscimento, ricordando che il discernimento deve partire dalla realtà e dalle narrazioni di chi ha conosciuto la sofferenza.
«La realtà è più importante dell’idea», ha ribadito l’arcivescovo. Davanti ai volti e alle storie concrete, tanti pregiudizi finiscono per cadere, perché «il cristianesimo e le buone pratiche crescono per attrazione». Gambelli ha ricordato anche il sollievo dei genitori quando scoprono che i propri figli omoaffettivi o transgender non sono «persone scomunicate o eretiche» e ha raccontato la testimonianza cristiana di una coppia di donne, capace di suscitare stupore per la propria adesione al Vangelo e per l’attenzione verso il prossimo.
La storia fiorentina raccontata da Annamaria viene da lontano: la nascita nel 2001 di Kairos, il gruppo di cristiani LGBT+ fiorentino, ha portato alla nascita delle prime veglie di preghiera per le vittime dell’omotransfobia, l’accoglienza nelle parrocchie, la nascita di Kairos Genitori e Kairos Giovani queer, del Coordinamento diocesano e infine del progetto Casa Andrea, che progetto offre ascolto e accoglienza temporanea ai giovani LGBT+ e alle persone transgender in difficoltà grazie alla collaborazione tra Caritas diocesana, gruppo Kairos, Arcigay Firenze e altre realtà del territorio.
A segnare questa storia, ha ricordato Annamaria, è stata «la volontà dei giovani del gruppo, il loro bussare a tante porte, il desiderio di essere parte della Chiesa». Lo Spirito Santo, del resto, sembra avere una certa predilezione per le porte insistentemente bussate e per le tavole apparecchiate.
Ma Annamaria non ha raccontato una favola ecclesiale con il rassicurante finale «e tutti vissero accolti e contenti». Ha riconosciuto che molta strada è stata fatta ma il passo successivo che resta da fare è non limitarsi ad accogliere persone LGBT+ e loro genitori feriti e bisognosi di aiuto, ma riconoscere le coppie LGBT+ e le loro famiglie capaci di vivere e testimoniare il Vangelo.
«Finché viene chiesta accettazione, va tutto bene. Ma se chi si presenta alla comunità una coppia che vive la quotidianità fatta di lavoro, bollette, desiderio di comunità e condivisione, questo è ancora spesso un problema». Oggi il problema, non sembra essere soltanto accogliere le persone LGBT+ sofferenti ma è molto più destabilizzante scoprirle felici, innamorate, impegnate in parrocchia e persino puntuali nel pagare le bollette.
Don Luca Lunardon: il problema non sono le persone, siamo noi come Chiesa
Dopo i racconti delle quattro diocesi, don Luca Lunardon, da teologo pastorale, ha provato a ricomporre i diversi pezzi dentro una cornice teologica e metodologica, partendo dal rapporto finale del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo universale. Un passaggio decisivo, perché le buone pratiche non sono semplicemente iniziative affidate alla buona volontà di qualche parroco coraggioso: possono diventare il luogo nel quale la Chiesa impara nuovamente a leggere il Vangelo.
Lunardon ha ricordato che Gesù non incontra mai le persone partendo da pregiudizi o etichette, ma dall’unicità delle loro storie. E ha rovesciato una convinzione ancora molto diffusa: non bisogna prima mettere a posto la propria vita per poter incontrare il Signore. Accade il contrario: «Prima si incontra Gesù, magari in modo inatteso e fuori dagli schemi, e poi le vite si convertono e vengono trasformate».
Quando non riusciamo a tradurre questa limpida visione evangelica nelle scelte pastorali, ha osservato, «il problema non sono le situazioni che non riusciamo a capire, ma siamo noi come Chiesa, come strutture, come esperienza ecclesiale». Le domande poste dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale non possono essere liquidate attraverso giudizi semplificatori, perché talvolta sono proprio le categorie antropologiche finora utilizzate a essere troppo strette per comprendere la complessità delle vite e dei cammini di fede.
Non a caso il Gruppo di studio n. 9 ha preferito sostituire l’espressione “questioni controverse” con “questioni emergenti”. “Controversa” fa pensare a un problema fastidioso da risolvere; “emergente” indica invece una realtà che viene finalmente alla luce e chiede di essere conosciuta. Il punto, allora, non è far sparire la domanda, ma compiere quella “conversione relazionale” che permette di incontrare realmente le persone.
Il cambio di paradigma proposto da Lunardon è impegnativo: la missione della Chiesa non consiste nel proclamare astrattamente principi rigidi per poi applicarli alle vite, ma nel promuovere l’incontro vivo con Gesù Cristo dentro le situazioni concrete dell’esistenza. Anche la tradizione, se vuole rimanere viva, non può essere imbalsamata: deve entrare in contatto con le domande nuove, trovare linguaggi comprensibili e, quando occorre, ripensare pratiche e norme affinché il cuore del Vangelo continui a essere annunciato.
È qui che il “principio di pastoralità” smette di indicare il solito calendario di attività, possibilmente fitto e colorato, e torna a significare qualcosa di più serio: creare luoghi nei quali ogni persona possa fare esperienza della salvezza. La domanda non è più soltanto: “Che cosa dobbiamo organizzare?”, ma: “Come possiamo generare uno spazio nel quale una persona si senta raggiunta dall’amore di Dio?”. Una differenza non piccola, soprattutto in una Chiesa cattolica che qualche volta rischia di confondere la pastorale con il programma degli incontri da organizzare.
Mons. Francesco Savino: «Io mi sono convertito»
A raccogliere e rilanciare la riflessione di Lunardon è stato monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana. Savino ha ricordato anzitutto il Giubileo vissuto a Roma con le persone LGBT+, definendolo «un’esperienza epifanica, di grande rivelazione» e una delle esperienze più belle che ancora custodisce.
Poi ha pronunciato le parole forse più personali dell’intera giornata: «Io mi sono convertito». Riprendendo Óscar Romero, secondo il quale era stato il popolo a convertirlo, Savino ha spiegato che anche pastori e comunità devono lasciarsi convertire «dagli accadimenti, dai segni dei tempi, dalle persone, dalle storie e dai volti».
Le buone pratiche, ha sottolineato, non sono «protocolli da archiviare», ma nomi e storie di uomini e donne che hanno bussato alle porte delle comunità, spesso con timore e ferite profonde, e qualche volta hanno trovato qualcuno con il coraggio di aprire. Quando la Chiesa si fa carne, ha detto, il Vangelo torna a essere credibile. Perché oggi il problema non è soltanto che cosa la Chiesa insegna, ma se sia ancora credibile mentre lo insegna.
Secondo Savino soffriamo troppo spesso di “annuncite”: annunciamo molto, ma alle parole non segue una coerenza altrettanto evidente. E la gente, ormai, non è più disposta ad accettare con tanta pazienza le nostre «incoerenze paradossali». Anche per questo ha ringraziato Lunardon: il principio di pastoralità obbliga a passare da una pastorale soprattutto organizzativa a una pastorale generativa, fatta di incontri, relazioni e volti. Finché le pastorali restano concentrate sull’organizzazione, ha osservato con franchezza, rischiano di non generare nulla e di diventare «autocentrate e narcisistiche».
Savino ha poi ricordato le parole pronunciate durante il Giubileo: «È l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata». Restituire è il verbo decisivo: non si tratta di concedere benevolmente qualcosa, ma di riconoscere ciò che appartiene già a ogni persona.
Il vescovo ha raccontato anche l’incontro con Laura, una persona transgender conosciuta durante il suo ministero parrocchiale a Bitonto, accompagnata durante la malattia e infine sepolta nella sua parrocchia. «È stata una persona che mi ha cambiato la vita e lo sguardo sulla vita», ha confidato. Una storia capace di dire più di molte dissertazioni: qualche volta la conversione pastorale comincia semplicemente quando un nome prende il posto di una categoria.
Savino ha avuto il coraggio di porre anche una questione generalmente lasciata in sagrestia, con la porta ben chiusa: l’accompagnamento dei presbiteri omoaffettivi. Ha chiesto se non sia arrivato il momento di aiutarli a non vivere il proprio ministero «bloccato, carico di paure e del timore di essere giudicati». Preti eterosessuali e omosessuali, ha ricordato, sono chiamati allo stesso modo a essere fedeli e coerenti con quanto hanno promesso nel giorno dell’ordinazione. Il resto sono spesso paura, solitudine e pregiudizio.
Infine, Savino ha rifiutato la contrapposizione politica tra diritti civili e diritti sociali: entrambi sono diritti fondamentali della persona. Contrapporli significa riportare indietro le lancette della storia e indebolire la democrazia.
Dalle associazioni ai territori
Nel pomeriggio, dopo la pausa pranzo, hanno preso la parola i referenti di alcune associazioni e alcuni movimenti cattolici: Comunità di Vita Cristiana (CVX), Azione Cattolica, Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI), Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI) e Movimento dei Focolari. Ciascuna realtà ha raccontato le proprie esperienze e anche le difficoltà incontrate nell’affrontare i temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere.
L’assemblea si è poi divisa in gruppi su base regionale, nei quali gli operatori pastorali hanno potuto conoscersi, confrontare ciò che già avviene nei propri territori e mettere in contatto esperienze spesso isolate. Tornati in plenaria, i delegati hanno condiviso domande e riflessioni emerse nei gruppi. Non tutte hanno trovato una risposta, ma forse era proprio questo il senso della giornata: non chiudere le questioni, bensì imparare finalmente ad affrontarle insieme.
Una pastorale non più “per”, ma “con”
A concludere il convegno sono intervenuti monsignor Giampaolo Dianin, responsabile della prossima commissione della Conferenza episcopale italiana incaricata di lavorare alle linee guida per la pastorale con le persone omoaffettive e transgender, e padre Giuseppe Piva SJ, responsabile dell’équipe pastorale che ha organizzato l’incontro.
Monsignor Dianin ha ricordato che la commissione dovrà partire proprio dall’ascolto delle persone e delle buone pratiche già presenti nelle diocesi. Tra i temi da affrontare ha indicato l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender e dei loro genitori, la formazione degli operatori pastorali, l’educazione affettiva e l’attenzione agli abusi psicologici e spirituali. Ha descritto il momento vissuto dalla Chiesa in questi anni come un «travaglio», nel duplice significato di sofferenza e di nascita di qualcosa di nuovo.
Padre Pino Piva ha parlato invece di una giornata di svolta. I problemi e le sofferenze non sono scomparsi e nessuno conosce ancora l’approdo di questo percorso, ma la presenza di quasi duecento operatori pastorali e di una decina di vescovi mostra un atteggiamento nuovo nella Chiesa italiana. «Abbiamo avviato un percorso che non sappiamo ancora dove potrà approdare, ma che è certamente dalla parte dei fratelli più vulnerabili, che d’ora in poi non dovranno più nascondersi per scoprire cosa chiede loro il Signore».
Alla fine rimane la domanda dell’eunuco: “Che cosa impedisce che io sia battezzato?” (Atti 8,36). Dopo aver ascoltato tante storie, sembra sempre più difficile rispondere indicando l’orientamento sessuale, l’identità di genere o la famiglia delle persone. Forse gli impedimenti nella nostre chiese sono soprattutto le nostre paure, le abitudini e quella prudenza ecclesiastica che qualche volta confonde l’attesa dello Spirito con l’immobilità.
Dal convegno di pastorale di Roma arriva allora una risposta semplice e concreta, ovvero di andare a incontrare le realtà che non conosciamo. Perché il futuro, come ha ricordato Annamaria, del Coordinamento per una pastorale di inclusione della diocesi di Firenze, è che «non ci sia più una pastorale “per”, ma una pastorale “con”».
C’è solo una sola preposizione di differenza. Ma, nella Chiesa cattolica, certe piccole preposizioni possono aprire porte rimaste chiuse per secoli.

