Completamente normali: La Chiesa, la fuga e il giudizio. Il coming out di Roman
«Chiesa, fuga da casa e processo». Bastano le tre parole scelte per il titolo della puntata di questo podcast per far capire che il coming out di Roman non è stato esattamente una passeggiata.
Sto ascoltando il dodicesimo episodio di Úplně Normální (“Completamente normali”), podcast realizzato da Roman e Štěpán Zahálek, una coppia gay della Repubblica Ceca che da alcuni anni racconta davanti ai microfoni la propria relazione: la vita quotidiana, le famiglie, il coming out, la fede, le Chiese e, più avanti, anche il cammino che li ha portati a celebrare la loro unione in una chiesa.
L’idea del loro podcast è semplice, e già il nome contiene una piccola provocazione: raccontare una relazione “completamente normale”, mostrando come una coppia gay costruisca e affrontino insieme problemi e facciano progetti.
Nella puntata pubblicata il 31 ottobre 2023, però, al centro c’è soprattutto Roman e la sua storia personale. Roman e Štěpán spiegano perché hanno deciso di mettere davanti a un microfono esperienze così personali: «Sappiamo che il coming out preoccupa molti giovani, ma anche adulti». Condividere quello che hanno vissuto, spiegano, può forse essere utile a qualcuno.
«Chiesa, fuga da casa e processo»
Estratto della puntata n.12 del podcast “Úplně Normální” (Completamente normali) di Roman e Štěpán Zahálek della Repubblica Ceca, pubblicato on line il 31 ottobre 2023. Tradotto liberamente dai volontari del Progetto Gionata
Štěpán: Bene, Romík, raccontaci allora la storia del tuo coming out. Come è cominciato tutto e a che punto sei oggi?
Roman: Comincerei dicendo che non mi piace molto la parola coming out. In realtà questa storia l’ho già raccontata in un altro podcast, (…). Già allora, però, avevo discusso un po’ sulla parola coming out, perché non sento di averne vissuto uno nel senso classico del termine.
Il mio “coming out interiore”, se vogliamo chiamarlo così, è cominciato già all’asilo. Mi rendevo conto che probabilmente mi piacevano più i ragazzi, anche se da bambino naturalmente non sai bene come interpretare queste cose.
A nove anni sapevo già che mi piacevano i ragazzi. Nessuno però parlava con me di queste cose. Venivo da una famiglia cristiana, andavamo normalmente in chiesa, e allora di questi argomenti semplicemente non si parlava.
Alle scuole medie ne ero ormai pienamente consapevole. Sapevo che mi piacevano i ragazzi, ma non sentivo neppure il bisogno di fare qualche grande dichiarazione agli amici.
Ricordo che una volta chiesi a una compagna come si chiamasse un ragazzo più grande. Lei mi domandò: «Ti piace?». E per me non fu affatto strano rispondere di sì. Non avevo bisogno di dire: “Sono gay”. La vivevo semplicemente come una cosa naturale.
Il vero cambiamento arrivò quando avevo tredici o quattordici anni. Frequentavo un ragazzo e volevo presentarlo a casa.
Andai da mia madre e le dissi, più o meno: «Sono gay e vorrei presentarvi il ragazzo con cui sto passando molto tempo».
E mia madre rispose qualcosa del tipo: «Questo è un problema. Adesso dobbiamo risolverlo».
Io non capivo nemmeno che cosa stesse succedendo. Fino a quel momento non avevo mai considerato la cosa un problema. Anche se eravamo una famiglia credente, ero cresciuto con l’idea che dovessimo accogliere le persone così come sono. Per questo non riuscivo a capire che cosa ci fosse improvvisamente di sbagliato.
A quel punto la questione arrivò in qualche modo anche alla Chiesa. I miei genitori cercarono di limitare gli incontri con quel ragazzo a un’ora al giorno. Il che era abbastanza assurdo: in un’ora non riuscivamo neanche ad andare al cinema! Naturalmente provammo ad aggirare la regola.
La fuga da casa
In realtà, però, il problema più grande era già da tempo il rapporto con mio padre. Durante la mia infanzia era stato molto duro con me. Crescendo la situazione era peggiorata: imponeva molte regole, io con il mio carattere tendevo a contestarle quando mi sembravano assurde, e questo provocava reazioni che a volte diventavano molto aggressive.
Dopo quello che era successo con il mio coming out, tutto peggiorò.
A un certo punto la persona che frequentavo mi propose di lasciare casa. E io, a quattordici anni, alla fine lo feci. Avevo pianificato la fuga da tempo. Lui era più grande di me, e oggi capisco benissimo che questo preoccupasse i miei genitori. Ma il motivo per cui me ne andai era soprattutto il rapporto ormai insostenibile con mio padre.
Non sto consigliando a nessuno di fuggire di casa. Però, nella situazione in cui mi trovavo allora, ancora oggi non so quale altra soluzione avrei potuto trovare. E non me ne pento. Pensavo che sarebbe stata una specie di lezione per i miei genitori. In realtà accadde qualcosa di molto più grande.
Mio padre dichiarò che ero stato rapito e fece partire una ricerca a livello europeo. Si pensava addirittura che fossi stato portato in Germania. Nel giro di pochissimo ero dappertutto: televisione, giornali, media. Il titolo era più o meno: “Roman Filip è fuggito a Praga da un uomo”. Quello, in pratica, fu il mio coming out davanti a tutta la Repubblica Ceca.
Štěpán: Un coming out leggermente più pubblico del previsto…
Roman: Decisamente. Ricordo persino che un giornalista del tabloid Blesk suonò a casa di mia madre. Lei aprì pensando forse che fosse della polizia e finì per rilasciare un’intervista. Fu assurdo.
Per me, però, non era affatto divertente. Mi sembrava quasi di assistere al mio funerale: le persone intorno a me pensavano che fossi stato rapito, mentre io avevo sempre avuto intenzione di tornare quando i miei genitori avessero capito che qualcosa nel nostro rapporto non funzionava.
La polizia e il processo
La polizia mi trovò molto rapidamente. Ero scappato dopo la scuola e poco tempo dopo bussarono alla porta dell’appartamento dove mi trovavo. Mi chiesero se io fossi Roman Filip. Ci dissero che io e la parsona che mi ospitava dovevamo seguirli.
La cosa paradossale è che, prima di partire, avevo detto alla persona con cui stavo: «Ti rendi conto che io sono un ragazzino di quattordici anni e sembrerò semplicemente uno che è scappato di casa, mentre tu sei un adulto e rischi di avere problemi molto seri?». Lui mi aveva risposto che andava bene.
Ci fu poi un processo e ricevette una condanna con la condizionale. E penso che fosse giusto così. Io invece dovetti tornare alla mia vita normale. Dovevo rientrare a scuola sapendo che tutti avevano letto sui giornali quello che era successo.
Avevo buoni rapporti con i miei compagni, quindi il problema non era tanto quello. La cosa che mi fece stare davvero male fu sapere di aver fatto preoccupare le persone che mi volevano bene. Volevo dare una lezione ai miei genitori, non ferire i miei amici o il resto della famiglia.
Quella notte piansi praticamente fino al mattino. Credo sia stato uno dei momenti di tristezza più forti che abbia mai vissuto.
Tre psicologi e un rapporto che cambia
Dopo tutto questo i miei genitori cominciarono a rendersi conto che qualcosa nel modo in cui stavamo affrontando la situazione non funzionava. Ci consigliarono una terapia familiare e passammo attraverso tre psicologi.
Ogni volta che uno psicologo arrivava alla conclusione che il problema non fossi semplicemente io, ma che fosse necessario lavorare anche sul comportamento dei miei genitori e soprattutto di mio padre, cambiavamo psicologo.
Con il terzo, che era cristiano, accadde però qualcosa di importante. Ci faceva parlare insieme e mio padre cominciò ad aprirsi sulla propria infanzia, sul rapporto con suo padre e sulle difficoltà che aveva vissuto.
Per me fu importante, perché iniziai a capire che molti suoi comportamenti venivano anche dal fatto che lui stesso non aveva conosciuto una forma sana di amore paterno. Questa consapevolezza mi ha aiutato molto, anche da adulto, a perdonarlo.
Allo stesso tempo, tutta quella vicenda mi aveva dato maggiore sicurezza. Avevo imparato a mettere dei confini e, quando si creavano situazioni difficili, riuscivo a dirgli: «Fin qui puoi arrivare. Oltre questo limite no».
Alla fine il nostro rapporto è migliorato moltissimo. Oggi con mio padre ho un rapporto bellissimo, e anche con mia madre. Ci vogliamo bene.
Poi arrivò la mia Chiesa
Il mio “coming out”, però, non era ancora finito. Alle superiori, verso il terzo o quarto anno, mi contattò il pastore della mia Chiesa. C’era, ancora una volta, “un problema da risolvere”.
Štěpán: Tu crei sempre problemi!
Roman: Evidentemente sì. Il problema era che ero gay e che avevo un ragazzo. Cominciai quindi una serie di incontri con due anziani della comunità. Erano persone che conoscevo fin da bambino, uomini ai quali volevo bene e ai quali, in qualche modo, voglio bene ancora oggi. Per me erano quasi degli zii.
Durante quegli incontri cercavano di spiegarmi che essere gay non era giusto e che esisteva una strada attraverso la quale la mia sessualità avrebbe potuto cambiare. Questo, per il mio percorso personale, fu molto difficile.
Fino ad allora ero sempre stato abbastanza in pace con me stesso. Avevo sempre pensato che essere gay fosse una cosa normale. Ma quando la Chiesa cominciò a esercitare questa pressione su di me, iniziai anch’io a chiedermi: E se davvero ci fosse qualcosa di sbagliato?
Non ero mai arrivato spontaneamente a pensarlo. Furono quelle pressioni a farmi venire il dubbio. Alla fine lasciai anche il ragazzo con cui stavo. Ma dopo qualche tempo capii che quella decisione non era stata giusta.
Mi resi conto di una cosa molto semplice: non può essere sbagliato amare qualcuno. Fu allora che cominciai davvero a farmi una mia idea su tutta la vicenda.
«Dio non farebbe mai una cosa del genere»
A un certo punto il pastore dovette comunicarmi ufficialmente che ero stato escluso dalla Chiesa. Per me fu come essere escluso dalla famiglia. Curiosamente, in quel momento mio padre prese le mie difese. Pensò persino di lasciare anche lui quella comunità, perché riteneva che non si fossero comportati correttamente con me. E anch’io continuo a pensarlo.
Non fu giusto dal punto di vista umano, ma secondo me neppure dal punto di vista biblico. Una comunità di persone può decidere le proprie regole, naturalmente. Però per me una comunità che crede in Dio non dovrebbe comportarsi così. Perché Dio non farebbe mai una cosa del genere: condannare qualcuno in questo modo.
A ventiquattro anni, l’ultimo dubbio
In un certo senso il mio coming out è durato fino ai ventiquattro anni. Dopo la fine di una relazione con un uomo che avevo amato molto, mi venne ancora un dubbio. La mia famiglia continuava ad avere difficoltà ad accettare la mia omosessualità, la Chiesa mi aveva praticamente condannato e, dentro di me, erano rimaste delle domande.
Così pensai: Perché non provare a uscire con una ragazza? Magari c’è davvero qualcosa di sbagliato in me. Magari potrei essere eterosessuale. Su un’app di incontri iniziai quindi a cercare anche donne.
Conobbi una ragazza e fui completamente sincero con lei. Le raccontai che fino a quel momento avevo avuto relazioni con uomini e che in quel periodo stavo cercando di capire se potessi vivere qualcosa di diverso.
Pensavo anche a quelle coppie nelle quali un uomo gay e una donna riescono comunque, per varie ragioni, a costruire una vita insieme. Mi chiedevo se avrei potuto essere felice in una relazione del genere. La risposta fu: no.
Štěpán: Sorpresa!
Roman: Spoiler! Le volevo bene, stavamo bene insieme, ma mancava completamente ciò che avevo sperimentato nelle relazioni con gli uomini. Non c’era quella chimica. Non funzionava. Quello fu davvero l’ultimo pezzo del mio coming out. Mi dissi: Più chiaro di così non può essere.
E dissi anche a mia madre: «Guardami. Dieci anni fa vi ho detto che ero gay. Adesso ho provato anche questo e provo esattamente le stesse cose». E questo è tutto. Poi ho incontrato te.
Štěpán: Non mi ero reso conto che questa cosa fosse successa poco tempo prima che ci conoscessimo.
Roman: Circa un anno prima.
Gli incontri per “cambiare”
Štěpán: Prima hai raccontato degli incontri con i due anziani della Chiesa. Non so se sia qualcosa di cui vuoi parlare, ma penso che molte persone possano chiedersi che cosa succedesse concretamente. Io ho visto un film in cui sembrava quasi una camera di tortura…
Roman: Non direi che fosse una camera di tortura. Non era piacevole, questo sì, probabilmente per nessuna delle due parti. Ci incontravamo ogni tanto e loro cercavano soprattutto di spiegarmi che cambiare era possibile.
Mi raccontavano storie di persone che, secondo loro, erano riuscite a modificare il proprio orientamento sessuale: uomini che avevano vissuto come gay e che poi sarebbero diventati eterosessuali. Io cercavo di mettermi sul loro stesso piano e di comprenderli. Ho però la sensazione che loro non riuscissero altrettanto a comprendere me.
Il punto era sempre lo stesso: non avrei dovuto stare con un uomo, non avrei dovuto avere una relazione di quel tipo. In pratica erano conversazioni simili a quelle che potresti avere con un terapeuta, ma con un terapeuta che non vuole che tu sia gay. Dopo quegli incontri lasciai anche il mio compagno.
Ma proprio il dolore di quella separazione mi aiutò a capire qualcosa: non c’è niente di sbagliato nell’amare un’altra persona, che sia un uomo che ama un uomo, una donna che ama una donna o un uomo che ama una donna.
Quando dissi loro che non pensavo più che essere gay fosse sbagliato, e che secondo me neppure Dio poteva considerarlo sbagliato, mi risposero più o meno: «Va bene». Qualche tempo dopo arrivò la lettera con cui mi comunicavano l’esclusione dalla comunità.
Fu un periodo pesante anche perché accadde mentre mi stavo preparando per l’esame di maturità. In poche settimane mi ritrovai addosso scuola, esami, Chiesa, relazione, famiglia… Non fu facile. Ma alla fine è andato tutto bene.
«Non è stato sbagliato essere quello che sono»
Štěpán: E adesso sei felice.
Roman: Sì. E quindi sicuramente non è stato sbagliato essere quello che sono. Sono stato me stesso per tutto questo tempo e ho cercato di fare ciò in cui credevo. […]
Štěpán: Adesso abbiamo raccontato entrambe le nostre storie. Sono molto diverse. La mia forse è stata più… popolare, più leggera.
Roman: La tua mi è sembrata comunque molto emotiva. Anche tu non hai avuto proprio una vita semplicissima.
Štěpán: Credo che ci siano tante persone che proprio adesso stanno vivendo un coming out, esteriore o interiore, e magari stanno attraversando storie simili alle nostre.
Il tuo percorso è stato più naturale: non c’è stato necessariamente un momento preciso in cui hai deciso di andare da tutti e dire qualcosa. A un certo punto hai semplicemente vissuto apertamente il fatto di essere gay e di amare qualcuno.
Il mio è stato diverso. Io l’ho nascosto per molto tempo, non riuscivo ad accettarlo nemmeno dentro di me, e poi a un certo punto ho praticamente sparato a tutti: «Sono gay, fatevene una ragione». Sono percorsi diversi. E credo che moltissime persone attraversino qualcosa di simile.
Roman: Speriamo che raccontare le nostre storie possa aiutare chi sta cercando di aprirsi agli altri e di raccontare chi è. E naturalmente non ci siamo soltanto noi: nella descrizione dell’episodio metteremo anche alcuni siti che si occupano di questi temi.
Štěpán: C’è ancora una cosa importante. Nessuno dovrebbe essere costretto a fare coming out. Il coming out dovrebbe avvenire quando la persona interessata si sente pronta.
Roman: Assolutamente. Neppure il proprio compagno dovrebbe fare pressioni.
Štěpán: Nessuno dovrebbe farlo. È la persona stessa a sapere meglio di chiunque altro quando è pronta. E anche se vuole farlo. Forse un giorno arriveremo al punto in cui non avrà neppure più senso doverlo dire, perché la società sarà capace di accoglierlo naturalmente.
Vedremo. Speriamo che con le nuove generazioni possa succedere. […]

