Una lettura queer del Qoèlet: dall’essere solo al giacere insieme
Riflessioni della teologa Karin Hügel* tratte dal suo libro Studien zu queeren Lesarten der Hebräischen Bibel (Studi sulle letture queer della Bibbia ebraica), collana Biblical Interpretation Series, vol. 235, editore Brill (Leiden-Boston), 2026, pp. 69-74. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Nella Bibbia ebraica troviamo testi di generi diversi, che esprimono posizioni molteplici sul tema della sessualità. Una lettura queer, cioè una lettura che mette in discussione le norme legate al matrimonio e al genere, deve anzitutto dare spazio a questa pluralità di voci.
Da una prospettiva queer contemporanea, per esempio, viene spontaneo mettere a confronto Qoèlet 4,9-12 con il secondo racconto della creazione, perché questi versetti possono essere letti come un controtesto queer rispetto alle interpretazioni più conservatrici dei racconti della creazione.[1]
Nel libro del Qoèlet,[2] così come nel Cantico dei Cantici,[3] la sensualità e il desiderio sessuale non vengono respinti; al contrario, il testo invita ad aprirsi ad essi.[4] Il libro del Qoèlet appartiene a quella tradizione biblica e antica che può essere descritta come la scoperta dell’interiorità dell’essere umano.[5]
2.1. Superare la solitudine
Sia in Qoèlet 4,9-12 sia in Genesi 2,18-24[6] si parla della condizione di chi è solo e della necessità di superarla.
In Genesi 2,18 si afferma che non è bene che l’essere umano sia solo. Secondo Genesi 2,21-24, Dio (יהוה אלהים) crea quindi, per il primo essere umano, una persona di sesso femminile come aiuto adatto a lui, ricavandola da una parte del suo stesso corpo.
Da una prospettiva queer, però, leggendo questo passo del secondo racconto della creazione, in Genesi 2,18-24, non viene messa in discussione soltanto – come avviene nella lettura femminista – la prospettiva androcentrica, cioè una visione che pone l’uomo al centro del pensiero.
Viene soprattutto messo in discussione il rapporto uomo-donna come modello sessuale dominante, nel contesto dell’attuale eterosessismo.
Non soltanto il Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 1605,[7] parla dell’unità indissolubile della vita dell’uomo e della donna facendo riferimento al secondo racconto biblico della creazione; anche nell’enciclica di papa Benedetto XVI Deus caritas est (Dio è amore), all’articolo 11,[8] il brano di Genesi 2,23-24 viene indicato come fondamento biblico del matrimonio monogamico eterosessuale.
Ma oggi, di quali partner abbiamo bisogno per non essere soli? Con chi desiderano condividere la propria vita le diverse persone queer?
Nel libro del Qoèlet, in Qoèlet 4,11, ci si domanda come possa un uomo avere rapporti sessuali da solo. A differenza del secondo racconto della creazione, in Genesi 2,18-24, qui si parla, sorprendentemente, di due uomini che hanno un rapporto sessuale tra loro.
Riporto il passo nel contesto di Qoèlet 4,9-12, proprio per mostrare con chiarezza che in questi versetti si parla effettivamente di due uomini:
Meglio essere in due che uno solo [טוֹבִים הַשְּׁנַיִם מִן־הָאֶחָד], perché ricevono un buon compenso per la loro fatica [אֲשֶׁר יֵשׁ־לָהֶם שָׂכָר טוֹב בַּעֲמָלָם].
Se uno dei due cade [כִּי אִם־יִפֹּלוּ הָאֶחָד], il suo compagno lo aiuta a rialzarsi [יָקִים אֶת־חֲבֵרוֹ].[9][10][11] Ma guai a chi è solo quando cade [וְאִילוֹ הָאֶחָד שֶׁיִּפּוֹל]: non c’è un altro che possa aiutarlo a rialzarsi [וְאֵין שֵׁנִי לַהֲקִימוֹ].
Anche quando due giacciono insieme, si eccitano/si riscaldano [גַּם אִם־יִשְׁכְּבוּ שְׁנַיִם וְחַם לָהֶם]. Ma come può una persona sola eccitarsi/riscaldarsi [וּלְאֶחָד אֵיךְ יֵחָם]?
E se qualcuno riesce a sopraffare chi è solo, in due possono resistergli [וְאִם־יִתְקְפוֹ הָאֶחָד הַשְּׁנַיִם יַעַמְדוּ נֶגְדּוֹ]; e il filo a tre capi non si spezza tanto facilmente [וְהַחוּט הַמְשֻׁלָּשׁ לֹא בִמְהֵרָה יִנָּתֵק].
Qoèlet 4,9-12
2.2. Il calore come eccitazione sessuale
Da una prospettiva queer, è del tutto plausibile leggere in Qoèlet 4,11 due uomini che, giacendo insieme, si eccitano sessualmente, e non semplicemente due persone che si «riscaldano» a vicenda.
La scelta delle parole del testo ebraico non esclude affatto una simile interpretazione sessuale. Il verbo חמם (ḥmm) nella forma Qal, cioè nella forma verbale di base, significa «avere caldo» o «riscaldarsi», ma, per esempio, in Geremia 51,39, riferito a Babilonia rappresentata come un giovane leone, può essere tradotto anche con «diventare caldo» oppure «eccitarsi».[15]
יחם (yḥm), forma secondaria di חמם, significa nel Qal «essere in calore»[16] oppure «rimanere gravida»;[17] nel Piʿel, cioè nella forma fattitivo-risultativa, significa «essere in calore»[18] oppure, in senso fattitivo, «far entrare in calore».[19]
Nel racconto di Genesi 30,37-43, Giacobbe inganna suo suocero Labano e riesce a procurarsi una grande mandria di pecore e capre robuste collocando rami freschi di pioppo, mandorlo e platano negli abbeveratoi, proprio nei luoghi in cui gli animali si accoppiano – qui compare יחם al Qal. Gli animali striati, maculati e pezzati sarebbero infatti appartenuti a lui.
All’epoca esisteva la convinzione che la vista di rami di legno di diversi colori durante l’accoppiamento di pecore e capre potesse influire sull’aspetto dei loro piccoli.[20] Ancora oggi l’espressione «i rami di Giacobbe» richiama l’idea secondo cui le impressioni psichiche dei futuri genitori animali potrebbero lasciare tracce fisiche nella loro prole.[21]
Il verbo יחם al Piʿel può inoltre avere, in Salmo 51,7, riferito a una donna, un significato risultativo e indicare il concepimento:
«Ecco, nella colpa sono stato generato, e nel peccato mia madre mi ha concepito [וּבְחֵטְא יֶחֱמַתְנִי אִמִּי]».
Nel quinto «guai» del libro di Abacuc, in Abacuc 2,15, traduco invece il sostantivo חֵמָה (ḥēmāh) non, come si fa abitualmente, con «veleno», ma con «ardore», nel senso di «eccitazione sessuale».
Qui viene minacciata una persona che, facendo deliberatamente ubriacare un’altra persona, dapprima ne accende l’eccitazione sessuale e poi la rende così ubriaca da trasformarla in una facile preda sulla quale compiere atti sessuali:
«Guai a chi dà da bere ai suoi amici e accende il loro ardore [הוֹי מַשְׁקֵה רֵעֵהוּ מְסַפֵּחַ חֲמָתְךָ], sì, a chi li ubriaca per guardare i loro organi sessuali [cioè per compiere su di loro atti sessuali] [וְאַף שַׁכֵּר לְמַעַן הַבִּיט עַל־מְעוֹרֵיהֶם]».
Abacuc 2,15
Nel contesto del libro di Abacuc, questo versetto del quinto «guai» rimanda dunque a un episodio sessuale che coinvolge uomini.
In teoria, in Qoèlet 4,11 si potrebbe anche tradurre חמם semplicemente con «riscaldarsi». Ma sarebbe davvero più plausibile interpretare la scena come quella di due uomini che giacciono insieme soltanto per non sentire freddo?
Avrebbero potuto, per esempio, vestirsi con abiti più pesanti, prendere delle coperte oppure accendere un fuoco. E persino in situazioni estreme, nelle quali tutto questo non fosse stato possibile, stare sdraiati insieme sarebbe davvero bastato per evitare di morire assiderati?
Il celebre esploratore dell’Antartide Robert Falcon Scott fu ritrovato morto per il freddo, insieme agli ultimi compagni rimasti, distesi uno accanto all’altro nella stessa tenda…
E se in Qoèlet 4,11 si facesse riferimento al mondo dei pastori di pecore,[23] non soltanto chi legge il testo in chiave queer potrebbe pensare a una scena di Brokeback Mountain,[24] il film drammatico di Ang Lee del 2005, vincitore di tre Oscar.
Il primo incontro sessuale tra i due cowboy avviene infatti sulla Brokeback Mountain, nel Wyoming, quando uno dei due pastori, Jack Twist, dopo che il fuoco dell’accampamento si è spento, invita il compagno Ennis del Mar, che sta patendo il freddo della notte, a entrare nella sua tenda e a sdraiarsi accanto a lui.
Questo celebre e discusso film gay è tratto dall’omonimo racconto Brokeback Mountain,[25] pubblicato per la prima volta nel 1997 e scritto da una donna, Annie Proulx. E questo dimostra ancora una volta quanto sarebbe problematico dedurre il genere dell’autore o dell’autrice di un libro biblico – per esempio del Qoèlet – semplicemente dal contenuto del testo.
Nel dialetto viennese esistono, sorprendentemente, molti termini legati al calore per indicare persone che oggi definiremmo uomini gay. L’espressione colloquiale e dispregiativa «Woamer», cioè «uno caldo», oppure l’aggettivo «woam», «caldo»,[26] è ancora oggi quella più diffusa.
Sono invece meno conosciuti altri termini viennesi con lo stesso significato, come «ghazt», cioè «riscaldato»,[27] e «bochn», «cotto».[28]
Chi conosce questo dialetto potrebbe quindi associare qualcosa di sessuale tra uomini persino traducendo חמם in Qoèlet 4,11 semplicemente con «riscaldarsi».
Anche il termine tedesco oggi comunemente usato per «gay», schwul, originariamente aveva a che fare con il caldo e il calore. Dal punto di vista etimologico, nel XVII secolo schwul significava «oppressivamente caldo»; già nel XVIII secolo questa parola si trasformò in schwül, «afoso». Soltanto nel XIX secolo schwul, inizialmente nel dialetto berlinese e poi nel gergo malavitoso tedesco Rotwelsch, cominciò a essere associato a un determinato orientamento sessuale maschile.[29]
Non ha invece un’origine legata all’omosessualità, pur avendo sempre a che fare con il calore, l’espressione viennese «Thermophor mit Ohrwascheln», letteralmente «borsa dell’acqua calda con le orecchie», con cui si indica una piacevole persona con cui condividere il letto.[30]
Anche questa espressione non esclude una componente sessuale. Senza una simile «borsa dell’acqua calda», cioè senza un partner, chi rimane solo resta al freddo.
La canzone d’amore di Prinz Chaos II. … dass man sich wärmt in der Nacht (… perché ci si riscaldi nella notte) termina con la frase: «Perché ci amiamo e facciamo cose calde». Con queste «cose calde» il cantautore tedesco, dichiaratamente gay, allude ad atti sessuali.
Anche nel caso di Qoèlet 4,9-12 è necessario mettere in discussione una prospettiva androcentrica. Per questo oggi esistono anche traduzioni inclusive del passo, come quella proposta dalla Bibel in gerechter Sprache (Bibbia in un linguaggio giusto/inclusivo).[31]
Io stessa renderei questo passo biblico in forma inclusiva, utilizzando il gender gap – lo spazio grafico che vuole includere persone di generi diversi – in questo modo:
Meglio essere in due che una persona sola, perché ricevono un buon compenso per la loro fatica. Se una delle due cade, si aiutano a rialzarsi. Ma guai a chi cade e non ha nessuno che possa aiutarlo a rialzarsi.
Anche quando due persone giacciono insieme, si eccitano/si riscaldano. Ma come può una persona sola eccitarsi/riscaldarsi?
Se qualcuno riesce a sopraffare una persona sola, in due possono resistergli; e il filo a tre capi non si spezza tanto facilmente.
Qoèlet 4,9-12
All’interno di una lettura queer, in Qoèlet 4,11 si potrebbero quindi riconoscere anche altre e diverse persone queer che, giacendo insieme, si eccitano sessualmente.
La canzone di Max Raabe del 2011 Küssen kann man nicht alleine (Non si può baciare da soli), il cui testo è stato scritto insieme ad Annette Humpe, esprime qualcosa di molto simile a Qoèlet 4,11: per il sesso c’è bisogno di una seconda persona – per baciare serve, appunto, un’altra bocca.
* Karin Hügel è una teologa e studiosa austriaca, nata a Vienna, specializzata in studi biblici ed ebraici, storia dell’arte e queer studies. Ha studiato teologia protestante all’Università di Vienna e ha conseguito il dottorato all’Università di Amsterdam e ha pubblicato numerosi studi sulle letture queer della Bibbia ebraica in riviste accademiche internazionali. Il suo volume Studien zu queeren Lesarten der Hebräischen Bibel (Studi sulle letture queer della Bibbia ebraica) è stato pubblicato dall’editrice accademica Brill nella collana Biblical Interpretation Series.
[1] Questo capitolo è una rielaborazione di Karin Hügel, «Eine queere Lesart von Kohelet 4,9–12» (Una lettura queer del Qoèlet 4,9-12), Scandinavian Journal of the Old Testament, 28, n. 1 (2014), pp. 104-115, DOI 10.1080/09018328.2014.926697.
[2] Il libro del Qoèlet è conosciuto anche come Prediger (Predicatore) o Ekklesiastes (Ecclesiaste). In Qoèlet 1,1, l’autore o l’autrice viene indicato/a con il termine קהלת (Qoèlet), che può significare «colui/colei che guida l’assemblea» oppure «colui/colei che parla nell’assemblea».
[3] Cfr. capitolo 3, «Lesarten des Hohelieds» (Letture del Cantico dei Cantici), e paragrafo 3.2, «Eros und gegenseitiges Begehren» (Eros e desiderio reciproco).
[4] Cfr. Qoèlet 9,7-10.
[5] Schwienhorst-Schönberger, «Zwischen Agonie und Glück» (Tra agonia e felicità), p. 184.
[6] Per la traduzione dell’autrice di Genesi 2,18.21-24, cfr. paragrafo 1.2, «Teilung» (La divisione).
[7] Catechismo della Chiesa cattolica, p. 432.
[8] Benedetto XVI, Gott ist Liebe. Deus caritas est (Dio è amore. Deus caritas est), pp. 43-44.
[9] נפל significa «cadere» (HALAT, p. 670). Il testo non specifica però dove cada l’uomo. Presumibilmente cade in un luogo – per esempio in una fossa – dal quale non potrebbe uscire da solo e avrebbe quindi bisogno dell’aiuto di una seconda persona.
[10] קום significa «aiutare a rialzarsi» (HALAT, p. 1017).
[11] חָבֵר, «compagno», deriva dal verbo ebraico חבר, «allearsi», «essere unito» (HALAT, pp. 276-277). In Primo libro di Samuele 20,30, dal punto di vista del geloso re Saul, Gionata si era «alleato» o «unito» con Davide.
[12] שכב significa «coricarsi», «giacere», ma può indicare anche il rapporto sessuale quando viene specificato un complemento (HALAT, p. 1378).
[13] חמם al Qal significa sia «avere caldo/riscaldarsi» sia «diventare caldo/eccitarsi» (HALAT, p. 315).
[14] חוּט significa «filo» (HALAT, p. 284). מְשֻׁלָּשׁ significa «triplicato» (HALAT, p. 1428).
[15] HALAT, p. 315.
[16] HALAT, p. 389.
[17] «To conceive», «concepire». Cfr. Genesi 30,38-39. DCH, vol. 4, p. 202.
[18] Cfr. Genesi 30,41a. HALAT, p. 389.
[19] Cfr. Genesi 30,41b. Ibid.
[20] Willi-Plein, Buch Genesis. Kapitel 12–50 (Libro della Genesi. Capitoli 12-50), p. 201.
[21] Doniger/Spinner, «Misconceptions», pp. 99-100.
[22] Poiché la frase successiva di Abacuc 2,15 rimanda a più persone, l’autrice traduce anche nella prima frase con «i suoi amici», benché nel testo compaia propriamente il singolare «il suo amico».
[23] Lyons, «‘Outing’ Qoheleth», p. 197.
[24] Ang Lee, Brokeback Mountain.
[25] Annie Proulx, Brokeback Mountain, p. 14.
[26] Fabris/Horak/Soltész, Wien lesbisch (Vienna lesbica), p. 208.
[27] Ibid., p. 198.
[28] Ibid., p. 196.
[29] Skinner, Warme Brüder – Kesse Väter, pp. 145-146.
[30] Fabris/Horak/Soltész, Wien lesbisch, p. 207.
[31] Bail/Crüsemann/Crüsemann, Bibel in gerechter Sprache (Bibbia in un linguaggio giusto/inclusivo), p. 1335.
Testo originale: Eine queere Lesart von Kohelet 4,9–12

