Oltre i numeri. I cambiamenti in corso nella chiesa cattolica italiana sull’accoglienza delle persone LGBTQ+
Articolo di Elisa Belotti* pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 24 novembre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Il The Rainbow Index of Churches in Europe 2025 (Indice Arcobaleno delle Chiese in Europa 2025), noto come RICE, è un progetto di ricerca accademica che valuta e mette a confronto le Chiese europee sulla loro capacità di accogliere e sostenere le persone LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisex, trans, queer, intersex e asex). Commissionato dall’European Forum of LGBTI Christian Groups, è stato pubblicato nella sua nuova edizione nell’ottobre 2025.
Un dato interessante è emerso nel rapporto riguardante l’Italia. Il punteggio complessivo dell’accoglienza nelle chiese europee delle persone LGBTQIA+ è salito di poco, da 17,5 su 51 nel 2021 a 18,5 su 52 nel 2025. Ma nel cosiddetto “Indice di inclusività” il punteggio italiano è addirittura sceso dal 37% al 36%, scivolando dal 17° al 29° posto.
Una sorpresa, considerando quanto i gruppi cattolici italiani che accompagnano le persone LGBTQIA+ stiano crescendo negli ultimi anni.
Per capire davvero cosa stia accadendo nel Paese, Bonding 2.0 ha raccolto le voci di alcune persone che accompagnano questi cammini: Innocenzo Pontillo, presidente dell’associazione La Tenda di Gionata;
Alessandro Previti, collaboratore della stessa associazione e referente del Global Network of Rainbow Catholics; e Luana Gravina, coordinatrice della rete dei cristiani LGBTQIA+ in Sicilia.
Negli ultimi anni in Italia abbiamo assistito a due tendenze opposte: da un lato il dibattito pubblico e politico è diventato più ostile verso le persone LGBTQIA+; dall’altro, dentro la chiesa cattolica sono nati spazi di dialogo e accoglienza sempre più visibili. Dal vostro punto di vista, quali sono i cambiamenti dal basso che stanno trasformando parrocchie e comunità?
Innocenzo Pontillo: Il pontificato di Papa Francesco ha reso visibili tante esperienze pastorali di accoglienza verso le persone LGBTQIA+ e le loro famiglie che già esistevano nella chiesa cattolica italiana. È l’evoluzione di un cammino iniziato molti anni fa. I gruppi più antichi sono quelli di Milano e Bologna.
Oggi a Bologna, i gruppi composti da persone LGBTQIA+ credenti e dai loro genitori sono parte integrante della pastorale familiare diocesana, guidata dall’arcivescovo Matteo Maria Zuppi, che è anche presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Sviluppi simili si trovano a Firenze, Bari, Torino, Chiavari e altrove. È un segno evidente che ciò che è nato dal basso sta trovando apertura anche nella gerarchia.
Lo stesso vale per le veglie di preghiera per il superamento dell’omofobia e della transfobia. Sono nate in Italia più di dieci anni fa, quando non era possibile pregare pubblicamente su questi temi nella chiesa cattolica. Le veglie sono nate dal dolore dell’esclusione, ma anche dal desiderio profondo di creare spazi di ascolto e speranza. Nel tempo si sono diffuse in tante diocesi, coinvolgendo credenti, genitori e pastori.
Dopo più di un decennio di testimonianza e perseveranza, le veglie sono state riconosciute nel documento finale del Sinodo della chiesa cattolica italiana. Un traguardo importante: un’iniziativa nata dal basso che diventa parte di un cammino ecclesiale condiviso.
L’Indice Arcobaleno sembra non riflettere questi progressi. Perché c’è così tanta distanza tra i dati ufficiali e ciò che accade davvero nelle comunità locali?
Alessandro Previti: La distanza dipende da due fattori principali. Primo, la metodologia dell’Indice si basa su una lettura parziale, costruita su categorie culturali e politiche che non sempre tengono conto dei contesti nazionali. Secondo, molte realtà italiane non sono strutturate formalmente e quindi non emergono attraverso indagini a campione.
L’Indice fotografa un’immagine dell’istituzione ecclesiale che appare chiusa, ma non riesce a cogliere il movimento nascosto: la vita nelle piccole comunità diocesane, dei gruppi familiari, delle persone consacrate che accompagnano, con discrezione, le persone LGBTQIA+ credenti. Allo stesso tempo, non intercetta i segnali di una Chiesa che, dall’alto, sostiene senza imporre. Siamo un po’ come contadini che irrigano semi, non come chi pianta alberi già cresciuti senza sapere cosa c’è nel terreno. È un processo silenzioso e profondo.
Per capire meglio questa dinamica basta guardare al documento finale del Sinodo della chiesa cattolica italiana, soprattutto le sezioni che riguardano le persone queer. Il documento è stato approvato con il 95% dei voti ed è composto da più di 75 punti e 100 proposte. Tra queste, cinque riguardano specificamente le persone omoaffettive e transgender, tutte approvate tra il 77% e il 95%.
L’approccio italiano, basato sul dialogo personale con vescovi e comunità locali, è diverso dalle strategie più conflittuali adottate da altri movimenti. Che risultati ha prodotto?
Alessandro Previti: In Italia la strategia fondata sulle relazioni personali ha portato frutti. È un metodo basato sulla testimonianza e sul confronto, non sulla protesta, sullo scontro teologico o sulla pressione pubblica. Altri movimenti, in Italia e all’estero, hanno scelto strade più conflittuali che rischiano di generare amarezza, polarizzazione e divisione. Il dialogo, invece, è una scelta difficile. Significa parlare, ma anche ascoltare. Gli esiti non sono sempre quelli che speriamo, ma sono quelli più autentici.
Penso alle diocesi che oggi hanno una pastorale LGBTQIA+, percorsi di formazione, spazi di preghiera e di sostegno. Ci è voluto tempo per arrivare fin qui e, magari, sembrano piccoli risultati dal punto di vista mediatico. Ma a livello ecclesiale sono passi enormi e, socialmente, rivoluzioni silenziose: spostano l’attenzione dall’ideologia alla cura pastorale.
E non è solo la Chiesa ad aprirsi. Molte persone omoaffettive e non conformi al genere stanno passando da una posizione di protesta a una di partecipazione: pregano, condividono responsabilità nella Chiesa, vivono i valori comuni. Non sventolano bandiere, ma mettono al centro la loro intera umanità.
Dopo il Pellegrinaggio Giubilare LGBTQIA+ di settembre 2025 si può parlare di una nuova fase per il movimento queer europeo? Quali prospettive nuove stanno nascendo nel dialogo con la Chiesa?
Innocenzo Pontillo: Il pellegrinaggio giubilare delle persone LGBTQIA+, dei loro genitori e degli operatori pastorali è stato un atto di fede coraggioso per vedere dove ci ha portati il cammino della Chiesa. È stato un momento di riconciliazione vissuto dentro la Chiesa, dopo secoli in cui le persone queer non sono state viste, né ascoltate, né riconosciute.
Attraverso il Giubileo LGBTQIA+, questa parte del Popolo di Dio ha ritrovato dignità e riconoscimento. Ciò che era ai margini ora si sta muovendo verso il centro, portando con sé una responsabilità profonda: condividere la propria storia di fede, essere presenti, offrire nella Chiesa la bontà e la speranza maturate in anni di cammino.
Il pellegrinaggio è stato un gesto simbolico, ma anche profondamente trasformativo. Segna non solo un’apertura, ma una chiamata a contribuire con la nostra voce e con le nostre vite alla costruzione di una Chiesa più inclusiva e più fedele al Vangelo.
In Sicilia questo metodo del dialogo ha portato risultati importanti. Cosa vi ha insegnato questo cammino su come le comunità locali possono cambiare la Chiesa dall’interno?
Luana Gravina: La rete dei cristiani LGBTQIA+ siciliani è nata nel 2021 per essere un luogo di incontro per chi ancora non aveva trovato uno spazio sicuro in cui essere pienamente se stesso. Negli anni abbiamo costruito un dialogo con la Chiesa cattolica locale attraverso ritiri, veglie di preghiera e percorsi formativi, mostrando con la nostra vita che è possibile essere cattolici e LGBTQIA+ senza rinunciare a nessuna parte di ciò che siamo.
Abbiamo anche costruito una bella amicizia con l’arcivescovo di Catania, Luigi Renna, che ci incoraggia a vivere da cristiani autentici, senza compromessi, e con la consapevolezza che tutti siamo figli e figlie di Dio. La sua presenza ai nostri ritiri è come una carezza della Chiesa stessa, una Chiesa che, come una madre, accoglie tutti e tutte senza distinzioni.
Questo cammino ci ha insegnato il valore delle relazioni personali nate nel dialogo sincero. Sono relazioni che diventano fiducia e la fiducia diventa amicizia. Ed è nell’incontro con le persone reali e con le loro storie che i pregiudizi iniziano a cadere: sono le uniche vere barriere che impediscono la comunione. Solo attraverso la vicinanza possiamo aiutare la Chiesa cattolica a riscoprire la sua vocazione più profonda: essere casa per tutti.
*Elisa Belotti è giornalista e contributor di New Ways Ministry, dove segue temi legati alla pastorale inclusiva e ai percorsi sinodali.
Testo originale: Beyond the Numbers: Italy’s Quiet Transformation on Catholic LGBTQ+ Inclusion

